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Altre Narratività

Alla ricerca di nuovi autori per effe #6

Scade il 21 ottobre 2016 il nuovo contest dedicato ai racconti inediti

di Redazione / 13 ottobre

Limite: dal latino limes, confine, linea terminale o divisoria, livello massimo al di sopra o al di sotto del quale si verifica normalmente un fenomeno, impedimento fisico, umano oppure divino.
Questo è il tema da cui lasciarsi ispirare per partecipare alla selezione dei racconti per il prossimo numero di effe – Periodico di Altre Narratività, il #6. Una traccia deliberatamente nebulosa, un concetto il cui significato finale sia determinato in maniera esclusiva dall’autore, dalla sua capacità di interpretare e modulare una sostanza vaga e polisemica fino a renderla una cosa netta, chiara, propria.

La partecipazione al nuovo contest è aperta a tutti, autori giovani, meno giovani, esordienti e no.

I racconti, rigorosamente inediti, devono essere inviati all’indirizzo altranarrativa@flaneri.com, in formato .doc, specificando nell’oggetto della mail titolo, nome e cognome. La lunghezza del racconto deve essere compresa tra le 15.000 e le 40.000 battute. La scadenza del contest è fissata alle ore 23 del 21 ottobre 2016 e la partecipazione è gratuita.

Dopo un’attenta lettura, i testi più meritevoli saranno sottoposti agli editor di 42Linee, lo studio editoriale a cui è affidata la cura redazionale del volume, e pubblicati sul prossimo numero dell’antologia periodica effe e su Altre Narrativitàla sezione di Flanerí dedicata ai racconti brevi.

Per chi ancora non lo conoscesse, effe – Periodico di Altre Narratività è un progetto indipendente che coniuga le narrazioni inedite con la creatività di giovani illustratori, con l’intento di creare una «zona franca» in cui autori meno noti siano sostenuti da scrittori già affermati.

Alcuni degli autori comparsi nei volumi precedenti sono: Riccardo Gazzaniga (Einaudi Stile Libero), Marco Lazzarotto (Indiana), Enrico Macioci (Mondadori), Riccardo Romagnoli (Transeuropa), Paolo Zardi (Neo edizioni), Vins Gallico (Fandango Libri) e Demetrio Paolin (Voland).

Sul sito www.42linee.it trovate i volumi precedenti e l’elenco delle librerie in cui è possibile acquistarli.

 

Per ulteriori informazioni:
redazione@flaneri.com
redazione@42linee.it

 

 

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Altre Narratività

Alla ricerca di nuovi autori per effe – Periodico di Altre Narratività #6

Scade il 21 ottobre 2016 il nuovo contest dedicato ai racconti inediti

di Redazione / 21 settembre

Limite: dal latino limes, confine, linea terminale o divisoria, livello massimo al di sopra o al di sotto del quale si verifica normalmente un fenomeno, impedimento fisico, umano oppure divino.
Questo è il tema da cui lasciarsi ispirare per partecipare alla selezione dei racconti per il prossimo numero di effe – Periodico di Altre Narratività, il #6. Una traccia deliberatamente nebulosa, un concetto il cui significato finale sia determinato in maniera esclusiva dall’autore, dalla sua capacità di interpretare e modulare una sostanza vaga e polisemica fino a renderla una cosa netta, chiara, propria.

La partecipazione al nuovo contest è aperta a tutti, autori giovani, meno giovani, esordienti e no.

I racconti, rigorosamente inediti, devono essere inviati all’indirizzo altranarrativa@flaneri.com, in formato .doc, specificando nell’oggetto della mail titolo, nome e cognome. La lunghezza del racconto deve essere compresa tra le 15.000 e le 40.000 battute. La scadenza del contest è fissata alle ore 23 del 21 ottobre 2016 e la partecipazione è gratuita.

Dopo un’attenta lettura, i testi più meritevoli saranno sottoposti agli editor di 42Linee, lo studio editoriale a cui è affidata la cura redazionale del volume, e pubblicati sul prossimo numero dell’antologia periodica effe e su Altre Narrativitàla sezione di Flanerí dedicata ai racconti brevi.

Per chi ancora non lo conoscesse, effe – Periodico di Altre Narratività è un progetto indipendente che coniuga le narrazioni inedite con la creatività di giovani illustratori, con l’intento di creare una «zona franca» in cui autori meno noti siano sostenuti da scrittori già affermati.

Alcuni degli autori comparsi nei volumi precedenti sono: Riccardo Gazzaniga (Einaudi Stile Libero), Marco Lazzarotto (Indiana), Enrico Macioci (Mondadori), Riccardo Romagnoli (Transeuropa), Paolo Zardi (Neo edizioni), Vins Gallico (Fandango Libri) e Demetrio Paolin (Voland).

Sul sito www.42linee.it trovate i volumi precedenti e l’elenco delle librerie in cui è possibile acquistarli.

 

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Libri

L’ESEMPLARE RIUSCITO E LO SCARTO

A proposito di “La camera oscura di Damocle” di Willem Frederik Hermans

di Claudio Musso / 18 gennaio

Nel 1940 un giovane olandese, dalla vita familiare lastricata di inciampi, passa le proprie giornate dietro il bancone di un negozio di sigari dove si sviluppano anche rullini fotografici, nel tentativo, privo di entusiasmo, di fare qualcosa. Nel perimetro domestico ci sono la poco avvenente cugina, ora sua moglie, che affonda le mani negli incassi dell’attività per godersi la vita alle spalle di un marito diafano, e una madre confusa che ha fatto fuori il padre e che gira per casa, spesso di notte, avvolta da un lenzuolo per spaventare gli altri. Certo non proprio una vita idilliaca per chi, come Henri Osewoudt, il protagonista di questo romanzo, deve confrontarsi da tempo con l’essere non del tutto uomo, per giunta senza particolari qualità, agli occhi degli altri e, in fondo, anche dei propri. La sua bassa statura gli impedisce infatti il servizio militare e, nella mentalità degli anni Quaranta, l’accesso alla virilità, a cui si aggiungono suo malgrado altri difetti come il viso perennemente glabro e una vocina acuta da castrato. Non stupirà dunque se qualcuno, nel corso di questo racconto, lo farà travestire da suora infermiera per fargli passare indenne i blocchi militari.

La successiva occupazione nazista dell’Olanda diventa per Osewoudt un’opportunità per sfuggire alla routine e al solito sé stesso. Quando infatti un giorno entra nel suo negozio un tale Dorbeck, misterioso membro attivo della resistenza, le cose prendono un altro corso. Quest’ultimo somiglia in modo impressionante al protagonista, «come un negativo di una foto è uguale al positivo». Dorbeck chiede a Osewoudt – con quella voce «sonora come una campana di bronzo» che dà l’idea di una sveglia che squarcia il torpore nel quale vive il tabaccaio ma rimarca anche la differenza di mascolinità nonostante la somiglianza fisica – di sviluppare alcuni rulli fotografici che conterrebbero informazioni sui nazisti. Ed è questa la prima delle molte missioni che nel tempo vengono affidate a Osewoudt con messaggi spesso confusi e farraginosi che restituiscono al lettore un’immagine meno eroica e molto improvvisata della resistenza olandese.

Grazie a questo incarico il protagonista esce da una vita ai margini e si mette nei panni di un altro sé, un altro in cui gli si dice di essere. Segue infatti ciecamente gli ordini di Dorbeck perché questi rappresenta il mondo dell’attività, del dominio e dell’avventura che Osewoudt desidera fortemente per ragioni che poco hanno a che fare con il patriottismo. Compie sabotaggi, depistaggi e delitti – che stupiscono per la freddezza e l’abilità dimostrate, data la totale impreparazione – dei quali conosce le motivazioni, ascrivendoli a una generica banalità del bene che richiede il suo contributo. Si comporta insomma come un vero uomo mandando così in frantumi la sua precedente immagine.

In un primo momento si ha l’impressione che Osewoudt agisca come un automa, come un prolungamento di Dorbeck. Quest’ultimo appare quasi una sorta di esorcista dell’io inerme del protagonista, una persona di cui non si può più fare a meno, pena la rinuncia a questa nuova esistenza a contatto con il rischio e a una virilità recuperata. In un secondo momento all’interno delle vicende narrate, ricche di incontri e scontri, avventure, inseguimenti, tradimenti, scambi di persona, il partigiano vero agisce freddo e spietato e quello per caso esegue i compiti assegnati dall’altro immaginandosi già un paio di decorazioni militari una volta finita la guerra. Tuttavia, benché le operazioni avvengano parallelamente, per tutti i personaggi del romanzo – tranne che per il lettore che osserva gli avvenimenti solo attraverso la visuale e la verità di Osewoudt – è solo uno ad agire, data la forte somiglianza, lo stesso che compare sui giornali e sullo schermo dei cinema con tanto di taglia. A complicare poi l’intreccio contribuiscono due fatti: in primo luogo nessuno, tranne il protagonista, ha mai visto Dorbeck, neanche scavando nei segreti dell’intelligence del dopoguerra; in secondo luogo la constatazione che tutti quelli che sono venuti in contatto con Osewoudt, nelle sue varie peripezie e acrobazie, sono finiti nelle mani del nemico tedesco e giustiziati. Ne consegue che, mentre il protagonista ci racconta il suo impegno nella resistenza, con fatti circostanziati e con tanto di interrogatori della Gestapo in quanto in cima alla lista dei ricercati, il mondo intorno a lui lo considera invece un traditore che, protetto dai tedeschi, si insinua nelle cellule partigiane per stroncarle.

In questo romanzo del 1958, pubblicato ora per la prima volta in Italia da Iperborea con la traduzione di Claudia Di Palermo, Willem Frederik Hermans, figura di spicco della letteratura nederlandese, usa la guerra solo come pretesto, come sfondo dal quale raccontare un’esistenza, quella di Osewoudt. Questa viene sottratta all’arbitrio del singolo, trasformata nel suo contrario e infine condannata per ciò che non ha fatto con la messa in dubbio delle proprie verità. Ci troviamo dunque di fronte a un testo «innamorato del reale e allo stesso tempo sedotto dall’improbabile e dalla stranezza» – nelle parole di Milan Kundera –, che si presenta come metafora di un individuo che, gettato nel mondo, compie azioni assurde che in ultima istanza gli si ritorcono contro. E come risuona profetico quel brano letto a scuola da Osewoudt nell’ilarità generale:

«Per giorni vagò con la sua zattera, senza bere. L’acqua dell’oceano era salata e lui moriva di sete. Odiava quell’acqua che non poteva bere. Ma quando la zattera fu colpita dal fulmine e prese fuoco, raccolse con le mani l’odiata acqua per cercare di spegnere l’incendio!»

