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    <title>Ex Libris</title>
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    <description></description>
    <dc:language>it</dc:language>
    <dc:creator>flanerimail@gmail.com</dc:creator>
    <dc:rights>Copyright 2012</dc:rights>
    <dc:date>2012-02-21T12:35:01+00:00</dc:date>
    



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      <title>Diario di Izumi Shikibu</title>
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      <author>articolo di Francesca SolitoMarsilio</author>
      <description>&amp;laquo;Pi&amp;ugrave; che ricordare con il profumo dei fiori vorrei ascoltare il cuculo per vedere se la sua voce &amp;egrave; uguale a quella che conosco&amp;raquo;.  Del Diario di Izumi Shikibu (Izumi Shikibu nikki, &#21644;&#27849;&#24335;&#37096;) non sono certi n&amp;eacute; l&amp;rsquo;attribuzione n&amp;eacute; l&amp;rsquo;anno della stesura. Probabilmente &amp;egrave; un&amp;rsquo;opera dell&amp;rsquo;XI secolo scritta da un autore anonimo che utilizz&amp;ograve; i componimenti di una delle pi&amp;ugrave; note poetesse dell&amp;rsquo;epoca Heian, Izumi Shikibu appunto, come materiale di riferimento. In realt&amp;agrave; la questione dell&amp;rsquo;attribuzione &amp;egrave; ancora aperta, e restano numerosi quesiti sulla genesi del testo. Di difficile definizione, nonostante le numerose ricerche, &amp;egrave; inoltre il genere dell&amp;rsquo;opera: essa comprende infatti sia le caratteristiche di un diario (nikki) come lo stile intimistico, sia quelle di racconto (monogatari) come l&amp;rsquo;uso della terza persona.  Una donna immersa nella solitudine, in una &amp;ldquo;stanza tutta per s&amp;eacute;&amp;rdquo; come quella di Virginia Woolf, contempla il paesaggio che circonda la sua casa. &amp;Egrave; l&amp;rsquo;inizio di una nuova stagione, e la sua tristezza per l&amp;rsquo;amore perduto non pu&amp;ograve; fermare il verde vivo della natura. I suoi ricordi malinconici vengono presto sostituiti dall&amp;rsquo;arrivo di un dono: un ramoscello di fiori di mandarino, inviato dal principe Atsumichi, fratello del defunto amore&#8230;</description>
      <dc:subject>InLibreria</dc:subject>
      <dc:date>2011-11-22T12:08:35+00:00</dc:date>
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    <item>
      <title>L&#8217;Ermitage al Prado</title>
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      <author>articolo di Elena ChitiMadrid, Museo del Prado</author>
      <description>Il Museo del Prado apre al pubblico la grande esposizione L&amp;rsquo;Ermitage al Prado, un percorso che mostra, attraverso 120 opere di grande variet&amp;agrave; e ricchezza, le collezioni del museo russo dal V secolo a.C. fino al XX secolo. Questi eccezionali reperti archeologici, opere di arte decorativa, magnifici dipinti, sculture e disegni, lo rendono uno dei principali centri dell&amp;rsquo;arte mondiale.  La mostra, organizzata dal Museo del Prado, da Acci&amp;oacute;n Cultural Espa&amp;ntilde;ola (AC/E) e dallo stesso State Hermitage Museum, con il patrocinio della Fondazione BBVA, costituisce un&amp;rsquo;occasione unica e straordinaria per visitare, al di fuori dell&amp;rsquo;Ermitage, una selezione cos&amp;igrave; importante e numerosa di opere appartenenti a questa incredibile collezione.  Composta da circa novanta opere delle celebri collezioni di pittura, disegno e scultura del Museo Russo, insieme ad un numero simile di pezzi delle vaste collezioni archeologiche e di arti decorative, oltre a costumi e arredi, la mostra L&amp;rsquo;Ermitage al Prado completa l&amp;rsquo;interscambio senza precedenti delle collezioni tra i due grandi musei, spagnolo e russo, iniziato al principio di quest&amp;rsquo;anno con la presentazione di Il Prado all&amp;rsquo;Ermitage, a San Pietroburgo, rivelatasi uno straordinario successo di pubblico, con oltre 600.000 visitatori. Entrambi i progetti fanno parte della celebrazione dell&amp;rsquo;anno Dual Espa&amp;ntilde;a&#45;Rusia&#8230;</description>
