Un tattile senso di precarietà

“Fame” di Isabella Corrado

di / 25 novembre 2019

Copertina di Fame di Isabella Corrado

Il ritratto di una generazione vorace, in bilico tra sogni e ambizioni, avvolta da una dimensione precaria e instabile. Fame di Isabella Corrado (Ensemble, 2019) si snoda in una trama fluida e serrata tra romanzo di formazione – attraverso gli occhi di una trentenne, Manuela Riva, talentuosa ma sfruttata dal sistema, e quelli di Derek, giovane ricco e demotivato, a caccia di un senso e di una vocazione – e il romanzo psicologico.

Manuela e Derek sono due giovani d’oggi: si incrociano per caso, si rincorrono e hanno molte cose in comune, seppur appaiano molto diversi al primo impatto. Lei, laureata in storia dell’arte con un master in fotografia e design al Royal College di Londra, l’istituto d’arte più prestigioso d’Europa, passa da uno stage all’altro, ingoiando l’inevitabile frustrazione lavorativa essendo poco retribuita, trattata molto al di sotto delle sue capacità e attitudini.
Rientra a casa di sera per ordinare la cena a domicilio, che trangugia facendo un giro sui social. Ed è lì che consolida l’amicizia virtuale con Marco De Chinto, un artista performativo conosciuto durante una mostra. Un uomo che la sfrutterà come una musa ispiratrice, usando le foto del suo corpo – a pezzi, chiarirà la protagonista – scambiate durante le conversazioni virtuali. Una delusione per Manuela già provata dal rapporto conflittuale con i genitori: la madre, una psicanalista che vive a Londra e si è risposata con un brillante uomo d’affari e il padre che vive a Roma.

Derek Zinni è figlio di genitori italiani ma è nato a Londra: il padre è un affermato imprenditore, ricco, colto. La figura della madre invece è assente e Derek si troverà in parte a sostituirla con la sua terapeuta, la dottoressa Rooper. Anche Derek vorrebbe affermarsi nel mondo, sopraffatto dal confronto con un padre di successo ha delle velleità artistiche profonde, ma che non riesce a rendere concrete, passando da una dipendenza a un’altra: quella per le donne e il sesso, il cibo, lo shopping, la vita piena di agi e di vizi. Questo il motivo principale per cui, come confida al suo migliore amico Hamed, decide di iniziare un percorso terapeutico e affrancarsi da quella fame atavica e compulsiva che lo imprigiona.

Derek e Manuela si incontrano a Southbank alla festa di inizio anno del Royal College, un party al quale di solito sono invitati i ricchi rampolli inglesi e si intercettano immediatamente: questo loro legame fluido e sotterraneo si dipanerà per tutto il romanzo, in un rincorrersi di pensieri e di appuntamenti mancati.

Per Derek, che decide sotto il consiglio della sua terapeuta di isolarsi per smettere di avere fame di sesso, alcol e cibo, Manuela diventa una sorta di ancora di salvezza, un pensiero autentico che possa finalmente colmare i vuoti insopportabili di cui soffre da anni.

Manuela per un caso (che probabilmente come l’autrice di Fame suggerisce, non esiste) trova degli appunti di Derek: ed è lì che scatta in lei la ricerca verso un ideale di empatia e di corrispondenza con questo coetaneo, con il quale magari sentirsi tutta intera e meno affamata. Fino al colpo di scena finale, che intreccerà ulteriormente le loro vite e le loro radici.

Fame è la radiografia del nostro tempo, in cui tutto è permeato da un senso di precarietà, reso quasi tattile dall’autrice. Perché subito, attraverso i racconti in prima persona, all’inizio di Manuela e poi di Derek, si tocca la realtà che viviamo, il contesto in cui le generazioni attuali devono confrontarsi, facendo i conti con la dispersione di molti ideali e di numerose certezze.

«La mia forse è una generazione più malata di tutte le precedenti che si ricordino […] forse perché ancora siamo all’interno della Storia e sembra che non riusciamo a far nulla che ne sia degno, nulla per cui saremo ricordati».

Ma senza smettere di avere fame: fame di affermazione lavorativa e professionale, di famiglia e di stabilità, di sogni.

 

(Isabella Corrado, Fame, Ensemble, 2019, pp. 159, euro 15,00, articolo di Antonella De Biasi).
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