Quando Osewoudt passerà da prigioniero dei tedeschi a prigioniero degli Alleati, benché invochi il nome di Dorbeck e il suo intervento a dirimere la questione, prova «l’impressione di vivere in un altro mondo in cui nessuno mi può credere». Il disorientamento è dunque destabilizzante per chi ha aperto la camera oscura non solo del suo retrobottega per sviluppare rullini contro i tedeschi ma anche del proprio animo per rendere realtà il suo nuovo io. Come destabilizzante è essere un novello Damocle che, vestiti i panni di un uomo più forte – in fondo dell’uomo che ha sempre voluto essere –, sente la minaccia della spada appesa sopra la propria testa quando la ricerca dell’onnipotenza, quasi nietzschiana, è strettamente connessa con l’autodistruzione.

Le letterature si parlano. La vita è quella che è, ci suggerisce Hermans, inutile dibattersi o ribellarsi a una sorte dai meccanismi incomprensibili (in altri testi dall’autore definiti “sadici”) di cui si è prigionieri con lacci che stringono quando si tenta di scioglierli e dove «tutta la lotta è un viaggio nell’oscurità dove il senso delle cose svanisce», sempre nelle parole di Kundera. Inoltre sembra che la verità sia solo una questione di interpretazioni e di combinazioni casuali di dettagli, come i numerosi faldoni pieni di fogli volanti a carico che Osewoudt si vede sbattere in faccia durante gli interrogatori. E la verità degli altri, del tutto arbitraria ma accettata come una colpa, richiama quella che troviamo nelle vicende di Karl Rossmann in America di Franz Kafka: il protagonista del romanzo prima viene licenziato in tronco con accuse che proliferano impazzite, incapace di difendersi, e poi diventa schiavo a casa di Delamarche, incapace di ribellarsi.

Il romanzo ci introduce in un’atmosfera generalmente fredda e distante nella quale la presenza nazista tra la popolazione non viene percepita come un corpo spurio ma come parte integrante di una nuova quotidianità che va per conto proprio, elemento che rimarca da parte di Hermans il paradosso olandese durante la Seconda guerra mondiale. Il narrato è brillante e punteggiato da personaggi dinamici e da eventi che si susseguono rapidamente con un ritmo talmente veloce da non lasciare tregua al lettore. Hermans apre le proprie pagine dentro la testa di Osewoudt perché è lì che avviene tutto, è lì il deposito da cui partono i binari sui quali corrono le vicende, il crocevia in cui si confondono colpa e innocenza, verità e inganno, il punto cieco in cui il protagonista decide di essere come Dorbeck, chiede la sua ammissione all’umanità, benché questo sia: «Più o meno quello che succede nelle fabbriche: ogni tanto esce un prodotto con un difetto, allora ne fanno un altro e scartano l’esemplare malriuscito… Solo che io non sono stato scartato, pure se difettoso ho continuato a esistere. E non me n’ero mai reso conto, finché non ho incontrato Dorbeck. Allora ho capito. Ho capito che lui era l’esemplare riuscito, che a paragone di quell’uomo non avevo motivo di esistere, e l’unico modo per rendermi accettabile era fare per filo e per segno come mi diceva. Ho fatto tutto quello che mi ha chiesto, ed è stato parecchio».

Questo testo è una psicomachia senza requie. Perché saremo sempre dibattuti dal dubbio se Dorbeck sia esistito realmente o solo nella testa di Osewoudt. Ancora oggi la critica si interroga e si divide su questo punto, sottolineando elementi a suffragio di una o dell’altra tesi. Ma concentrarsi troppo sul primo personaggio ci fa dimenticare il secondo. Nel testo, difficile non coglierlo, ribolle infatti sotterraneo – a conferma delle molte riflessioni che questo romanzo suggerisce, aldilà della sua patina thriller – un tema molto moderno: l’identità di genere, quella di chi è imprigionato nel proprio aspetto da tutta la vita, un aspetto dal quale vuole scappare. E forse serve a poco chiedersi: Dorbeck, dove sei?

 

(Willem Frederik Hermans, La camera oscura di Damocle, traduzione di Claudia Di Palermo, Iperborea, 2022, 448 pp., euro 19,50, articolo di Claudio Musso)
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Libri

Di scrittura e di memoria

A proposito di “La Triomphante” di Teresa Cremisi

di Manuela Altruda / 11 gennaio

«Sono nata ad Alessandria d’Egitto, sull’altra riva del Mediterraneo. Non ho deciso di scrivere per dar sfogo alla nostalgia. Soltanto i luoghi riescono a scatenare dentro di me tempeste violente, ma la nostalgia è un sentimento che non amo coltivare. Sono una persona pratica, con i piedi per terra».

Non esiste scrittura senza memoria e viceversa. Chi scrive sa bene – inutile negarlo, salvo rare eccezioni – che tra le sue pagine si nasconderà sempre un gesto, un ricordo, una parola che appartiene al passato e che, volente o nolente, si paleserà in quell’atto così intimo e al tempo stesso violento. Ciò accade con smentita dello scrittore o della scrittrice di turno nel più dichiarato romanzo di finzione, e con meno tentativi di diniego in un memoir o in un testo di autofiction – questo genere tanto inflazionato quanto misterioso sul quale in molti hanno ancora le idee confuse.

La memoria è alla base della scrittura e ne è uno strumento imprescindibile. Ma chi scrive può davvero fidarsi dei suoi ricordi? E se la risposta è si, allora cosa è reale? In sostanza: chi scrive può piegare la memoria o è l’esatto opposto? È ovvio che non esista una risposta certa e scientifica, ma chi legge – per diletto o per mestiere – può comunque indagare e provare a capire fino a che punto la memoria inganni e devii il modo di raccontare una storia.

Questo vale anche per le memorie editoriali: memoir, lettere, testi, dialoghi lasciati da figure che hanno fatto la storia dell’editoria italiana del Novecento, da Calvino a Vittorini, da Ginzburg a Pavese, e così Livio Garzanti, Valentino Bompiani, fino all’ultima fatica di Gian Arturo Ferrari.

Se molte volte questo genere di testi mira a mettere sotto i riflettori il lavoro di uomini e donne già celebri, nel memoir di Teresa Cremisi La Triomphante (apparso per la prima volta nel 2016 per Adelphi, nella traduzione di Lorenza Di Lella e Francesca Scala, e ora in commercio in una nuova edizione tascabile), la propensione all’apologia è molto lontana. Teresa Cremisi è stata braccio destro di Antoine Gallimard e direttrice editoriale della maison Gallimard per diciannove anni, poi presidente e CEO delle edizioni Flammarion fino al 2015 (riunendo Flammarion, J’ai lu, Casterman, Autrement e Fluide glacial) e oggi, dal 2021, dopo la morte di Roberto Calasso, è presidente di Adelphi. Inoltre fa parte del consiglio di amministrazione del Musée d’Orsay e della Bibliothèque nationale de France. Eppure in questo libro non c’è una sola parola che faccia intravedere tutto ciò: non ci sono grandi nomi o grandi incarichi, solo una donna che ha cambiato città, lavoro – passando di azienda anonima in impresa sconosciuta – e inevitabilmente sé stessa.

L’autrice ha settant’anni quando scrive La Triomphante, un memoir diviso in quattro atti – Mattina presto, Tarda mattinata, Pomeriggio, Nove di sera – in cui tutto scorre come in un’opera lirica. Con fare da contralto la voce di Teresa racconta al lettore gli affetti, le delusioni, ma anche le incertezze di una vita da migrante. In chiusura – Mezzanotte e mezza – c’è una poesia intitolata Dalle nove di Constantinos Kavafis, poeta originario anch’egli di Alessandria. Non è un caso l’accostamento alla lirica perché il titolo sembra un rimando convinto alla Juditha triumphans di Antonio Vivaldi, l’unico oratorio sopravvissuto dei quattro – il numero quattro che ritorna – scritti dal compositore veneziano. L’oratorio viene citato nel libro a metà della narrazione e se in un primo momento sembra chiarire la scelta di questo titolo ermetico e sfuggente, è la stessa autrice a smentire in seguito le conclusioni affrettate del lettore: «Dopotutto Giuditta aveva trionfato solo su Oloferne, ubriaco fradicio e innamorato».

In quest’opera Cremisi mette ordine tra i ricordi e prova a colmare i vuoti di memoria, come quando tentava di ricostruire le storie nascoste dietro cartoline d’epoca trovate in una vecchia scatola da scarpe nel negozio di un rigattiere ad Avignone. Nata nel 1945 ad Alessandria d’Egitto, cresce negli anni della crisi del canale di Suez, in un contesto familiare multiculturale: suo padre era un imprenditore italiano, sua madre una scultrice spagnola e italo-inglese, Teresa frequenta il collegio cattolico francese di Nostra Signora di Sion. Intorno ai dieci anni si rende conto che la sua condizione non è la normalità ad Alessandria: possedere diversi passaporti – quello svizzero era considerato «il massimo dello chic» –, vivere in palazzi un po’ stile Haussmann un po’ Art déco, essere in vacanza già a marzo in Svizzera e poi ad Antibes nei mesi più caldi, spostarsi in Chevrolet e non con il «treno dei poveri», si tratta di privilegi per pochi.

Le rivolte del Cairo del 1952 furono spia di qualcosa che stava cambiando, ma è nel 1956 che i Cremisi sono costretti a lasciare quella vita effimera per scappare da ciò che sarebbe venuto dopo. Se fino a quel momento i viaggi sono stati simbolo di una vita agiata, dopo il 56’ si trasformano in necessità. La prima tappa dell’epopea dei Cremisi è Roma.
«Perché proprio Roma? Per mia madre era evidente: per via del nostro passaporto italiano e dei rapporti d’affari di mio padre».