      <dc:subject>LaMostra</dc:subject>
      <dc:date>2011-11-22T08:01:21+00:00</dc:date>
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      <title>Dalla terra dei fuochi</title>
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      <author>articolo di Francesco Bove</author>
      <description>L&#39;album d&#39;esordio dei R&amp;amp;Fusion, band napoletana composta da sei musicisti provenienti dal mondo del Conservatorio, &amp;egrave; una sortita verso quella zona di confine tra jazz, musica classica e pop e, in questo senso, &amp;egrave; un progetto ambizioso e particolare.  Sicuramente un lavoro tutto da ascoltare e sentire, che pecca nei testi, talvolta banalotti e un po&#39; scontati, ma che offre soluzioni musicali interessanti.  In nove canzoni confluiscono tante suggestioni provenienti da scene differenti, anche se &amp;egrave; Napoli a dare un&#39;identit&amp;agrave; all&#39;album, la Napoli difficile dei roghi, disastrata dalla camorra e dall&#39;egoismo della gente. Il lavoro di ricerca portato avanti dai R&amp;amp;Fusion &amp;egrave; il risultato di un&#39;attivit&amp;agrave; live intensa e di una passione evidente per la musica senza generi, senza etichette, insidiosa, che prende alla pancia e fa emozionare. Merita sicuramente di essere menzionata &amp;ldquo;Ninno&amp;rdquo;, una ballata toccante, intimista e piena di poesia, forse il brano migliore dell&#39;intero lotto.  &amp;Egrave; bello sapere che giovani musicisti napoletani stiano cominciando a creare delle cose nuove partendo dalla vasta e importante tradizione musicale napoletana. &amp;ldquo;Ninno&amp;rdquo; d&amp;agrave; gi&amp;agrave; un&#39;idea di quello che potr&amp;agrave; essere il futuro per i R&amp;amp;Fusion, cio&amp;egrave; la valorizzazione del dialetto napoletano e suoni ricercati.  Insomma, un&#8230;</description>
      <dc:subject>InMusica</dc:subject>
      <dc:date>2011-11-21T11:19:24+00:00</dc:date>
    </item>

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      <title>I Masnadieri</title>
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      <author>articolo di Nicoletta La TerraRoma, Teatro India</author>
      <description>Lo spazio scenico &amp;egrave; profondo e semivuoto. Il pavimento sembra un campo appena arato, bruno di terra acre e pungente all&#39;olfatto. Dal suolo s&#39;innalzano stretti e radi pali neri che si perdono in alto, nella graticcia: alberi spogli che uniscono il cielo alla terra, il mondo di sotto a quello di sopra, lontano, distante come la divinit&amp;agrave;. Le pareti sono cariche di graffiti colorati che ricalcano a caratteri cubitali nomi, frasi. Come quella che campeggia sullo sfondo, immensa, con la scritta Sturm und drang, &amp;ldquo;tempesta e assalto&amp;rdquo;, grumo di passioni e istinto, forza primordiale e cuore, titanismo e anima: sentimenti di cui sono totalmente pervasi i personaggi di questa tragedia schilleriana, cos&amp;igrave; carica di dolore e ineluttabilit&amp;agrave; da non recare alcuna speranza a chi la abita.  I Masnadieri di Gabriele Lavia sono una banda di delinquenti di strada vestiti da punk; armati di pistole piuttosto che di spade o pugnali, suonano chitarre acustiche ed elettroniche. Sono giovani ribelli che si fanno beffe della Chiesa e dei potenti, che non hanno timore alcuno perch&amp;eacute;&#8230;</description>
      <dc:subject>InScena</dc:subject>
      <dc:date>2011-11-20T22:31:56+00:00</dc:date>
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    <item>
      <title>Anteprima del &#8220;Marranzano World Festival&#8221;</title>
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      <author>articolo di RedazioneCatania</author>
