Un bilancio di una vita attraverso tre grandi maestri e il sogno di Pietro Metastasio

A proposito di “Sogni e favole” di Emanuele Trevi

di / 9 aprile 2019

Copertina di Sogni e favole di Emanuele Trevi

«Sogni, e favole io fingo; e pure in carte mentre favole, e sogni orno e disegno, in lor, folle ch’io son, prendo tal parte, che del mal che mi inventai piango e, mi sdegno». Inizia così, con i versi del grande poeta Pietro Metastasio, Sogni e favole di Emanuele Trevi (Ponte alle Grazie, 2019) un romanzo tra i più interessanti degli ultimi usciti, poiché un ibrido tra un’autobiografia di formazione e il racconto di tre influenti figure della cultura e dell’arte del Novecento.

L’ambientazione è quella della città dell’autore, una Roma fastosa e imponente e al contempo povera e popolare, set ideale per le contrapposizioni che dominano il romanzo: passato e presente, vecchio e nuovo, reale e immaginato.

Il “movimento” della narrazione passa attraverso le tre figure rievocate e scelte come maestri nella formazione della vita di scrittore di Trevi: il fotografo americano Arturo Patten, di cui è stato riconosciuto il talento sia in vita che dopo la morte, nel ’99; il critico Cesare Garboli, sicuramente la figura più complessa delle tre; la poetessa Amelia Rosselli, definita da molti la più grande personalità letteraria del secondo Novecento.

La storia si apre proprio con l’incontro con Patten: un Trevi diciottenne, lavora in un cineclub della capitale e dopo la programmazione di Stalker di Tarkovskij, si imbatte in Patten, che è seduto nell’ultima fila e indugia alla fine dello spettacolo, con le lacrime agli occhi. Riemersi dall’atmosfera ovattata del cineclub, Trevi e Patten, passeggiano, costeggiando la mole scura di Castel Sant’Angelo e danno inizio «a una corrente istantanea di intimità e attenzione». Si tratta di una passeggiata che diviene il nucleo della narrazione, il movimento della vita degli artisti che tra quelle vie di Roma sono realmente vissuti e le evocazioni, i sogni, la creatività che vi hanno lasciato, come preziosa eredità. A fare da filo conduttore i versi del poeta Metastasio.

Nel romanzo, scritto con una prosa curata e precisa, ma anche fluida, rapida, il tema dell’eredità del mestiere di intellettuale e di maestro, ricompare a ogni passo, conquistando anche il lettore più distratto. «Ogni finzione efficace tende a riprodurre un credibile surrogato di realtà, a far dimenticare le sue origini equivoche, fantastiche, a mimetizzarsi tra le cose-come-sono», spiega così l’autore, dipanando il filo tra sogno e reale, appunto, il senso della finzione nella vita e nell’arte, nella poesia del poeta Metastasio, che aleggia per tutto il romanzo. La sua poesia «andrebbe imparata a memoria e custodita nella mente come un’efficace formula di scongiuro, una sintesi magica della vita». In realtà, dei tre maestri scelti, viene messo in evidenza non solo il loro lato creativo e straordinario, ma soprattutto la consapevolezza che ciascuno di loro aveva dei propri limiti. E il conoscersi davvero, come personalità autentiche, senza finzioni, calate nel loro ruolo perché scelto e portato avanti sino alla morte, tra luci e ombre, sogni e favole.

In un perfetto doppio registro tra il sé e gli altri, Trevi, tesse il filo della connessione tra i grandi maestri – e il grande poeta – di cui ci parla e il suo punto di vista, che diventa un po’ il nostro, percorrendo le vie di una Roma ispiratrice. Cesare Garboli è il critico e certamente la critica è un’arte, ma ricorda Trevi, era anche un potere mondano, losco e grandioso, che si esercitava in un modo che Balzac aveva spiegato nelle Illusioni Perdute. La vita umana e quindi non solo quella dei defunti va decifrata – poiché non sempre la vita è evidente nelle sue intenzioni – ed è questo il terreno di caccia del critico. Trevi spiega che per chi oggi ha venti o trent’anni è difficile immaginare quanto fosse sconnessa, alla fine del Novecento, l’esistenza umana. Era per esempio normalissimo assentarsi e non dare notizie di sé, per giorni e giorni, settimane: ci si doveva pensare e immaginare con maggiore forza e pazienza, come un sogno che in parte è sempre reale.

«E poi, comunque vada, è pur vero che del tempo che ci è concesso noi facciamo un solo uso: lo perdiamo, non sappiamo fare altro che perderlo, e tutto il lavoro della nostra coscienza, con i suoi ricordi e le sue falsificazioni, è una minuziosa e disperata ricerca del tempo perso, e se qualcuno ci trasmette qualcosa prima di andarsene, non siamo venuti al mondo per sciogliere gli enigmi, ma per conservarli intatti e trasmetterli a nostra volta ancora più incomprensibili di quando li abbiamo ricevuti».

Gli artisti di cui ci parla l’autore si nutrivano della coltivazione dei sogni e delle vocazioni: così, seguendo degli aneddoti veri, riportati con fedele ricostruzione storica, emerge un tempo magico che puntava sull’arte e sulla cultura come una religione, come il senso del trattenere le cose che scorrono.

Trevi è bravissimo però a non cadere nel cliché della nostalgia a tutti i costi: la riflessione saggistica e il pathos narrativo e personale, diventano più che altro ottimi spunti di riflessione. E ci ricorda che «qualunque cosa si guardi con un grado adeguato di intensità, diventa letteralmente sovrannaturale, inizia a vivere di una vita propria e imprevedibile».

(Emanuele Trevi, Sogni e favole, Ponte alle Grazie, 2019, p. 224, euro 16, articolo di Antonella De Biasi)
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LA CRITICA

La riflessione saggistica e il pathos narrativo e personale, diventano ottimi spunti di riflessione. L’evocazione dei maestri del passato può essere eredità del presente.

VOTO

7/10

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