Un omaggio alla figura e alla narrativa
di Robert Walser

“Verso il bianco” di Paolo Miorandi

di / 12 marzo 2019

Copertina di Verso il bianco di Paolo Miorandi

È un piccolo libro, questo Verso il bianco di Paolo Miorandi (Exòrma, 2019), simile ai miogrammi che ha scritto Walser, cioè i suoi 526 minuscoli fogli di annotazioni e pensieri, e potrebbe essere definito con le stesse parole di Miorandi: «Sottolineature eseguite con un tratto di matita leggero e sottile, tanto da essere a prima vista quasi invisibile».

Si legge in un mezzo pomeriggio di calma e sembra scomparire subito dalla memoria ma vi rimane indelebile e torna come un retrogusto inaspettato.

È la storia di un pellegrinaggio che si snoda tra le due necessità di fare penitenza e di ringraziare, a metà tra memoria, «perché il dolore chiede di ricordare» e oblio, «perché la guarigione richiede di dimenticare». È la storia di un lutto che vuole, per sua natura, preservare la memoria e, contemporaneamente, dimenticare perché solo così lo si elabora e, se comunque non c’è salvezza, almeno la vita è resa sopportabile.

Paolo Miorandi ci parla di Walser (già nel sottotitolo troviamo “Diario di viaggio sulle orme di Robert Walser”) e affida all’io narrante il compito di descrivere il viaggio mentale, interno all’opera e alla vita dello scrittore svizzero, e il viaggio fisico\spaziale a Herisau, il paese della Svizzera dove Walser fu internato in manicomio per ventitré anni e dove si trova la sua tomba.

“Orme”, è una parola importante che segue la narrazione in modo quasi ossessivo. Orme e neve. Orme sulla neve. La famosa foto che mostra il corpo riverso, morto, di Walser, e sette orme impresse sulla neve che lo precedono.

“Sette”, è un’altra parola importante. Il libro si compone di sette capitoli e partendo dal capitolo sette arriva al numero uno, orme e passi di avvicinamento, e il sette come cifra di comprensione, insieme alla neve e al suo temporaneo conservare prima di sciogliersi e far scomparire.

La realtà, compresi i libri che ne sono parte, è un insieme di segnali di cui non si comprende il significato. I fatti si spiegano non in se stessi. Rimandano sempre a ciò che li sottende. Sono sintomi.

Cosa sappiamo dell’io narrante, soggetto del libro\pellegrinaggio\viaggio?
È un uomo.
Compie il suo viaggio tra il 2016 e il 2017.
Ha incontrato il male di vivere.
Chi è l’io narrante?
A volte esso si mescola e sovrappone a un altro io che è presente nel testo ed è quello di Walser che sembra raccontare direttamente la sua storia

L’esterno e l’interno vanno a identificarsi e il viaggio\pellegrinaggio è un itinerarium mentis in Walser, dove il fine e la conclusione sono un mistico diventare Walser e un diventare Walser come era nel manicomio di Herisau.

A chi gli chiedeva se scriveva mentre era in manicomio Walser rispondeva che non si trovava in manicomio per scrivere ma per «fare il matto». In clinica aveva ciò che gli occorreva: la pace.

Si delinea l’ipotesi che Walser facesse del teatro fingendosi matto e volendo esserlo per sfuggire a una radicale incapacità di vivere. Anche la sua famiglia voleva che lo fosse matto e il manicomio poteva essere una soluzione. Walser non ebbe alcuna relazione sessuale\sentimentale. Con tutta probabilità era vergine. Le sue opere ebbero successo solo postume.

Il libro di Miorandi cita nomi importanti, di scrittori, filosofi, registi, che hanno trovato nella produzione di Walser una profondità sconcertante e che si affiancano all’io narrante nel tentativo, io credo, di spingere a leggere Walser, per chi ancora non l’avesse fatto, e a riscoprirlo per chi già lo conoscesse.

Miorandi è bravo nell’evocare un senso generale e indifferenziato di dolore, che fu di Walser, che è dell’io narrante e che è dell’uomo nella sua condizione di provvisorietà e di pericolo, come dicono le righe dell’esergo (di Walser) che recitano: «Un famoso funambolo, con i fuochi artificiali sul dorso le stelle sopra di me, un abisso accanto, e davanti una via così piccola, così sottile, su cui avanzare’, e come dicono le frasi conclusive del libro: ‘Sono aggrappato al filo con le mani e mi lascio oscillare… Da lontano il filo sembra un taglio nel cielo. Da lontano sembra una fenditura».

Il libro era iniziato col “male di vivere” e termina con un “taglio” e una “fenditura”. Non sembrano casuali i rimandi a Montale. La sofferenza universale di Spesso il male di vivere ho incontrato e il miracolo improvviso benché non risolutivo di In limine: «Cerca una maglia rotta che nella rete che ci stringe».

 

(Paolo Miorandi, Verso il bianco, Exòrma, 2019, pp. 120, euro 13,50, articolo di Riccardo Romagnoli)
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LA CRITICA

Narrativa e saggismo, rievocazione onirica e ricostruzione storica. Verso il bianco di Miorandi è un bel libro che ci spinge a riflettere su di noi, su Walser, sulla vita, sulla scrittura

VOTO

7,5/10

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