      <description>Dal 23 al 27 novembre, a Catania, si terr&amp;agrave; la &amp;ldquo;vibrante prima&amp;rdquo; della&amp;nbsp;IV edizione del Marranzano World Festival, previsto per aprile 2012. L&amp;rsquo;evento, interamente dedicato ai cordofoni a pizzico, introdurr&amp;agrave; tutti i temi principali del Festival vero e proprio, che si svolge a cadenza biennale e ha come fine quello di riscoprire e valorizzare le tradizioni artigianali e musicali della Sicilia attraverso il confronto con le culture lontane: &amp;laquo;Gli strumenti diventano cos&amp;igrave; un ponte sonoro tra locale e globale, tra antiche tradizioni e nuove sperimentazioni. Un&amp;rsquo;idea multidisciplinare per promuovere l&amp;rsquo;idea di Sicilia terra di musica, nell&amp;rsquo;ottica dello scambio generazionale e della cultura della tolleranza e della cooperazione&amp;raquo;. L&amp;rsquo;anteprima del Festival, presentata da MoMu Mondo di Musica e da Lomax, con il patrocinio della Regione Sicilia, seguir&amp;agrave; questo programma:  Mercoled&amp;igrave; 23 novembre Lomax, Via Fornai 44, ore 21 Visual Opening: Presentazione del festival, aperitivo e proiezione di film musicali: There&amp;rsquo;s nothing to think, di Diego Pascal Panarello, Italia 2009&#45;2011, documentario sul marranzano in Sicilia e sugli scacciapensieri nel mondo. I gatti Persiani, di Bahman Qobadi, Iran 2009, documentario sulla scena musicale a Teheran.  Gioved&amp;igrave; 24 novembre Universit&amp;agrave; di Catania, Ex Monastero&#8230;</description>
      <dc:subject>GliEventi</dc:subject>
      <dc:date>2011-11-19T11:50:07+00:00</dc:date>
    </item>

    <item>
      <title>Ho voluto essere pittore e sono diventato Picasso</title>
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      <author>articolo di Flavia SoratoPisa, Fondazione Palazzo Blu</author>
      <description>In una giornata parigina d&amp;rsquo;inizio Novecento, un uomo non tanto alto, dal folto casco di capelli neri che finiscono con un ciuffo sulla fronte, passeggia tra le vie di unboulevard; indossa una camicia rossa a pallini bianchi, giacca blu e, ai piedi, porta espadrillas spagnole, malmesse, bucate. In quell&amp;rsquo;occasione due amici, seduti a la Rotonde di Montparnasse, ritrovo d&amp;rsquo;artisti bohemien, lo notano passare. Uno dei due, Modigliani, &amp;egrave; immediatamente colpito dalla stravaganza dell&amp;rsquo;uomo e dall&amp;rsquo;eccentricit&amp;agrave; del suo vestiario. Non sa chi sia. Ortiz de Zarate gli sussurra prontamente: &amp;ldquo;Quello &amp;egrave; Picasso&amp;rdquo;.  L&amp;rsquo;aneddoto riportato da Corrado Augias &amp;egrave; rilevante riguardo al modo in cui il &amp;nbsp;personaggio viene indicato: non c&amp;rsquo;&amp;egrave; bisogno d&amp;rsquo;aggiungere nulla a quel nome che risuona d&amp;rsquo;eccezionalit&amp;agrave; e porta in s&amp;eacute; l&amp;rsquo;unicit&amp;agrave; di un&amp;rsquo;arte inconfondibile, la particolarit&amp;agrave; e l&amp;rsquo;esclusivit&amp;agrave; di una ricerca, assidua, incessante. Picasso &amp;egrave; risorto pi&amp;ugrave; volte dalle sue ceneri. Innumerevoli sono state le sue giravolte, i suoi giochi di cappa, &amp;laquo;Il suo capolavoro&amp;raquo;intuiscenitidamente Cocteau&amp;laquo;&amp;egrave; quando uccide e da suicida sopprime quello che era il giorno prima per diventare un nuovo Picasso&amp;raquo;. Non pu&amp;ograve;, un artista tale, adottare un&amp;rsquo;unica formula, una cos&amp;igrave; impetuosa esigenza d&amp;rsquo;esprimersi non pu&amp;ograve; esaurirsi in una singola possibilit&amp;agrave;: sperimenta una fase,&#8230;</description>
      <dc:subject>LaMostra</dc:subject>
      <dc:date>2011-11-19T09:45:40+00:00</dc:date>
    </item>

    <item>
      <title>Le avventure di Tintin il segreto dell&#8217;unicorno</title>
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      <author>articolo di Michele Zara</author>