Qui la famiglia acquista un appartamento in fondo a via Nomentana, all’epoca margine estremo della città, inizio o fine di essa, a seconda dei punti di vista. In questi anni c’è di buono che la madre riesce a farsi notare come artista, grazie anche all’appoggio di un noto scultore del tempo, Pericle Fazzini, conosciuto alla Biennale di Venezia. Acquistano una Fiat seicento verde oliva per esplorare le spiagge del litorale laziale così come facevano in Egitto. L’illusione di serenità dura però poco: il 26 luglio del 1956 il presidente Nassar annuncia la nazionalizzazione del canale di Suez, e l’azienda di cui è socio il padre di Teresa è in gravi difficoltà. Ancora una volta la loro storia va di pari passo con quella dell’Egitto, ancora una volta sono costretti ad andare via. Teresa legge I sette pilastri della saggezza di Lawrence e, come è solita fare, cerca di farsi coraggio leggendo. Prossima tappa: Milano.
«Non sapevamo bene dove si trovasse Milano. Al nord, vero?»

Nei primi mesi alloggiano in un hotel alle spalle del Duomo, l’Albergo Rosa; il padre riesce a ottenere un lavoro grazie a un conoscente di Alessandria mentre la madre trova un nuovo appartamento facendo oscillare un pendolo su una vecchia mappa della città; la giovane Teresa si iscrive a scuola in un convento di suore marcelline e il suo migliore amico e consigliere è lo stendhaliano conte Mosca. Poi ci sarà l’università, la laurea in Lingue, e il primo impiego in una redazione di un giornale grazie a un pezzo di critica teatrale – anche se il suo obiettivo è la politica interna. Ma il traguardo sarà diverso e inaspettato: direttrice della tipografia del giornale per molti anni e codirigente del gruppo editoriale insieme al delfino dell’azienda, il figlio del direttore. Crede – come sempre accade con i primi impieghi – di aver trovato il lavoro della sua vita, ma ci saranno momenti di grande sconforto e pentimento. In quei casi va in un supermercato, il suo preferito è la Upim di corso Vercelli. Intanto Teresa perde la madre che prima di morire ha avuto la lucidità di attuare il suo piano di damnatio memoriae della famiglia: aiutata da una qualche domestica corrotta distrugge foto, lettere e ricordi. Sopravvive all’operazione una foto degli anni egiziani, ritrovata solo dopo la morte del padre. Un feticcio della memoria o un appiglio.

È un momento complesso caratterizzato dall’insoddisfazione nei confronti dell’Occidente idealizzato come concetto, solo «una grigia omologazione ottenuta a furia di impegno e rinunce», e dallo spaesamento. È ancora un libro a chiarirle le idee: Conrad le suggerisce di andare oltre la sua linea d’ombra e Teresa si trasferisce a Parigi, terra della lingua materna – lingua delle origini, degli anni felici e non a caso scelta anche per la scrittura di questo testo. Nel racconto degli anni francesi viene fuori con forza un tema che torna in tutta la narrazione: la lingua, quella salvata in senso canettiano, è considerata l’unico mezzo possibile per integrarsi. Solo la lingua ci fa appartenere. Il francese di Teresa è ancora lì, nella sua memoria, ma è quello della madre, un vocabolario datato da manuale scolastico che lei cerca di aggiornare ascoltando tutto ciò che la circonda. Apprendere, assimilare. È così che dopo anni si convince di essere pronta per richiedere la cittadinanza francese nonostante le sedici pagine di documentazione da compilare e un test attitudinale impossibile da sostenere.

All’identità linguistica si affianca la ricerca di quella religiosa. Teresa si fa battezzare da bambina senza troppa convinzione e solo perché le sue compagne di classe sono cristiane. Arrivata a Parigi chiunque incontri dà per scontato che sia ebrea. Del resto «gli ebrei d’Alessandria sono il sale della terra», come faceva a non rendersene conto?

Dopo lunghi anni il legame con Parigi sembra vacillare, così Teresa decide di passare alcuni mesi dell’anno in un piccolo borgo sul mare. Qui il lettore scopre che la Triomphante non è Giuditta, l’eroina biblica che ha trionfato con l’inganno, ma una corvetta dell’Ottocento oggetto di un disegno di Édouard Jouneau, un felice ritrovamento dell’autrice presso un antiquario parigino. Tutto sembra più chiaro: Teresa è nata dal mare e al mare ritorna, nella piccola Atrani: «Ho un’immaginazione portuale» scrive nella prima riga di questa opera meravigliosa, e dopo averla letta nulla ci sembra più vero e sincero. Nonostante la dichiarazione di non scrivere per dare sfogo alla nostalgia, questo libro, fatto di parole semplici ma scelte con cura – un lessico che ricorda quello famigliare di Natalia Ginzburg –, profuma di mare, di carta e di vecchie foto ritrovate in un mercatino delle pulci. Questo libro sa di memoria, reale o ingannevole che sia.

 

(Teresa Cremisi, La Triomphante, trad. di Lorenza Di Lella e Francesca Scala, Adelphi, 2022, 185 pp., euro 12, articolo di Manuela Altruda)
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Libri

Federico Caffè, ovvero l’alternativa inascoltata

“Una civiltà possibile” di Thomas Fazi

di Marco Di Geronimo / 9 gennaio

«Se [quanto scrivo] non basterà a modificare le cose, servirà almeno a chiarire, per futura memoria, che una alternativa inascoltata è sempre esistita nel nostro Paese». In due righe, Federico Caffè riassumeva così il compito di un’esistenza intera. Una vita di sforzi intellettuali per un’Italia diversa, rispettosa della dignità dell’uomo, intransigente con la grande finanza distruttiva. Thomas Fazi ha reso onore al pensiero di Caffè con un volume divulgativo, da qualche mese in libreria con Meltemi: Una civiltà possibile.

Un libro pregevole con cui l’autore scandaglia tutta l’opera dell’economista facendola costantemente dialogare con il maestro John Maynard Keynes, con gli avversari accademici e con gli attori politici che hanno ancorato l’Italia a politiche di tutt’altro segno. Ne emerge un Caffè poliedrico: rigorosissimo nelle analisi intellettuali, polemico negli articoli per il manifesto, sempre elegante in ogni suo scritto (si sente la distanza dai toni sguaiati del dibattito di oggi, a cui sovente non si sottrae nemmeno lo stesso Fazi). Ma emerge soprattutto la passione politica del Professore abruzzese: l’amore per l’uomo, la considerazione per il suo lavoro, il dovere morale di lottare contro l’oligarchia che lo opprime.

Fazi ricostruisce il retroterra scientifico e culturale di Caffè e sottolinea la portata rivoluzionaria della Teoria keynesiana, che serviva a costruire (per bocca dello stesso Keynes) un «socialismo liberale» (oggi diremmo democratico). Tutt’altro che un modo di salvare il capitalismo da sé stesso, come a volte viene rappresentata. Nelle pagine del primo capitolo se ne respira l’influenza sulle classi dirigenti degli anni Quaranta: Caffè studia a Londra mentre al numero 10 di Downing Street si insedia il determinatissimo laburista Clement Attlee. Ma è anche un tempo dalle forti contraddizioni, con le sinistre italiane già sedotte dalla «suggestione dell’appello al mercato», e il circolo dei dossettiani, invece, permeabile alle novità d’Oltremanica.

In questo scenario comincia la carriera di Federico Caffè, «il più keynesiano degli economisti italiani». Grazie a una sapiente scelta narrativa, Fazi lo mostra sempre in guerra contro la deriva neoliberale dell’economia italiana, spesso in polemica con le sinistre politiche. Si parte da un fugace riferimento a Togliatti, paladino della lotta all’inflazione, e si arriva a una lettera di Caffè a Berlinguer in cui si perora la piena occupazione. Nel mezzo, l’affascinante contestazione da sinistra al sistema delle partecipazioni statali, del quale Caffè criticava «l’intelaiatura “privatistica”» si accompagna comunque alla strenua difesa del welfare state e dell’intervento pubblico in economia, sostenuta sulla scorta degli insegnamenti di William Beveridge. Uno studioso militante, perfettamente consapevole dell’orientamento politico che inevitabilmente influenza qualsiasi economista, il quale non è uno scienziato, ma un uomo che trae dall’osservazione dei fatti i suoi personali «criteri di desiderabilità».

Dopo una brillante prima parte di taglio teorico, le pagine centrali del volume sono dedicate alla grande crisi degli anni Settanta. Epoca di gravissime turbolenze economiche, innescate – non troppo diversamente da ora – da una crisi petrolifera di origine geopolitica, difficili da gestire e da comprendere con i soli insegnamenti di Keynes. L’inflazione, fuori controllo per il boom dei prezzi dell’energia, divenne il perno del dibattito e fu addebitata alle rivendicazioni dei lavoratori. Una trappola perversa, che produsse le teorie del «vincolo esterno», dell’«eccesso di democrazia», e perfino della «crisi fiscale dello Stato», elaborata dal marxista James O’Connor, iniziatore suo malgrado della rottamazione del pensiero interventista.

Fazi dipinge un Caffè consapevole della posta in gioco che, sconcertato dall’arretramento del dibattito, denuncia senza mezzi termini «la riaffermazione di un liberismo economico che spesso confonde la valorizzazione dell’iniziativa individuale con la salvaguardia a oltranza delle posizioni privilegiate». Ben diversa la ricetta da seguire: muovere verso la socializzazione di una larga fetta degli investimenti (nella scia dell’amato Keynes, ma in fondo anche di Polanyi), costruire uno Stato al servizio dell’uomo, che ponga al primo posto la piena occupazione, avvalersi senza timore di un sistema dei cambi flessibili.

Una civiltà possibile si chiude proprio con un’ampia riflessione sul rigido sistema monetario europeo, l’antenato dell’euro, che Fazi ricollega ai «sacrifici senza contropartite» che il PCI decise di gestire insieme alla DC. In un momento delicato per la Repubblica Italiana, nasce il compromesso storico berlingueriano, appoggiato dal sindacato di Luciano Lama e Bruno Trentin. La reazione di Caffè è dura: l’economista chiede se sia ancora lecito parlare di protezionismo economico, e denuncia una «sinistra subalterna che, per andare o restare al governo, rimette al passo le forze del lavoro senza ottenere sostanziali trasformazioni economiche». In questo humus culturale matura la scelta dell’Italia di aderire allo SME, nonostante i rischi di germanizzazione della nostra industria, e alle politiche di austerity del Piano Pandolfi.

