Jovine, la terra, la provincia universale

di / 4 marzo 2019

copertina di Viaggi nel Molise di Jovine

Potrebbe sembrare non di comune interesse parlare di un libro dal forte tratto localistico com’è questo Viaggi nel Molise (Cosmo Iannone, 2018), che, stando al titolo, racconta di un territorio ben circoscritto. L’autore, d’altronde, è uno dei maggiori esponenti del realismo secondo novecentesco, che si misura in queste pagine con temi fondamentali come: la questione meridionale, la memoria personale, la lotta di classe (in chiave gramsciana), la geografia storica, la provincia. Viaggi nel Molise è una raccolta di articoli dello scrittore Francesco Jovine pubblicati a partire dal 1941 a seguito dei viaggi di ritorno che l’autore compì nella sua terra. Il volume fu edito postumo per la prima volta nel 1967 con il titolo di Viaggio in Molise. Nel luglio del 2018 è stato riproposto in questa nuova edizione dalla Cosmo Iannone Editore con l’aggiunta di alcuni articoli inediti, della prefazione di Goffredo Fofi e con allegato il DVD del docufilm C’era una volta la terra di Ilaria Jovine (nipote dello scrittore) e Roberto Mariotti.

Nel 1941, dopo anni di lontananza, Jovine ritorna nella sua regione come inviato del Giornale d’Italia e stende, per una rubrica creata ad hoc, undici articoli.

«Sento che dolcemente mi ritorna nel sangue il senso profondo del luogo, che la memoria si riapparenta egualmente ad odori suoni, rumori». Così scrive, indugiando sull’aspetto sentimentale del ritorno, tipico dell’emigrato che si riappropria non solo del suo paesaggio, ma di una parte intima della propria memoria. Jovine costruisce, con quelli che oggi definiremmo brevi reportage, la storia della sua terra, e realizza l’affresco di un remoto angolo d’Italia, simile ad altri, dove le realtà peculiari si mescolano alla storia contemporanea.

Negli articoli pubblicati nel ’41, corpo primigenio della raccolta, viene descritto un Molise totalmente rurale e incantato, che lascia il posto, nei successivi viaggi intercorsi tra il ’42 e il ’50, a una terra che deve fare i conti con il presente complesso del dopoguerra. Ne viene fuori un ritratto vivido e in movimento della provincia e di come il tempo si comporta con i luoghi isolati, con le campagne dimenticate, con i piccoli centri feriti dai bombardamenti o dalle ataviche e rinate povertà. La forte componente realista della scrittura di Jovine risulta ancor più incisiva nella formula dell’articolo e ben si mescola alle riflessioni sull’umanità dolente su cui indugia. La vocazione pedagogica e la visione storica gramsciana sembrano trovare completezza e chiarezza col passare degli anni nella sua scrittura. Negli articoli più recenti, infatti, come d’altronde avviene nella sua produzione letteraria, la consapevolezza artistica e ideologica raggiungono il massimo della maturità. Troveranno poi piena realizzazione nel suo capolavoro, pubblicato postumo: Le terre del Sacramento.

A completare questo viaggio nei luoghi della memoria dello scrittore viene in aiuto il docufilm di Ilaria Jovine e Roberto Mariotti, allegato al volume, dove alle immagini evocative realizzate in un Molise contemporaneo ancora regolato dai ritmi della terra e delle stagioni, fanno da contraltare le parole di Jovine lette da Neri Marcorè. Questa visione originale attualizza il messaggio dell’autore e induce a riflessioni più profonde sulla territorialità della nostra letteratura.

Il realismo e la questione meridionale

Jovine nasce a Guardalfiera nel 1902, dove trascorre l’infanzia e vi resta come insegnante, per qualche anno, dopo il conseguimento del diploma di maestro elementare. Si trasferisce a Roma nel 1925 e qui vive fino alla morte, avvenuta nel 1950. In opposizione al regime fascista lascia l’Italia dal ’37 al ’43, quando aderisce alla Resistenza militando tra le fila del Partito d’Azione e del Partito comunista. Le sue opere principali sono Signora Ava e Le terre del Sacramento. Il primo è uno dei romanzi più importanti ambientati durante il Risorgimento italiano, definito da Goffredo Fofi una sorta di Gattopardo dei poveri. Le terre del Sacramento, vincitore del premio Viareggio è stato pubblicato postumo e rappresenta forse il capolavoro di Jovine, oltre che il punto di arrivo della sua analisi politica e sociale. Quasi tutte le opere di Jovine sono ambientate in Molise, luogo archetipico dove egli sviluppa una personale declinazione del pensiero gramsciano, sia riguardo la questione meridionale, sia sulle condizioni e le possibilità delle classi proletarie, dei cosiddetti cafoni.