      <description>Girato in poche settimane ma con una post&#45;produzione di pi&amp;ugrave; di un anno, ecco finalmente il nuovo film di Steven Spielberg (l&#39;ultimo fu il quarto episodio di Indiana Jones con cui questa pellicola a pi&amp;ugrave; di qualcosa in comune). Da tanto tempo infatti il regista dell&#39;iconico archeologo coronava l&#39;idea di trasportare al cinema il reporter Tintin creato dall&#39;artista belga Herg&amp;eacute;.    Tutto ci&amp;ograve; &amp;egrave; stato possibile solo grazie all&#39;aiuto del regista/produttore Peter Jackson (a cui &amp;egrave; stata affidata la regia del secondo episodio) e soprattutto alla tecnologia digitale della Weta che dopo Avatar ha aperto nuove frontiere al mondo digitale. Per la prima volta Spielberg si confronta con questa tecnologia ma, al contrario del collega Cameron, lo fa con un film di animazione. Seppure anche qui gli attori, tramite motion capture, vengano ripresi sul blue screen, rispetto ad Avatar vengono poi resi in maniera cartonesca in post&#45;produzione.  In questi due anni ci si &amp;egrave; chiesti spesso se il passaggio al digitale possa essere un ostacolo complesso per alcuni autori celebri grazie anche ai loro virtuosismi con la macchina da presa o per la loro costruzione scenica. Spielberg sembra rinato. Il regista di E.T.&#8230;</description>
      <dc:subject>AlCinema</dc:subject>
      <dc:date>2011-11-19T08:24:46+00:00</dc:date>
    </item>

    <item>
      <title>[Biennale di Venezia 54]: vince &#8220;The Clock&#8221; di Marclay</title>
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      <author>articolo di Jacopo Benedetti</author>
      <description>A chi sostenesse (come &amp;egrave; gi&amp;agrave; abbondantemente successo) che l&amp;rsquo;operazione compiuta da Christian Marclay (il vincitore di questa edizione) col presentare alla Biennale d&amp;rsquo;arte di Venezia proprio quest&amp;rsquo;opera &#727; ovvero un&amp;rsquo;opera intitolata The Clock in un evento sponsorizzato dalla Swatch, azienda elvetica come svizzera &amp;egrave; peraltro la madre dell&amp;rsquo;artista &#727; avesse tutte le credenziali d&amp;rsquo;una &#8223;furbata&amp;rdquo;, risponderei volentieri con un paio d&amp;rsquo;osservazioni.  Primo: notando come quella che alcuni definiscono una &#8223;furbata&amp;rdquo; potrebbe da altri essere vista (magari anche pi&amp;ugrave; legittimamente) come la sagacia di chi sa connettere un proprio lavoro alla manifestazione che lo ospita in maniera pi&amp;ugrave; solida e poliedrica di quanto non avvenga usualmente.  E secondo: sottolineando come eventuali &#8223;furbate&amp;rdquo; del genere siano forse non solo scusabili, ma persino auspicabili laddove conducano all&amp;rsquo;ideazione e alla creazione di prodotti di una simile caratura e monumentalit&amp;agrave; &#727; senza considerare poi che non si tratta neanche di un progetto realizzato appositamente per questa occasione (&amp;egrave; stato presentato in anteprima a ottobre dell&amp;rsquo;anno scorso a Londra da White Cube).  &#8223;Monumentale&amp;rdquo; &amp;egrave; infatti, verosimilmente, uno degli aggettivi pi&amp;ugrave;&#8230;</description>
      <dc:subject>LaMostra</dc:subject>
      <dc:date>2011-11-18T08:59:51+00:00</dc:date>
    </item>

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      <title>Evanescence</title>
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      <author>articolo di Mirko BraiaWind-Up</author>
