Annuska, la pittrice ripudiata

Magda Szabó, “Affresco”

di / 10 dicembre 2018

Esistono scrittori che hanno patito sulla loro pelle che cosa significa non avere la libertà di fare letteratura. Penso soprattutto ai russi: Pasternak, Solženicyn, Bulgakov, per fare alcuni esempi. Magda Szabó (1917-2007), la scrittrice ungherese più tradotta al mondo, visse la stessa privazione: invisa al regime comunista e quindi ai paradigmi del realismo socialista, dovette attendere fino al 1958 affinché venisse pubblicata. Freskó (1958) è il suo primo romanzo, amato e tradotto da Herman Hesse appena un anno dopo la pubblicazione, non più inedito per il lettore italiano dall’anno scorso (Affresco, Edizioni Anfora, 2017). Molti scrittori ungheresi, come Sándor Márai, quando venne imposto loro il silenzio scelsero la via dell’esilio: Szabó invece rimase e si dedicò all’insegnamento.

Affresco è corredato da una prefazione d’autore risalente al 1999, dove la stessa Szabó spiega che il romanzo venne scritto nel ’53 e poi nascosto: «il 1956 portò con sé la soluzione: furono gli editori a cercare gli scrittori ammutoliti, chiedendo loro manoscritti, e così anche Affresco venne alla luce del sole».  L’autrice, a distanza di oltre trent’anni, si sorprende ancora di come sia uscita illesa dall’orribile periodo della repressione: «Sono rimasta stupita di non essere finita in galera. Affresco per me rimarrà sempre il simbolo del nuovo inizio di una vita da scrittrice, il miracolo pasquale della gioventù calpestata, la resurrezione».

La protagonista di un racconto che dura appena tredici ore, Annuska, torna dopo nove anni, ormai ventinovenne, tra le strade del suo paese natale, dalla capitale Budapest a Tarba, per assistere al funerale della madre Edit (Mammina). Attraverso i ricordi, tutti gli attori ipocriti di questa farsa fanno conoscere al lettore com’è cambiato il mondo da quando Annuska ha abbandonato il luogo della sua infanzia. Questa donna funge quasi da capro espiatorio, soprattutto perché dopo la fuga dal paese natale Annuska è stata diseredata dalla famiglia. La giovane pittrice viene presentata al lettore dal punto di vista degli altri, talvolta disumani – come quando si parla del rastrellamento degli ebrei. Così la protagonista viene presentata dalla madre:  «La mia figlia minore, Annuska, non fa più parte della mia famiglia. L’imperscrutabile volontà del Signore ce l’ha tolta, la consideriamo morta». Anche se sembra non esistere più e se la sua fuga aveva sancito una morte sociale, dal presente di una memoria ubiqua, il nome di questa figlia ingrata passa sulla bocca di tutti.

Il necrologio che informa il paese sul decesso di Mammina, una donna affetta da una grave malattia mentale è un crogiolo di menzogne, perché nessuno pare rammaricarsi della sua mancanza:

«La cara defunta è compianta come suocera da László Kun, pastore della parrocchia di Tarba e membro del consiglio cittadino, come coniuge da István Máthé, ministro del culto riformato in pensione, come mamma da Janka Máthé, moglie di László Kun, e dal maestro Árpad Máthé, come nonna da Zsuzsanna Kun».

Szabó usa l’espediente narrativo del necrologio, dove peraltro la protagonista è assente, per presentare il sottobosco ipocrita dei personaggi secondari, d’accordo solamente nel ripudio di Annuska.  Il vecchio Anzsu fa eccezione: burbero e avvinazzato, ha in fondo il cuore buono per poterle parlare. Attraverso ricordi disordinati e più o meno comuni scopriamo lembi di un’infanzia dura, segnata da vessazioni sistematiche e privazioni che compromettono ogni momento della quotidianità. Anche i libri della protagonista, comprati con la fatica di un lavoro da artigiana intagliando il legno in compagnia di Anzsu, verranno venduti al mercatino delle pulci. Come il parlottio maligno prima del funerale,  il passato stesso è pieno di bugie.

«Eh no, non avrebbe detto la verità, la verità in sé era grezza e informe, bisognava prima comporla, come un’opera musicale. Annuska si era allontanata dalla casa dei genitori perché la sua visione del mondo non si conformava al clima clericale di quell’ambiente».

Lei voleva fare la pittrice e questa forse è una delle ragioni che hanno contribuito al rancore covato dai familiari. Nella casa della sua infanzia, i muri erano spogli e senza quadri. Il padre, chiamato Papino, ripudiava l’inclinazione artistica della figlia, «riteneva losco e quasi antireligioso che si fissasse con il pennello o con la matita qualcosa che per volontà del Signore era destinato a scomparire senza lasciare traccia». Quando una notte Annuska incolla su un’edizione preziosa della Bibbia nove eventi biblici che aveva disegnato, viene brutalmente picchiata. La sua insubordinazione spontanea e creativa causa l’ira sorda del padre.

Annuska avrebbe continuato a dipingere, riempiendo casa sua di quadri senza tuttavia mostrarli a nessuno.

(Magda Szabó, Affresco, traduzione di C. Tatasciore, Edizioni Anfora, 2017, 240 pp., € 18.00)
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LA CRITICA

Una giovane donna che vuole fare la pittrice fugge dal piccolo paese natale e viene ripudiata dalla famiglia. Affresco, la cui pagina finale è un vero e proprio capolavoro, racconta una storia di libertà, solitudine e sofferenza.

VOTO

7,5/10

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