È andata scemando, nel tempo, la considerazione di cui godeva Jovine nelle antologie sulla letteratura del dopoguerra e nei testi scolastici, di pari passo con quella, tra gli altri, di Ignazio Silone, Carlo Levi e Corrado Alvaro, suoi contemporanei e narratori-simbolo della questione meridionale. In anni recenti l’editore Donzelli ha avviato un’opera di ripubblicazione dei romanzi principali dello scrittore molisano, come già aveva fatto con le opere minori di Carlo Levi.

A oggi, i temi trattati dagli scrittori realisti del secondo Novecento sembrano aver perso attrattiva, nonostante non di rado ci si chieda ancora se esiste o meno una questione meridionale e se le realtà locali del meridione abbiano ragioni di arretratezza nei confronti del nord del paese.

Anche la tematica unitaria, oggetto del romanzo Signora Ava, ha perso appeal nel processo pedagogico, sebbene sia argomento di discussione nei tempi che viviamo. Quando fu pubblicato, e per molti anni poi, il romanzo ebbe una notevole diffusione nelle scuole, anche grazie al contributo della pedagogista Dina Bertoni, moglie di Jovine, che ne favorì il l’adozione come testo antologico. Il fatto che questi libri vadano a scomparire può considerarsi una perdita nella dialettica Nord-Sud, e soprattutto in quella dell’importanza della territorialità nella formazione culturale, letteraria e artistica.

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La geografia letteraria

«La provincia per me è una specie di sogno. Questa terra è come un mito antico conosciuto attraverso i racconti di mio padre e un po’ per istinto. Qui tutto è vivido, sonoro, ardente. Alberi e cose non parlano un linguaggio intellegibile, ma hanno voce. La terra narra la difficile gestazione delle sue vite e gli uomini la sentono vibrare sotto i piedi come una creatura viva».

Il tema della provincia italiana e quindi delle relazioni tra il luogo in cui si è vissuto o si è nati e la letteratura non è nuovo. Una delle prime riflessioni in merito si trova nel noto saggio di Dionisotti, Geografia e storia della letteratura italiana (Einaudi, 1967) dove si cercano le origini regionalistiche della nostra letteratura partendo dal De vulgari eloquentia di Dante. Nel saggio si arriva alla conclusione che la storia quanto la geografia hanno un ruolo essenziale nella vita e quindi nella letteratura, e che l’unità linguistica e culturale debba passare per il riconoscimento delle realtà locali.

Scriveva Corrado Alvaro nel 1937: «Il lavoro di incubazione si compie nell’ambito della provincia. La provincia che fugge nella capitale la terra, il lavoro manuale, in cerca di impieghi dalle mani bianche, quando nella sua ricerca non porta vere e profonde qualità di vocazione e disinteresse, crea delle crisi morali molto complesse». La provincia è così luogo del ricordo e costrutto solido dove non solo ambientare, ma far nascere un ragionamento, dove la realtà locale mette a nudo le complessità dei ruoli, delle vicende personali e globali, umane e sociali.

Il dibattito sul ruolo della provincia in letteratura si è momentaneamente vivacizzato in anni recenti a seguito delle minacce di abolizione di molte province italiane. Alessandro Banda su Doppiozero s’interroga sul valore reale che ha avuto la provincia in alcuni dei maggiori scrittori italiani del novecento e pone il problema, senza riuscire a trovare una vera risposta: «ma quant’era ligure il ligure Montale? Che abbandonò Genova nel 1928 e cercò di tenersene alla larga e fu senz’altro più fiorentino e milanese che genovese». Conclude, però, con un invocazione al salvataggio delle realtà culturali locali.

Massimo Cacciapuoti (in un intervista su Il Libraio) ritorna sul tema mettendo in luce quanto sia stata importante la condizione di provinciale nella sua scrittura. E parlando del ruolo della provincia nella storia della letteratura italiana dice: «specie del primo dopoguerra, si è soffermata tanto e non a torto sulla provincia, luogo oscuro, informe, ma mia profonda convinzione anche origine di quei fermenti vitalistici, di quell’energia primordiale che da sola rappresenta una speranza e una conquista e da cui partire per comprendere nel profondo il senso della realtà nel suo complesso».

copertine di libri realisti

 

Periferia o provincia?