      <description>Un parto lungo cinque anni. Questa la sintesi di Evanescence. Il disco della omonima band rock/metal americana della cantante Amy Lee &amp;egrave; nato dopo lunga gestazione e problemi di varia natura.  Il terzo lavoro in studio del gruppo (quarto contando il controverso Origin, di cui sono state prodotte solo 2500 copie nel 2000 e da cui la stessa Amy Lee ha preso le distanze indicando come vero punto di partenza della band Fallen, uscito tre anni dopo) ha visto la luce solo ad ottobre 2011, mentre il precedente lavoro, The Open Door, era uscito nel lontano 2006.  Le cause sono state molteplici: la prima sicuramente &amp;egrave; quella delle continue turbolenze interne tra i vari componenti della band, dall&amp;rsquo;abbandono del chitarrista Ben Moody quasi dieci anni fa alle continue partenze ed arrivi che hanno sicuramente segnato il cammino degli Evanescence.  A tutto questo va aggiunto il primo stop voluto da Amy Lee durante la registrazione delle tracce nel 2010 con la convinzione di non essere sulla strada giusta. Solo un anno dopo e con un nuovo produttore (Nick Raskulinecz) il disco &amp;egrave; stato ufficialmente registrato.  Il nome di questo lavoro, Evanescence, &amp;egrave; figlio anche del lavoro&#8230;</description>
      <dc:subject>InMusica</dc:subject>
      <dc:date>2011-11-17T11:18:07+00:00</dc:date>
    </item>

    <item>
      <title>&#8220;Atti Impuri&#8221; #3: a tu per tu con Sparajurij</title>
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      <author>intervista di Matteo ChiavaroneNo Reply</author>
      <description>Ciao. Ho tra le mani &amp;ldquo;Atti Impuri&amp;rdquo;, volume terzo. Un ottimo numero, forse a mio avviso il migliore. Non posso dirlo con certezza per&amp;ograve;: quando lessi il primo volume, ero in un brodo di giuggiole. &amp;ldquo;Finalmente una rivista con i contro&amp;hellip;&amp;rdquo; mi ero detto. Lo confermo. Al suo interno c&amp;rsquo;&amp;egrave; il forte desiderio di creare qualcosa di importante. Con autori interessantissimi. Insomma: complimenti. Puoi spiegare cos&amp;rsquo;&amp;egrave; questa rivista ai nostri lettori? Un giorno chiss&amp;agrave; spigheremo noi ai vostri fedelissimi cos&amp;rsquo;&amp;egrave; Flaner&amp;igrave;.  &amp;ldquo;Atti Impuri&amp;rdquo; &amp;egrave; un luogo di paesaggio, dove si incrociano cultura e natura, quindi anche un luogo di distruzione, a essere ottimisti. Allo stesso tempo un luogo dell&amp;rsquo;attenzione infinita. Attenzione per vecchie e nuove scritture che non seguono n&amp;eacute; salgono sopra il carro trionfale dell&amp;rsquo;attualit&amp;agrave;. Mondi in costruzione, inattesi e sospesi nell&amp;rsquo;imperfezione a volte, ma una imperfezione che smuove l&amp;rsquo;immaginazione con intensit&amp;agrave; improvvisa. La rivista &amp;egrave; dedicata alla misura breve, in prosa e in versi. Del resto la nostra tradizione si poggia sul sonetto siciliano cos&amp;igrave; come sulle raccolte di novelle &amp;ndash; dal Novellino al Boccaccio &amp;ndash; che hanno sempre alimentato la nostra fantasia e il nostro senso comune. &amp;Egrave; un&amp;rsquo;opera a pi&amp;ugrave; voci perch&amp;eacute; vuole&#8230;</description>
      <dc:subject>LeInterviste</dc:subject>
      <dc:date>2011-11-17T10:38:23+00:00</dc:date>
    </item>

    <item>
      <title>&#8220;Editori nel pallone&#8221;: per Flaner&#237; sconfitta in semifinale</title>
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      <author>articolo di RedazioneRoma, Spes Artiglio</author>
      <description>S&amp;rsquo;interrompe alle semifinali il cammino di Flaner&amp;iacute; nel torneo &amp;ldquo;Editori nel pallone&amp;rdquo;. &amp;Egrave; il team di Giulio Perrone Editore, infatti, ad aggiudicarsi la vittoria per 5 a 1 e a volare in finale, che disputer&amp;agrave; venerd&amp;igrave; 18 novembre, alle ore 20, contro la squadra di Fazi (9&#45;3 contro Newton &amp;amp; Compton).  Il risultato riflette solo in parte l&amp;rsquo;andamento della gara: per lunghi tratti della partita, infatti, le squadre in campo si sono equivalse e solo l&amp;rsquo;assenza di cambi tra le fila dei flaneriani (out poco giustificati i soliti Laurenti e Franco, assente per motivi disciplinari Negrini) ha fatto s&amp;igrave; che, alla lunga, la compagine di Perrone prendesse il sopravvento segnando ben cinque gol.  Flaner&amp;iacute; esce comunque a testa alta dal torneo: mantenendo il segno positivo nel rapporto reti fatte &#45; reti subite (+3) si dimostra realt&amp;agrave; solida e ben costruita, con l&amp;rsquo;unico rimpianto per le troppe assenze.  Tabellino:  Flaner&amp;igrave; Vs Giulio Perrone Editore 1&#45;5 Marcatori Flaner&amp;iacute;: De Cristofaro  Pagelle:  Luigi &amp;ldquo;Batman&amp;rdquo; Ippoliti: Subisce cinque gol, &amp;egrave; vero, ma ne evita almeno il doppio. Salta, si butta, si immola, senza risparmiarsi mai. Incita i compagni dalla porta, li guida e li sprona ad&#8230;</description>