Contro tutto questo Caffè combatté una battaglia faticosa, nella quale subì pesanti contraccolpi personali. Preso di mira dalla stampa, con lui polemizza anche Padoa-Schioppa, mentre i suoi allievi Baffi e Sarcinelli (ai vertici di Bankitalia) sono travolti da una macchinazione giudiziaria legata al crack del Banco Ambrosiano che li fa estromettere dagli incarichi dirigenziali, nell’interpretazione di Fazi anche per favorire l’ingresso italiano nello SME. È una sconfitta per il keynesismo. Caffè, pochi anni più tardi, depresso per gli eventi politici e per la pensione che lo priva della gioia dell’insegnamento, sparirà nel nulla senza lasciare traccia.

Breve, di agevole lettura ma profondo, Una civiltà possibile è un libro affascinante, ben costruito, ricco di riferimenti, impreziosito da una miriade di citazioni di Caffè e di molti altri protagonisti del dibattito economico italiano. Un’opera che gronda passione politica e che mostra la forza intellettuale e trasformativa del pensiero interventista in economia.

Negli anni, Thomas Fazi è stato tacciato di sovranismo, di vicinanza ai no-vax, di estremismo dal colore indefinito. Il lettore non troverà niente del genere in questa biografia intellettuale perlopiù onesta e rigorosa, scritta senza conformare – se non di rado – il passato alle idee del presente. Può capitare, qua e là, di incappare in qualche comparsata apparentemente immotivata di Mario Draghi, allievo di Caffè che il saggista evoca con ironica malizia proprio per misurarne lo scostamento dal pensiero del maestro. Il vero punto debole è lo spazio che Fazi, noto per le sue aspre critiche all’euro, riserva allo SME, sproporzionato rispetto alla scarsa mole e portata delle osservazioni in materia di Caffè; e infatti sono soprattutto altri i protagonisti intellettuali che Fazi cita e muove tra quelle pagine. A parte questo dettaglio non proprio trascurabile, il suo è un lavoro importante, che ricorda all’Italia e alle sue classi dirigenti il senso di un impegno intellettuale e politico per un mondo nuovo, purtroppo controcorrente rispetto ai suoi e ancor più ai nostri tempi. Eppure, a dispetto di inutili e idioti determinismi ex post, un’altra civiltà è sempre possibile.

 

(Thomas Fazi, Una civiltà possibile. La lezione dimenticata di Federico Caffè, prefazione di Luciano Barra Caracciolo, Meltemi, 2022, pp. 216, 18 euro. Articolo di Marco Di Geronimo)

 

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Libri

Cosa è successo negli ultimi mesi in editoria

#1 ottobre-novembre-dicembre 2022

di Alberto Paolo Palumbo / 23 dicembre

Lo scorso settembre è ritornata per Flanerí la rubrica DietroLeQuarte, con l’idea di tracciare una cartografia dei principali avvenimenti dell’editoria nostrana e non. In questo nuovo articolo si parlerà di quanto successo fra ottobre, novembre e dicembre, periodo in cui non sono mancati premi letterari, fiere e uscite editoriali che sicuramente faranno parlare di sé nei mesi a venire.

Iniziamo ricordando due anniversari importanti che hanno avuto luogo nel mese di novembre e dicembre. Il 16 novembre, infatti, avrebbe compiuto cento anni l’autore portoghese José Saramago, Premio Nobel per la Letteratura nel 1998. In occasione di questo anniversario, che si festeggerà con convegni e presentazioni dedicati all’autore di Azinhaga in tutta Italia, Feltrinelli – editore storico di Saramago – ha pubblicato per la prima volta in italiano la sua opera prima La vedova, uscita in portoghese nel 1947 con il titolo Terra del peccato, e l’album fotobiografico I suoi nomi. Per La Nuova Frontiera sono state pubblicate le Lezioni italiane, volume curato da Giorgio De Marchis che raccoglie per la prima volta tutte le lezioni che Saramago ha tenuto nell’arco di vent’anni in giro per l’Italia fra festival, università e teatri. Il 14 dicembre, invece, è stato il centenario della nascita di Luciano Bianciardi, autore e traduttore originario di Grosseto. Per quest’ultima occasione Feltrinelli ha ripubblicato in un unico volume dal titolo Trilogia della rabbia le sue tre opere più famose: La vita agra, L’integrazione e Il lavoro culturale. A Bianciardi è stato dedicato anche il Premio Luciano Bianciardi, organizzato da Fondazione Bianciardi e Giangiacomo Feltrinelli Editore, il cui primo vincitore, annunciato al Teatro degli Industri di Grosseto il 14 dicembre, è stato Antonio Moresco.

Quanto alle fiere e ai festival, a cavallo fra fine settembre e gli inizi di ottobre ha avuto luogo Book Pride, fiera dedicata all’editoria indipendente che si è svolta quest’anno al Palazzo Ducale di Genova, e ha avuto come ospiti internazionali il Premio Pulitzer Joshua Cohen, Clementine Hanael, Jon Bilbao, i vincitori del Premio Strega Europeo Amélie Nothomb e Mikhail Shishkin. Se dal 16 al 18 ottobre ha avuto luogo a Roma il Salone dell’editoria sociale, dal 28 al 29 ottobre, invece, è stata realizzata l’ottava edizione di Ricomincio dai Libri, con sede a Napoli. BookCity si è svolto a Milano dal 16 al 20 novembre con ospite in apertura alla fiera il norvegese Karl Ove Knausgård, mentre il 16 novembre è iniziata la tredicesima edizione di Presente Prossimo, in provincia di Bergamo. Dicembre, invece, ha visto il ritorno di Più Libri Più Liberi a Roma, con protagonisti autori internazionali come Azar Nafisi, Claudia Rankine, il Premio Goncourt 2021 Mohamed Mbougar Sarr, il Deutscher Buchpreis 2019 Saša Stanišić e Kader Abdolah.

Notizie importanti da segnalare sono la nomina di Giulia Ichino a responsabile editoriale della narrativa e della saggistica italiana per Bompiani, e quella di Ricardo Franco Levi a presidente della Federazione degli Editori Europei (FEP) . Nicola Lagioia ha invece annunciato sui social di non ricandidarsi più alla direzione del Salone del Libro di Torino. Sono inoltre stati annunciati i nuovi curatori di Book Pride, che saranno lo scrittore e finalista del Premio Strega 2022 Marco Amerighi e la giornalista Laura Pezzino.

Il mese di ottobre, inoltre, ha visto l’arrivo di una nuova casa editrice: si tratta di Accento Edizioni, nata da un’idea di Alessandro Cattelan e il cui direttore editoriale è Matteo B. Bianchi. La casa editrice articolerà la sua offerta editoriale in tre collane: “Accento Acuto”, dedicata agli esordienti italiani, “Accento Grave”, agli autori e ai libri da riscoprire, e “Dieresi”, alla saggistica. I primi titoli sono stati: Tutto ciò che poteva rompersi di David Valentini, Senza respiro di Raffaella Mottana e Manuale di caccia e pesca per ragazze di Melissa Bank, ripubblicato con prefazione di Paolo Cognetti dopo la prima edizione Sperling & Kupfer. A novembre, invece, è stata inaugurata la collana di microfinzioni glossa per pièdimosca, a cura di Carlo Sperduti, con l’antologia Multiperso e Statue linee di Marco Giovenale, mentre attraverso il loro marchio Coppola Editore i tipi di Marotta & Cafiero hanno iniziato il rilancio dei titoli di Biplane Edizioni, casa editrice brianzola che ha chiuso i battenti recentemente, con la ripubblicazione di Il vento non si arrende di Elisa Bedoni.

Passiamo ai premi letterari. Il 26 ottobre è stata annunciata la nascita del Premio Strega Poesia, che verrà assegnato per la prima volta a ottobre 2023 con l’annuncio della cinquina finalista a maggio. Dopo il successo del Premio Campiello, Bernardo Zannoni, con I miei stupidi intenti, si è aggiudicato a ottobre il Premio Severino Cesari e a novembre il Premio Fiesole under 40. Il 19 novembre, invece, sono stati assegnati il Premio Letterario Massarosa, andato a Nikolai Prestia con il suo debutto Dasvidania (Marsilio), e il Premio Letteratura d’Impresa, vinto invece da Veronica Galletta con Nina sull’argine (minimum fax). A dicembre lo scrittore astigiano Gian Marco Griffi ha vinto il Premio Mastercard con Ferrovie del Messico, eletto anche libro dell’anno da Fahrenheit, la trasmissione radiofonica di Radio 3. Sempre a dicembre sono stati annunciati i vincitori del Premio Napoli: Titti Marrone ha vinto la sezione narrativa con Se solo il mio cuore fosse pietra (Feltrinelli); Valerio Magrelli ha trionfato in quella di poesia con Exfanzia (Einaudi); Enzo Traverso, infine, si è aggiudicato la sezione di saggistica con Rivoluzione 1789-1989 (Feltrinelli).

Quanto ai premi stranieri, va prima di tutto menzionato il Premio Nobel per la Letteratura, andato quest’anno a Annie Ernaux, pubblicata in italiano dalla casa editrice romana L’orma. Altri premi da segnalare sono il Premio Planeta, assegnato a Luz Gabás con Lejos de Luisiana, il Deutscher Buchpreis, andato a Kim de L’Horizon con Blutbuch, vincitore a novembre anche dello Schweizer Buchpreis e in via di traduzione per il Saggiatore, e il Booker Prize, vinto dal cingalese Shehan Karunatilaka con The Seven Moons of Maali Almeida, che verrà tradotto da Fazi Editore. A novembre è stato assegnato il National Book Award for Fiction a Tess Gunty con The Rabbit Hutch e il National Book Award for Translated Literature a Samanta Schweblin con Sette case vuote, edito da noi presso Sur. Il primo novembre, inoltre, è stato assegnato anche il Nordic Council Literature Prize, che è andato alla danese Solvej Balle per Om udregning af rumfang, un ciclo di sette libri che NN Editore inizierà a pubblicare dall’anno prossimo. Il 3 novembre, infine, si è aggiudicata l’ultima edizione del Premio Goncourt Brigitte Giraud, autrice già nota al pubblico italiano (i suoi libri sono stati tradotti precedentemente da Guanda), con Vivre vite.