Un contributo piuttosto recente, sul quale occorre fare qualche riflessione, è apparso nel quarto volume del Romanzo in Italia (Carocci, 2018) a cura di Giancarlo Alfano e Francesco De Cristofaro. Nel saggio Raccontare la provincia, Riccardo Donati approccia al tema partendo dall’assunto che la provincia è una costruzione del pensiero che non rappresenta un’idea di territorialità in senso stretto, ma più largamente, una distanza temporale. Il ragionamento, in parte condivisibile, di Donati poggia, però, sull’errato abbattimento di una distinzione: perché il ragionamento regga, infatti, afferma Donati, bisogna ritenere equivalenti i concetti di periferia e di provincia in quanto sinonimi di ritardo rispetto alle trasformazioni che avvengono nei centri di potere culturale, politico, sociale.

In questo modo, però, si abbatte il senso di territorialità. La provincia diventa, così, estendibile all’infinito, e tutti diventiamo la provincia di qualcuno. Così: «L’Europa è la periferia dell’America, l’Italia è la periferia dell’Europa», dice Gilberto Severini riprendendo in parte l’assunto di Marshall McLuhan secondo il quale nel villaggio globale è tutto periferia e non esiste più il centro.

Qui, probabilmente, a giudizio di chi scrive, va fatta una precisazione. Siamo di fronte a un affiancamento di due termini non sovrapponibili, ma ormai ritenuti intercambiabili. La costruzione di un significato condiviso del concetto di provincia deve passare attraverso un’analisi delle diversità sostanziali tra i termini periferia e provincia, distanti per ragioni storiche e culturali, oltre che meramente lessicali.

Il termine periferia deriva dal verbo greco περιϕέρω, letteralmente: portare intorno, o girare. La periferia è etimologicamente legata al concetto di ruotare attorno a qualcos’altro, quindi, per estensione – riportando la dicitura del dizionario Treccani – è «la parte estrema e più marginale, contrapposta al centro, di uno spazio fisico o di un territorio più o meno ampio».

La provincia – termine che non ha un’etimologia così precisa – è in uso sin dal mondo latino come territorio italiano o estero amministrato da un rappresentante di Roma, e ancora, genericamente, nel mondo antico è da considerarsi come «sinonimo di regione o nazione» (fonte dizionario Treccani). Per estensione, infine, allude a «un mondo maggiormente attaccato alle tradizioni e alle abitudini e dalla minor varietà di attività culturali generalmente offerte dalle grandi città».

Benché i due termini siano accomunati dall’idea di distanza, risulta chiaro come non siano assimilabili, perché i legami della periferia e della provincia con i centri di riferimento sono di natura e consistenza ben diverse. La periferia, infatti, non può esistere senza il centro di cui è propaggine ed estensione naturale; la provincia, al contrario, sussiste in quanto tale e non in relazione ad un centro, in questo, il dato reale del territorio è indispensabile. Monti, mari, distanze fisiche e paesaggi differenti segnano le distanze prima di tutto fisiche.

Piero Chiara dice, riferendosi al decennio 1929-1939: «con grande ritardo finiva a Luino, e forse anche in altri posti, l’Ottocento»(da Spartizione, 1964), descrivendo così una provincia lontana dal centro nel bene e nel male, ma così lontana da non subirne l’influenza se non ad anni di distanza.

Pasolini, invece, maggiore cantore della periferia, la descrive come una «un urlante piaga umana (che) si espandeva sempre di più» un luogo dove lo straniamento e la mancanza di riferimenti comuni avrebbe portato alla fine dell’identità proletaria e della coscienza di classe. È, infatti, proprio il senso di non appartenenza e di smarrimento delle classi subalterne a fare spesso da collante nelle storie di periferia e non un sistema condiviso di valori o di necessità. La provincia, invece è, anche dal punto di vista amministrativo, un’entità autonoma che possiede “proprie regole” che ne governano la vita, la realtà e che, quindi, hanno influenzato anche la cultura letteraria.

Una riflessione più profonda sulla provincia in letteratura dovrebbe ripartire proprio dagli autori del dopoguerra come Jovine. Sono le province, fino ai primi effetti della globalizzazione, luoghi geograficamente e culturalmente isolati, dove però avviene un processo di identificazione che, in letteratura, possiede un significato universale. Emblematica in tal senso è la sentenza su Silone espressa da Albert Camus: «Silone parla a tutta l’Europa. Se io mi sento legato a lui, è perché egli è nello stesso tempo incredibilmente radicato nella sua tradizione nazionale e anche provinciale».

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