      <dc:subject>GliEventi</dc:subject>
      <dc:date>2011-11-16T09:48:11+00:00</dc:date>
    </item>

    <item>
      <title>Dal diario di un cane</title>
      <link>http://www.flaneri.com/index.php/flaneri/leggi/dal_diario_di_un_cane/</link>
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      <author>articolo di Andrea VivianiSpirali</author>
      <description>&amp;Egrave; straniante, questo volume. Il percorso oculare &amp;egrave; copertina&#45;titolo&#45;quarta, rapidi a quella nota biografica che (sinistramente) illumina il senso bizzarro di questo esperimento di transfert canino. Letterato di ripiego, in fuga dalla psichiatria (deve esservi qualcosa di vero, in &amp;ldquo;Medico, cura te stesso&amp;rdquo;), contende a Kafka, ma con altre premesse e, francamente, risultati, il primato di bizzarria: l&amp;igrave; scarrafone, qui Fido.  Cozza, questa allegoria, con almeno due locuzioni impresse nella memoria e tanta parte della mia estetica comportamentale: cane morto, dritto dal gergo di caserma (vale &amp;ldquo;nullafacente, disfattista, piagnucolone&amp;rdquo;) e il calabro (di ritorno, per illuminazione postuma) cane malato (vale quasi come sopra, con marcata per&amp;ograve; connotazione d&amp;rsquo;infamia di basso profilo, da taccheggio al discount o sbirciata di d&amp;eacute;collet&amp;eacute; alla donna dell&amp;rsquo;amico). Insomma: se il cane scegli, a rappresentare coscienza d&amp;rsquo;uomo, il suo sguardo orienti al basso ab origine.  Che accade, allora, a questo cane/Everyman? Quello che succede a Mr. Bloom, verrebbe da dire: con la differenza, per&amp;ograve;, che questo cane le prende sempre, e non ha scorciatoie masturbatorie o una moglie psico&#45;logorroica a scaldargli letto e patate.  Non assalta, la voglia di seguire il filo narrativo (finisce male, ovvio); complice l&amp;rsquo;escamotage diaristico, le quasi cento&#8230;</description>
      <dc:subject>InLibreria</dc:subject>
      <dc:date>2011-11-16T09:23:27+00:00</dc:date>
    </item>

    <item>
      <title>Part Lies, Part Heart, Part Truth, Part Garbage, 1982&#45;2011</title>
      <link>http://www.flaneri.com/index.php/flaneri/leggi/part_lies_part_heart_part_truth_part_garbage/</link>
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      <author>articolo di Simone Schezzini</author>
      <description>&amp;ldquo;We all go back to where we belong&amp;rdquo;: tutti noi torniamo nel posto cui apparteniamo recita il titolo del brano inedito che anticipa la corposa raccolta Part Lies, Part Heart, Part Truth, Part Garbage, 1982&#45;2011&amp;nbsp;album di addio dei REM uscito il 15 novembre. &amp;Egrave; infatti un lungo ritorno a casa questo best of e non poteva essere altrimenti dopo 30 anni di carrierae un vasto ed eclettico catalogo a disposizione. L&amp;rsquo;addio &amp;egrave; quindi inevitabilmente lungo (2 ore e mezzo di musica) ma al tempo stesso &amp;egrave; stato anche lento poich&amp;eacute; da anni, ormai, la band di Athens aveva perso, a mio avviso (ma non solo), il suo tocco magico, quello che per pi&amp;ugrave; di un decennio, a cavallo fra il 1983 e il 1996, aveva reso speciale tutto ci&amp;ograve; che aveva creato, dal sorprendente debutto di Murmur (che nel 1983 super&amp;ograve; il pluridecoratoThriller di Michael Jackson nel gradimento della &amp;ldquo;bibbia del rock&amp;rdquo; Rolling Stone) al bellissimo New Adventures in HI&#45;FI (una verasumma di tutta la loro produzione, nonch&amp;eacute; ultimo album come quartetto).  Per questo, quando qualche settimana fa ho letto un&amp;rsquo;&amp;ldquo;ultim&amp;rsquo;ora&amp;rdquo; sui siti dei giornali che riportava la notizia che i tre membri superstiti (il batterista Bill Berry,&#8230;</description>