Passando alle novità editoriali, quelle in traduzione hanno visto grandi ritorni in libreria e la pubblicazione di autori destinati a raccogliere il consenso di molti lettori italiani. A ottobre è uscito per La nave di Teseo Melancolia, raccolta di tre racconti del romeno Mircea Cărtărescu, mentre Racconti Edizioni ha pubblicato Come scrivere un racconto. Un libro di narrativa di Gordon Lish, celebre editor di Raymond Carver. Einaudi ha invece portato in libreria la biografia di Philip Roth scritta da Blake Bailey e molto chiacchierata per le accuse di molestie sessuali a carico del suo autore. Si segnala, inoltre, il ritorno dell’ungherese László Krasznahorkai per i tipi di Bompiani con Herscht 00769, e quelli per Feltrinelli di Dave Eggers con The Every, sequel di Il cerchio, e di Enrique Vila-Matas con Questa bruma insensata. Per Neri Pozza è tornato invece Amitav Ghosh, con La maledizione della noce moscata. Da segnalare, inoltre, l’uscita per Alter Ego Edizioni di Quaderno ideale di Brenda Lozano, per Pidgin di Mi ricorderò di te di Mary South e per Safarà di Corteo di ombre di Julián Rios. Anche novembre non è stato da meno: in quota Feltrinelli ci sono stati dei grandi ritorni: Karl Ove Knausgård con La stella del mattino e Jonathan Coe con Bournville. Altre pubblicazioni degne di nota sono state quelle di Paul Auster per Einaudi con Ragazzo in fiamme, biografia romanzata dello scrittore americano Stephen Crane, di Ken Kalfus per Fandango con Le due del mattino a Little America, di Donald Barthelme con il volume di tutti i racconti per minimum fax con prefazione di George Saunders, e di Joseph Zoderer, autore altoatesino di lingua tedesca scomparso lo scorso giugno e pubblicato in precedenza da Einaudi e Zandonai, che La nave di Teseo rilancia a partire dal suo ultimo romanzo L’inganno della felicità. Da segnalare, inoltre, la pubblicazione per il Saggiatore di I dipendenti della poetessa danese Olga Ravn, finalista all’International Booker Prize nel 2021 e semifinalista al National Book Award for Translated Literature di quest’anno; di Punacci, storia di una capra nera (Utopia Editore) di Perumal Murugan, autore di lingua tamil per la prima volta edito in Italia; di Piccole cose da nulla di Claire Keegan (Einaudi), finalista al Booker Prize di quest’anno; di Canta ancora, ragazza di Jacqueline Roy (Giulio Perrone Editore), con prefazione di Bernardine Evaristo, vincitrice del Booker Prize nel 2019 in ex aequo con Margaret Atwood. A dicembre il Saggiatore ha pubblicato i racconti dello scrittore polacco Witold Gombrowicz in un volume dal titolo Bacacay, curato da Francesco M. Cataluccio, mentre Pidgin ha dato alle stampe Darryl di Jackie Ess, e La nave di Teseo I bambini indaco di Clemens J. Setz, scrittore austriaco vincitore del Premio Büchner nel 2021. Utopia Editore ha riportato poi in libreria Hassan Blasim con Il Cristo iracheno. Da segnalare, infine, la pubblicazione da parte di readerforblind di 1849. Liliana e altri racconti, volume contenente i racconti dello scrittore polacco Premio Nobel per la Letteratura nel 1905 Henryk Sienkiewicz.

Quanto alle pubblicazioni italiane, a ottobre non sono passate inosservate Black Tulip, romanzo postumo di Vitaliano Trevisan e Tasmania di Paolo Giordano, entrambe edite da Einaudi. Si segnalano, inoltre, l’inizio della ripubblicazione delle opere di Ottiero Ottieri per Utopia Editore con Contessa, il ritorno di Jacopo Barison per Fandango con Autofiction e quello dei Wu Ming con Ufo 78 per Einaudi. Sono di nuovo in libreria, inoltre, Veronica Tomassini per La nave di Teseo con L’inganno, Filippo Polenchi per la collana L’invisibile di Industria & Letteratura con La casa in fiamme e Giulia Caminito per Giulio Perrone Editore con Amatissime. Importante è anche il progetto di ripubblicazione delle opere di Fausta Cialente iniziato da nottetempo con Un inverno freddissimo. A novembre, invece, sono tornati in libreria Andrea De Carlo per La nave di Teseo con Io, Jack e Dio, Gian Arturo Ferrari per Marsilio con Storia confidenziale dell’editoria italiana, Francesca Mattei per Zona42 con la novella Gli stessi occhi e Tommaso Pincio per Giulio Perrone Editore con Diario di un’estate marziana. Quanto alla saggistica, si segnala, invece, il ritorno di Andrea Cortellessa per i tipi di Argolibri con Filologia fantastica. Ipotizzare, Manganelli, volume che raccoglie tutti i saggi che il critico romano ha dedicato a Giorgio Manganelli e che è stato pubblicato in occasione del centenario della nascita dell’autore. A dicembre, invece, vanno segnalate le pubblicazioni di Davide Orecchio con Qualcosa sulla terra per Industria & Letteratura e delle poesie di Laura Pugno per Hacca Edizioni con Melusina.

 Anche questa volta, a conclusione del nostro excursus sulle novità editoriali, vogliamo dedicare uno spazio agli esordienti. Iniziamo parlandovi della XXXV edizione del Premio Calvino: sei dei titoli di quest’ultima edizione hanno trovato già un editore disposto a pubblicarli nei mesi a venire. Il romanzo vincitore, I calcagnanti di Nicolò Moscatelli, sarà pubblicato da La nave di Teseo, mentre Quasi niente sbagliato di Greta Pavan, menzione speciale della giuria, è stato accolto da Bollati Boringhieri. L’altra menzione speciale, ovvero Vita e morte di Saro Scordia, pescivendolo di Giorgio Benedetto Scalia, uscirà con Pessime idee. Ad aver trovato un editore sono anche: Tanto poi moriamo di Marianna Crasto con effequ, Risacca di Francesco Marangi con Alessandro Polidoro Editore nella nuova collana Interzona, che sarà diretta da Orazio Labbate e che sarà inaugurata nel 2023, e La favola racconta che di Rita Siligato con Dalia Edizioni. Oltre ai già menzionati Valentini e Mottana per Accento Edizioni, a ottobre hanno esordito Diana Ligorio con Mia e la voragine per TerraRossa Edizioni, Giulia Muscatelli per nottetempo con Balena e Andrea Betti per Wojtek con Una breve visita. A novembre, invece, è stata la volta di Carolina Cavalli per Fandango con Metropolitana e di Mirfet Piccolo con Senzanome per Giulio Perrone Editore.

Foto: Valentin Antonini su Unsplash

Flanerí

Libri

L’età del futilitarismo

“Vite rubate” di Neil Vallelly

di Marco Di Geronimo / 21 dicembre

«Le idee degli economisti e dei filosofi politici, giuste o sbagliate, sono più potenti di quanto si creda», osservava John Maynard Keynes. «Gli uomini pratici, che si ritengono liberi da ogni influenza intellettuale, sono generalmente schiavi di qualche economista defunto». È vero: spesso si scambiano per verità assolute visioni politiche del tutto opinabili, tanto più di parte quanto più si presentano come necessarie, naturali, incontrovertibili. È quel che accade oggi con l’ideologia dell’utile, della quale siamo tutti schiavi. Un giovane economista neozelandese, Neil Vallelly, ha dedicato all’argomento un saggio illuminante.

Il suo libro nasce per far discutere: un feroce attacco all’egemonia neoliberale, accusata di devastare l’esistenza delle persone in nome del nulla. Un volume agile, dato alle stampe in Italia da Atlantide con il titolo di Vite rubate, che ricostruisce la lunga deriva del pensiero occidentale, così ossessionato dall’inseguire ciò che è utile da perdere la cognizione di cosa lo è davvero.

Dopotutto, argomenta l’autore, «l’utilità non è qualcosa che esiste in natura; non c’è un concetto neutro e oggettivo. L’utilità è sempre un prodotto delle relazioni umane e delle strutture di potere all’interno di una società». È un concetto, quindi, in cui si confondono i confini tra politico, economico, sociale e filosofico. Per questo occorre sfidare il culto di questa parola-chiave, architrave di una filosofia illusoria. In tutto il saggio – che lo stesso Vallelly definisce «una critica alla vita quotidiana nel neoliberalismo» – ritorna con insistenza l’idea che la nostra società non insegua l’utile, bensì il futile: di qui il titolo originale Futilitarism.

La critica del presente, portata avanti con una prosa limpida e appassionata, non si arresta al sistema economico, ma investe i limiti stessi del pensiero contemporaneo. Vallelly se la prende direttamente con Jeremy Bentham, filosofo inglese unanimemente considerato il precursore dell’utilitarismo, accusandolo di essere «responsabile per aver spianato la strada alla prioritizzazione delle esperienze individuali di utilità rispetto a quelle collettive o sociali». Insomma: prima l’individuo, poi la società. Ammesso che vi sia una società, visto che due secoli dopo Margaret Thatcher coniò per la nuova ideologia neoliberale il suo slogan più agghiacciante: «La società non esiste».

In poche parole, Vallelly mette in questione nientemeno che l’attuale sistema di valori della politica, cultura e società mondiale. Il criterio economico, la necessità di fare soldi, di misurare il successo e la felicità: paccottiglia che già Keynes in persona aveva contestato, e che anziché liberare l’individuo lo rende schiavo, bloccato in comunità tossiche e sull’orlo del baratro. Un sistema perverso, che l’autore denuncia nelle sue terribili ricadute antropologiche, per la sua tendenza ad avvelenare tutte le sfere della vita quotidiana e di comunità.