      <dc:subject>InMusica</dc:subject>
      <dc:date>2011-11-16T08:46:03+00:00</dc:date>
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      <title>Melancholia</title>
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      <author>articolo di Michele Zara</author>
      <description>Ci sono registi talmente folli da non essere compresi dal grande pubblico. Lars Von Trier negli ultimi tempi &amp;egrave; riuscito, a causa delle sue dichiarazioni, a risultare troppo eccentrico. Se poi si toccano argomenti come la Shoah &amp;egrave; facile che la propria carriera possa fare un tonfo, soprattutto se certe opinioni vengono espresse in concorso al festival di Cannes.    Il regista entrato nella storia per Le onde del destino e Dancer in the dark non &amp;egrave; mai stato una persona gradevole, nemmeno con gli attori con cui ha lavorato, che lo hanno sempre descritto come un despota. Il genere da lui inventato (&amp;ldquo;dogma&amp;rdquo;), &amp;egrave; un qualcosa che solo oggi anche gli americani hanno iniziato a fare loro. Girare con la macchina a mano rende molto pi&amp;ugrave; realistiche le inquadrature e da qualche tempo Hollywood ha adottato sempre pi&amp;ugrave; questo metodo per i suoi blockbuster.  Melancholia &amp;egrave; un pianeta che minacciosamente si avvicina alla Terra, e con cui ognuno dei protagonisti del film si deve confrontare. Il film, come di consueto per questo autore, &amp;egrave; diviso in due capitoli, uno per ognuna delle due sorelle protagoniste.  Questa pellicola &amp;egrave; una delle&#8230;</description>
      <dc:subject>AlCinema</dc:subject>
      <dc:date>2011-11-15T14:02:50+00:00</dc:date>
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      <title>Anna Cappelli</title>
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      <author>articolo di Luca ErrichielloRoma, Nuovo Teatro Nuovo</author>
      <description>Poco sotto la parola pronunciata, il gesto che vive nello spazio, c&amp;rsquo;&amp;egrave; l&amp;rsquo;oscurit&amp;agrave; del non detto, che trasuda, si spande e, in fine, inaridisce persino il senso apparentemente oggettivo del suono appena emesso. Dell&amp;rsquo;esplosione di questa contraddizione vive Anna Cappelli, personaggio ideato dal compianto Annibale Ruccello. In questa contraddizione si incarna l&amp;rsquo;attrice Maria Paiato. Strumento essenziale di questa esplosione, miccia e scintilla allo stesso tempo, &amp;egrave; il pubblico. Nulla &amp;egrave; realmente delirante finch&amp;egrave; si &amp;egrave; immersi nel delirio. Nella messa in scena di Pierpaolo Sepe il pubblico &amp;egrave; infatti a tal punto calato in un&amp;rsquo;esistenza alienata da far vacillare persino la capacit&amp;agrave; di giudicarne il senso alterato. Il pubblico, il mondo esterno agli occhi allucinati di Anna Cappelli, &amp;egrave; il presupposto concreto del delirio, eppure ne &amp;egrave; anche l&amp;rsquo;unico giudice, che si arroga il diritto di definire ci&amp;ograve; da cui solo in apparenza &amp;egrave; fuori.  Si tratta di un giudice cos&amp;igrave; compres(s)o nella perdita di senso da sfiorarne paradossalmente tutta la sensatezza. La vita di Anna Cappelli ci tende la mano innocentemente, eppure in questo semplice contatto, in questo semplice racconto, il confine tra le esistenze si assottiglia, fino a perdersi del tutto. Maria Paiato riesce a portare&#8230;</description>
      <dc:subject>InScena</dc:subject>
      <dc:date>2011-11-15T08:39:17+00:00</dc:date>
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