Corredato da un ricco apparato bibliografico, Vite rubate è anche un affresco particolareggiato dell’ipersfruttamento del lavoratore in un nuovo millennio nel quale ormai trionfa l’homo futilitus, più che l’homo oeconomicus. Non più soggetto – la persona cara anche al cristianesimo sociale di un padre costituente come Dossetti – ma progetto, la “Io S.p.A.” (un concetto inventato da Tom Peters), da promuovere sul mercato come un prodotto qualsiasi. Un declino della società e dell’uomo dal chiaro significato politico: «Il vero scopo del brand chiamato Tu non è quello di consentire l’emancipazione personale di massa» come suggerisce Peters, «ma di oscurare il ripristino del potere di classe che sta al cuore del neoliberalismo».

Ecco perché Vite rubate. Il capitalismo rapina le persone della propria esistenza: costruisce una «comunità paranoica», nella quale ognuno è ossessionato dall’autopromozione anche nei rapporti personali, e in cui lo sfruttamento, l’ingiustizia sociale e gli altri danni del sistema vengono mascherati da fallimenti personali, la cui responsabilità è attribuita all’individuo che, per definizione, non si è impegnato abbastanza.

Per Vallelly il passaggio all’inciviltà è connaturato al capitalismo. Quando l’uomo diventa homo oeconomicus lascia dietro di sé la figura dell’homo politicus, di persona che esiste e vive in società. A essere archiviato è «l’umanesimo stesso». Non a caso la società evolve verso la moltiplicazione dei «lavori di merda» (i «bullshit jobs» di cui parlava il grande antropologo radicale David Graeber), che non sono davvero funzionali a qualcosa, ma servono soltanto a «giustificare le carriere di chi lo svolge»: un inno alla «fusione di inutilità economica e sacrificio esistenziale», una bancarotta emotiva eletta a sistema, che disinnesca il conflitto distributivo e spezza il desiderio di riscatto degli sfruttati.

Sono «lavori di merda» tutti quelli dei quali si può fare a meno: posti amministrativi in settori come il telemarketing, i servizi finanziari, le relazioni pubbliche. E non a caso la pandemia di Covid, aprendo ampi spazi di riflessione nella vita di ognuno di noi, ha innescato prima il fenomeno delle Grandi dimissioni (migliaia di persone disposte a licenziarsi pur di non tornare a un lavoro avvilente e sfibrante) e poi, oggi, al quiet quitting (cioè lavorare, sì, ma il meno possibile).

Come sempre accade in queste ricostruzioni, non manca la critica a chi doveva teoricamente contrastare i fenomeni neoliberali e invece si è abbandonato alla corrente. Ampia e approfondita la critica alle amministrazioni Clinton e Obama (ma anche ai Governi Blair), colpevoli di aver abdicato al futilitarismo imperante, segnalandosi per un mix di classismo e razzismo a prima vista invisibili, ma concreti nel ridurre diritti e prospettive di vita per milioni di persone. Era l’epoca in cui si voleva «porre fine al welfare per come lo conosciamo», transitare dalle politiche di solidarietà pubblica all’assunzione personale di responsabilità (che nei fatti significa scarica sui più deboli tutti i costi e le conseguenze delle fragilità sociali, economiche e psicologiche).

Il culto dell’opportunità, lo svuotamento di senso del linguaggio (un fenomeno che Vallely chiama «semiocapitalismo»), l’abitudine a percepire la drammaticità delle crisi come una normalità, l’apatia che investe gli elettorati delusi dai leader che eleggono: tutto cospira verso una polarizzazione infantilizzante del dibattito pubblico in cui ci si urla addosso. La nuova lotta delle idee a colpi di tweet velenosi si svolge sull’asse tra l’establishment, che difende un sistema alienante, e i nuovi partiti populisti che promettono false vie di fuga. Siamo allo smantellamento della dinamica democratica, che invece si basa sul pensiero, sul dialogo e sul negoziato.

Chi vuole reagire cade spesso nella trappola della finzione politica: «attività di piccola scala che [gli elettori-cittadini] percepiscono come politiche, ma che invece rafforzano lo status quo». È la militanza del consumatore-attivista dedito al buy-cottaggio, in ossequio al facile slogan del «Vota col portafogli!» col quale ci si risparmia l’organizzazione o partecipazione a movimenti di massa: in definitiva, il nostro è un mondo in cui ogni diritto umano finisce per ridursi al «diritto di cavarsela da soli in un ordine mondiale ultracompetitivo». Una sorta di nuovo homo homini lupus onnipervasivo: al lavoro, a casa, a scuola, tutti a caccia di nuove opportunità, nuovi titoli, nuovi investimenti su sé stessi, e quindi tutti più soli, più insicuri, più disperati.

Lo stesso discorso può essere applicato anche al clima, forse la più fondamentale lotta politica del tempo presente: è chiaro a tutti che la raccolta differenziata non basta, che servono azioni collettive per intervenire sui grandi players dell’energia e dell’industria. Ma il tipico intellettuale contemporaneo respinge di fatto lo slogan “Socialismo o estinzione” e insiste su irrilevanti comportamenti individuali. E «se la scelta è tra salvare il soggetto individuale o il clima, la razionalità neoliberale fa sì che il primo avrà sempre la meglio». Piuttosto che salvarci tutti, meglio estinguerci uno alla volta.

Il libro di Vallelly è un quadro a tinte fosche, che descrive la nostra società futilitarista e la sua folle corsa verso la produzione di beni e di esistenze inutili. Un veemente j’accuse contro un modello sociale imperniato sull’«individualismo esasperato» e la sua tendenza ad annullare le esistenze delle persone bruciandone le reali possibilità di vita. Una prospettiva nuova sulla miseria della società neoliberale tanto ben riuscita quanto poco convincente è invece la pur suggestiva promessa di riscatto e di emancipazione del «futilitariato». E non perché questa promessa venga esposta in modo frettoloso nelle conclusioni del libro – quasi un coup de théatre per non scoraggiare il lettore-attivista. Quanto per la pervasività del neoliberalismo che Vallelly mostra nelle pagine precedenti in tutta la sua forza: una presenza inquietante, di cui l’autore ha il merito di svelare le ombre e le trappole che finora il lettore aveva soltanto intuito.

 

(Neil Vallelly, Vite Rubate. Dal sogno capitalista al futilitarismo, trad. di Thomas Fazi, Atlantide, 2022, 240 pp., 18,50 euro. Articolo di Marco Di Geronimo)

 

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Libri

Un’opera mondo sulla natura umana

“Stalingrado” e “Vita e destino” di Vasilij Grossman

di Carmine Madeo / 19 dicembre

Pubblicato durante la campagna antisemita del regime staliniano sulla rivista sovietica «Novyj mir», nel 1952 vede la luce Za pravoe delo (Per una giusta causa), il romanzo che negli originari intenti dell’autore (di famiglia ebraica) avrebbe dovuto precedere – nella sua diffusione occidentale – il ben più conosciuto Vita e destino e chiamarsi Stalingrado. Un manoscritto dalla storia editoriale assai travagliata e lunga, scritto e revisionato da Grossman almeno quattro volte, al fine di assecondare il demone più temuto da ogni artista, la censura. E tuttavia, dopo un’accoglienza entusiastica da parte della critica e la candidatura al premio Stalin, il clima di tensione politica scatenatosi all’indomani di un presunto complotto ai danni del dittatore, ordito da medici ebrei, alimentò ed estese l’odio in maniera generale e tramutò l’opinione dei giornali nazionali in «un romanzo che distorce l’immagine del popolo sovietico». Molto peggio capitò al seguito della dilogia, terminato nel 1960 e sequestrato dal KGB per le sue tematiche del tutto più esplicite; se il Guerra e Pace del Novecento ha infatti potuto essere tradotto in quasi tutte le lingue europee, in cinese e perfino in vietnamita, lo si deve allo scrittore Vladimir Vojnovič che di nascosto ne portò in Svizzera una copia in microfilm. Poi, L’Âge d’Homme di Losanna, editore specializzato in pubblicazioni di dissidenti sovietici e slavi, lo diede alle stampe nel 1980. Come ritiene Robert Chandler in chiusura alla recente edizione Adelphi di Stalingrado, mentre quest’ultimo «è meno filosofico, più immediato, contiene una storia umana più ricca e variegata», il capolavoro Vita e destino è considerato il manifesto della filosofia morale e politica di Grossman, «una meditazione sulla natura del totalitarismo, sul pericolo di ogni ideologia, sulla responsabilità morale che un individuo ha delle proprie azioni».

E in effetti, Vita e destino diventa una lettura irrinunciabile laddove si volesse comprendere appieno il pensiero del comunemente definito Tolstoj dell’URSS. L’epopea di Stalingrado non è soltanto uno straordinario racconto della gesta eroiche di un popolo che si difende dall’invasore nazista nel corso della battaglia omonima, ma una vera e propria opera mondo che mette a nudo la natura umana. Non vi è alcuna celebrazione dei vincitori, nessun senso di rivalsa, bensì un’analisi approfondita degli innumerevoli personaggi, della loro sofferenza, del senso d’abbandono, un’esemplare indagine sui tormenti di tante anime corrotte o lacerate per sempre dallo stalinismo e dal nazismo. Il ritratto degli attori principali e dei comprimari, le reazioni e la descrizione dei sentimenti rispetto agli eventi che accadono sono il frutto di un’incommensurabile maestria. Il realismo di Grossman trova il suo apice nella rappresentazione degli stati d’animo dei soldati che partono per il fronte, che si ritirano in seguito alla straripante avanzata tedesca, che combattono nella città assediata fino all’estremo sacrificio – gli uomini del civico 6/1, per esempio, che patiscono la fame e il freddo nei rifugi sotterranei, che attaccano il nemico sulla riva destra del Volga e lo costringono al ripiegamento.

Minuscoli dettagli sono funzionali allo scrittore ebreo-sovietico per raccontarci uno spaccato di vita di taluno o talaltro personaggio e spiegarci quanto la guerra sia totalizzante. Il contadino Pёtr Semёnovič Vavilov, chiamato alle armi, dopo aver lasciato il kolchoz, una moglie, una figlia e il calore della sua isba, si ritrova a dover sistemare la porta di un’abitazione dispersa nella steppa, per aiutare la vecchia proprietaria che ha sfamato lui e i compagni: «Il suo occhio di falco aveva adocchiato una tavola appoggiata alla parete. Prese la scure, e le somiglianze con la sua gli misero tristezza. Gli misero tristezza anche le differenze con la sua – era più leggera, e anche il manico era più lungo e sottile: gli ricordarono quanto fosse distante da casa. La donna capì cosa stava pensando, e disse: “Sta’ tranquillo che ci torni, a casa”. “Eh” rispose lui. “La strada da casa al fronte è breve, ma quella dal fronte a casa è bella lunga”».

Più avanti, sempre i soldati di cui fa parte Vavilov, asserragliati nella stazione di Stalingrado, la notte prima di essere annientati dai tedeschi si intrattengono in una conversazione. A un certo punto, Muljarčuk discorre del suo passato e scandisce il nome della propria madre: «Aveva pensato che, se non gliel’avesse raccontato lui, i suoi compagni non avrebbero mai saputo quanto si stava bene d’estate a Polonnoe, con gli zuccherifici intorno, o quant’era bella sua madre e che brava sarta era stata».

Un ulteriore esempio, riportato anche da Chandler nella postfazione, riguarda il maggiore Berёzkin, ignaro del destino della propria consorte, che durante una cena in una casa semibuia nei pressi del Volga si imbatte in dei pomodori: «Cominciò a tastare i pomodori per trovarne uno maturo ma sodo, e per un attimo si commosse ricordando che la moglie lo rimproverava sempre, quando lo faceva a casa con i pomodori e i cetrioli nel piatto di portata».

E a riprova degli impatti globali della guerra, Grossman non trascura neppure la fauna della steppa, dove gli uccelli selvatici devono volare in un’aria pregna di fumo, i pesci sono obbligati a inabissarsi sul fondo del fiume per evitare il rumore assordante delle granate, le lepri e i topi si abituano con fatica all’odore di bruciato e ai tremori della terra, le vacche perdono latte per il nervosismo e i cani latrano di notte.

 

La lettera di Anna

 

Sebbene l’accostamento tra Grossman e Tolstoj compaia in svariati articoli di critica letteraria per una plateale somiglianza delle vicende narrate nei rispettivi capolavori, nonché per il contributo morale e filosofico che entrambi hanno consegnato ai posteri, il primo ha vissuto la guerra per davvero, trascorrendo oltre mille giorni al fronte quale corrispondente del quotidiano «Krasnaja Zvezda». E in effetti, non si può prescindere da un approfondimento della biografia dell’autore, per constatare come gli avvenimenti drammatici abbiano letteralmente fondato i temi di quest’opera.

Nato e cresciuto a Berdičev (Ucraina) in una famiglia ebraica, ingegnere chimico, nel 1930 Grossman lasciò la professione per dedicarsi alla scrittura e al giornalismo. Quando la città natale, all’epoca considerata tra i più importanti centri dell’ebraismo dell’Est Europa, venne invasa dall’esercito tedesco, la madre di Grossman, Ekaterina Savel’evna, fu confinata in un ghetto e successivamente fucilata. Nella ricostruzione di Chandler, leggiamo che Vasilij «provava un senso di colpa profondo, per aver permesso che […] restasse a Berdičev anziché insistere perché andasse a stare con lui e la moglie a Mosca». A tal riguardo, il personaggio che nel romanzo emerge su tutti per la complessità e per il preponderante numero di pagine a lui dedicate è il fisico nucleare Viktor Pavlovič Štrum, il quale pur essendo ispirato con ogni probabilità alla figura di Lev Jakovlevič Štrum – tra i fondatori della fisica nucleare sovietica, giustiziato per «trockismo» nel ’36 – deve considerarsi come l’alter ego dell’autore. Anche Štrum-personaggio ha una madre rimasta a Berdičev, Anna Semёnovna, che vive gli orrori dell’occupazione e invia al figlio lontano una lettera d’addio di una gravità sconvolgente. Ritenuta il pezzo artistico più brillante di Grossman, seppur citata in varie circostanze di Stalingrado, se ne scopre il contenuto – lungo un intero capitolo – in Vita e destino. Oltre a circostanziare i terribili fatti del trasferimento forzato nel ghetto, ciò che colpisce è la descrizione dello stato d’animo di Anna, al momento dell’ingresso: «Sai cosa ho provato una volta dietro il filo, Viktor caro? Pensavo che avrei avuto paura. Invece, figurati, in quel recinto per le bestie mi sono sentita sollevata. E non perché io sia succube, no. No. Ero attorniata da gente con il mio stesso destino, lì dentro, non avrei dovuto camminare sul selciato come un cavallo, né mi avrebbero fissato con cattiveria; i conoscenti mi avrebbero guardato negli occhi e non mi avrebbero evitato. Tutti avevamo il marchio imposto dai nazisti, dunque dentro il recinto quel marchio non mi avrebbe bruciato troppo il cuore. Non mi sarei sentita un animale senza diritti, ma una persona sfortunata. Per questo ho provato sollievo».

Le quattordici pagine del racconto di Anna Semёnovna, unitamente a quelle dedicate alle gasazioni, rappresentano la testimonianza di un’immane crudeltà che rimane impressa più di tutto nella mente del lettore, e costituiscono anche, a conferma della puntigliosa analisi di Grossman sui comportamenti umani, una denuncia per i russi che rimasero indifferenti o aiutarono il nemico nel folle progetto di epurazione. Dice Anna: «Sotto la mia finestra la moglie del portinaio commentava: “Grazie a Dio gli ebrei hanno i giorni contati”. […] Ho chiesto che mi pagassero l’ultimo mese di lavoro, ma il nuovo dirigente mi ha risposto di domandarli a Stalin, i soldi che avevo guadagnato con i sovietici, di scrivergli a Mosca. […] E il dottor Tkačev mi ha stretto la mano. Non so cosa sia peggio: la cattiveria o la compassione con la quale di solito si guarda un gatto rognoso a cui resta poco da vivere. […] quelli che chiedono di liberare la Russia dagli ebrei si umiliano di fronte ai tedeschi e sono pronti a vendere la Russia per trenta denari nazisti».

E verso le battute finali della missiva, come a esacerbare involontariamente il senso di colpa del figlio personaggio-autore, la donna esplicita la paura e la rassegnazione per una situazione che non si sarebbe risolta in alcun modo: «Da bambino correvi da me perché ti difendessi. In questi momenti di debolezza vorrei essere io a nascondere la testa tra le tua ginocchia così che tu, forte e intelligente come sei, potessi proteggermi, difendermi. […] Penso al suicidio, e non so cosa sia a trattenermi, se la debolezza, la forza o una speranza priva di senso».

La lettera di Anna Semёnovna include il leitmotiv di molti filoni narrativi in cui vengono coinvolti altri comprimari: il dualistico rapporto madre-figlio. Tenuti distanti dagli eventi bellici, le loro storie viaggiano su binari paralleli; ogni possibilità di rincontrarsi è vana, ma il dolore dell’assenza trasmuta nell’illusione che induce ad agire e che dona tensione e potenza a ogni riga che compone la pagina. E così, Ljudmila Nikolaevna Šapošnikova, moglie di Štrum, affronta una lunga e pericolosa traversata del Volga per raggiungere l’ospedale militare in cui è ricoverato Tolja, figlio avuto dal primo marito, ferito gravemente in combattimento. Non arriverà in tempo.

Il diciassettenne Sergej (Serёža) Šapošnikov (tra gli eroi del civico 6/1), nipote di Ljudmila, partito volontario, apprende da una lettera che la madre, Ida Semёnovna, è morta. Ida non era mai stata una donna così amorevole nei riguardi del figlio. Soleva lasciarlo per molti mesi a Stalingrado, a casa della nonna paterna affinché se ne occupasse, e quando Serёža vi si trasferì per sempre, lei gli scriveva di rado. Eppure, il giovane, preso atto della sua scomparsa, diventa taciturno ed elude le domande dei compagni:
«”Cosa c’era scritto nella lettera?” gli domandò [Čencov]. “Sei il primo che ne riceve una”.
Serёža lo guardò di nuovo e disse:
“Sì, è vero. Sono il primo”.
“Cos’hai agli occhi?”.
“Mi fanno male. Sarà la polvere” rispose Serёža».

Il tema madre-figlio è centrale per Grossman anche nell’agghiacciante resoconto di un massacro. È il caso del piccolo David – nome non casuale –, e di Sof’ja Osipovna Levinton, medico chirurgo amica degli Šapošnikov. I due si conoscono su un vagone diretto a un campo di sterminio. David è solo: la mamma si trova a Mosca e per motivi economici lo aveva affidato provvisoriamente alla nonna, nell’Ucraina occupata. Durante il viaggio, Sof’ja, che non ha mai avuto bambini, s’intenerisce davanti al terrore muto del ragazzino, gli sussurra parole dolci, lo accompagna tenendolo per mano fin dentro al lager, e quell’inspiegabile protezione materna la induce a rinunciare alla salvezza (forse momentanea) che la sua professione le avrebbe dato.

All’ennesimo addio tra una madre e un figlio – l’unico che avviene senza distacco fisico – assiste la bella Evgenija (Ženja) Nikolaevna Šapošnikova, mentre sta fuggendo per le strade bombardate di Stalingrado. Si tratta di due sconosciuti, un’anziana donna che si accascia a terra e un uomo dal viso tondo e dall’impermeabile grigio che cerca di sollevarla: «La vecchia accarezzava le guance dell’uomo inginocchiato, e fu allora che Ženja capì cosa c’era in quel palmo rugoso, che poi era l’unica cosa degna che ci fosse al mondo, per lei. C’era la tenerezza di una madre, c’era la supplica di una creatura inerme come un bambino, c’era la gratitudine per quel figlio che l’amava, c’erano le lacrime e la voglia di consolarlo, lui ormai grande e forte, ma che nulla poteva in quel momento; c’era il perdono delle colpe di lui, c’era l’addio alla vita, c’era la voglia di respirare e di vedere la luce del giorno».

Copertina di Vita e destino di Grossman

 

La bontà illogica

 

Se l’effetto più catastrofico della guerra è la perdita della “madre” – intesa, in senso lato, come patria, casa, origini, cultura, normalità e l’insieme dei valori che ci rendono degni di vivere –, viene da chiedersi come si sia arrivati a questo, come le ideologie nazionaliste abbiano potuto attecchire sui popoli. Al riguardo, le riflessioni filosofiche di Grossman si pongono lo scopo di liberare la realtà dalle sovrastrutture mitiche e di sgombrare le menti da tutte le deformazioni della propaganda. L’analisi è profondamente legata all’essere umano, ai suoi comportamenti e alla sua natura, ma per poterla comprendere bisogna tener conto fin dall’inizio di un principio dal quale non si può prescindere: esiste una sola e unica verità. Rifiutando e disprezzando le illazioni imposte dal nazionalsocialismo e dal bolscevismo, non rimane che l’uomo libero, razionale e buono.

Grossman tenta di esaminare la radice dell’antisemitismo e arriva alla conclusione che esso «è l’espressione della mediocrità, dell’incapacità di vincere in uno scontro ad armi pari: nelle scienze, nel commercio, nell’artigianato e nella pittura. L’antisemitismo è la misura della mediocrità umana. […] L’antisemitismo è l’espressione dell’ignoranza delle masse che non sanno trovare una ragione a disgrazie e patimenti». L’autore attribuisce alla minoranza ebraica alcuni tratti specifici che nel corso della storia l’hanno sempre distinta rispetto agli altri gruppi etnici. Innanzitutto, l’ebraismo si intreccia e si confonde con molte questioni politiche e religiose universali; la diffusione degli ebrei nel mondo è capillare e l’industrializzazione ha loro permesso di specializzarsi in ambito tecnologico e di accumulare capitali commerciali; per indole, gli ebrei non rimangono confinati in periferia, ma cercano di distinguersi «là dove prosperano il pensiero e l’azione», integrandosi con gli autoctoni, ma allo stesso tempo mantenendo la cultura e le tradizioni proprie. Si annoverano tra gli ebrei i migliori fisici nucleari, direttori di banche, inventori di reattori atomici e medici. Questi successi hanno generato tra le folle un odio e una frustrazione sfociate in un antisemitismo dalle molteplici forme, latenti o esplicite. Esso può riguardare il singolo, una società, uno Stato: «Nei paesi democratici può insorgere un antisemitismo di natura sociale, che si manifesta negli organi di stampa appartenenti a gruppi reazionari […] e in un sistema religioso o ideologico reazionario. Nei paesi totalitari, dove la società civile non esiste, può svilupparsi solo un antisemitismo di Stato». Negli Stati totalitari, aggiunge Grossman, in un primo momento l’antisemitismo è discriminatorio, e pertanto agli ebrei viene impedito l’esercizio di alcuni diritti (la frequenza delle università, l’occupazione di posizioni di prestigio, ecc…), poi avviene lo sterminio.

In Vita e destino, più che in Stalingrado, l’autore ci fornisce un quadro allarmante degli orrori dello stalinismo ricordando le purghe del 1937, mostrandoci spaccati di vita dei deportati nei campi di lavoro siberiani, presentandoci un’intellighenzia che durante le cene centellina le parole per la paura del sospetto e dello screditamento. Siamo in un’epoca in cui Dostoevskij è da considerarsi reazionario, i decadentisti sono inutili, mentre Tolstoj e Čechov risultano funzionali al realismo socialista, ma con un capovolgimento totale delle loro idee democratiche che porrebbero, invece, l’uomo al centro del sistema. È proprio l’uomo che l’ideologia cerca di seppellire. Quando Štrum si ritrova a compilare un questionario per l’Istituto di Fisica, è obbligato a indicare la sua estrazione sociale (borghese), quella dei genitori e quella dei genitori dei genitori, e riflette sulla somiglianza di fondo tra nazismo e stalinismo: «[…] non c’è dubbio che anche ai tedeschi parrà etico chiederti la nazionalità. Uccidere gli ebrei perché sono ebrei è terribile, non si discute. Sono essere umani, sono uomini, gli ebrei: buoni, cattivi, sciocchi o talentuosi, ottusi, allegri, bravi, sensibili o taccagni. A Hitler, invece, non importa: quel che conta, per lui, è che siano ebrei! E io protesto con tutto me stesso! Il nostro, però, è un principio analogo: quel che conta è che tu sia nobile, kulak o mercante. Cosa importa se sei bravo, cattivo, talentuoso, buono, sciocco o allegro?».

Di estremo interesse è la scena che ritrae il colloquio tra lo Sturm-bannfϋhrer Liss e il prigioniero Mostovskoj, intellettuale sostenitore del socialismo sovietico. Il funzionario delle SS lo invita a ragionare sulle identiche metodologie adottate dai tedeschi e dai russi: «voi avete ucciso milioni di persone, e gli unici a capire che andava fatto siamo stati noi tedeschi! […] A che cosa si deve tanta ostilità tra noi? […] Siamo due ipostasi della stessa sostanza: uno “Stato partito”. […] La bandiera rossa sventola anche sul nostro Stato popolare, anche noi chiamiamo all’unità nazionale, alla cooperazione, anche noi diciamo: “Il partito esprime il sogno dell’operaio tedesco”. E anche voi usate parole come “popolo” e “lavoro”. […] Il socialismo in un solo paese esige che si elimini la libertà di seminare e di vendere, e Stalin non ha esitato a far fuori milioni di contadini. Hitler s’è reso conto che il socialismo nazionalista tedesco aveva un nemico: l’ebraismo. E ha deciso di eliminare milioni di ebrei». E Mostovskoj, che ha sempre una risposta per tutto, stavolta tace in preda ai dubbi e non riesce a controbattere.

Un’efficace metafora che sintetizza gli effetti delle ideologie sulle menti degli esseri umani è la «teoria della pasta lievitata» che emerge in un memorabile dibattito tra Štrum e il suo mentore Čepyžin in Stalingrado. Secondo Čepyžin, il nazismo è forte, ma è destinato a soccombere. Esiste un limite al suo potere che risiede nella morale e nella bontà del popolo. Esse sono indistruttibili e prima o poi lo annienteranno. Nell’impasto del popolo tedesco, Hitler, infatti, non ha modificato la proporzione degli ingredienti, bensì l’ordine. Ha portato a galla le nefandezze, il passato reazionario della Germania, e ha depositato sul fondo la saggezza popolare, il buon senso, la bellezza dell’arte, della letteratura e delle scienze tedesche; ha rinchiuso nel lager le persone oneste, i fiori all’occhiello di ogni città. Eppure, la debolezza dell’hitlerismo risiede nel non poter dichiarare apertamente i crimini peggiori, perché il male, pur producendo altro male, potrebbe anche generare il bene. È un’osservazione di incredibile acutezza, sulla quale Grossman si sofferma più volte nel corso degli eventi narrati. Secondo lui, la proclamazione dell’immoralità, della negazione delle libertà altrui, della soppressione dei diritti, riaccenderebbe l’anima del popolo che, seppur annebbiata, non può essere modificata. Ben presto, ci si renderebbe conto di quanto inumano sia il nazismo. In Vita e destino, Grossman finalmente dà un nome a questa propensione immutabile dell’anima: la bontà illogica. Essa è la chiave di lettura dell’intera opera.

Esaminando il concetto di bene, infatti, l’autore rileva come nel corso dei secoli questa parola abbia perso significato, relativizzandosi, miniaturizzandosi e arrivando a giustificare gli atti più crudeli. Ogni setta, religione, ideologia, classe politica, partito, nazione ha perseguito il proprio bene, ammantandolo di universalità: «Il mio bene coincide con il bene di tutti, il mio bene non serve a me soltanto, ma a ogni altro uomo. E facendo il mio bene, mi metto al servizio dell’umanità intera». È per il bene dei cristiani, per esempio, che sono avvenute le torture dell’Inquisizione o il massacro delle tribù pagane della Tasmania. Proprio per il bene sociale si è verificata in Unione Sovietica la collettivizzazione forzata e le uccisioni di centinaia di migliaia di uomini e donne. È per il bene dei tedeschi che il nazismo massacra milioni di ebrei. Il bene vero, invece, è per Grossman quel bene che alberga in ogni essere umano, che induce ad amare gli esseri viventi, la vita, è quella felicità al termine di una giornata di lavoro. «È la bontà dell’uomo per l’altro uomo, una bontà senza testimoni, piccola, senza grandi teorie». Si tratta di una bontà che appartiene al singolo e che è eterna, istintiva e cieca. È quella bontà inspiegabile che induce una vecchia russa a dare da bere a un soldato tedesco in fin di vita, la stessa bontà «che scagiona la tarantola che morde il neonato». È forte finché non diventa mercanzia dei profeti, è forte finché paradossalmente rimane priva di forza: «Appena la si vuole trasformare in forza, la bontà si perde, scolora, si offusca, svanisce». Quanto più è debole tanto più è invincibile. La bontà illogica è l’arma che ci ha salvato e che ci salverà dal male perché costituisce il senso dell’umanità. La vittoria di Stalingrado non è la vittoria del bolscevismo contro il nazismo o del bene contro il male, ma è la vittoria dell’uomo.

 

La scelta

 

Leggendo Grossman è difficile non pensare al monumentale Europe Central (Mondadori, 2005) di William T. Vollmann, un romanzo postmoderno e «massimalista», secondo la definizione che si desume dal fortunato saggio di Stefano Ercolino (Il romanzo massimalista, Bompiani, 2015). E molte sono le analogie tra le due opere. Anche per Vollmann, la letteratura è uno strumento di indagine morale e anche in Europe Central i personaggi vengono posti dinanzi a delle scelte drammatiche. L’esempio più lampante è l’ufficiale delle Waffen-SS Kurt Gerstein, membro dell’Istituto d’Igiene delle SS, che viene a conoscenza dell’uso reale del gas Zyklon B, nel campo di concentramento di Auschwitz. Sconvolto e combattuto tra il desiderio di salvare gli ebrei e preservare la vita della propria famiglia, l’uomo tenta in più occasioni di informare i governi dei paesi neutrali, ma senza successo.

In Vita e destino, il solito Štrum viene invitato ad abiurare pubblicamente la sua scoperta – una formula matematica relativa al meccanismo di disintegrazione dei nuclei atomici – in quanto contraria alle idee leniniste sulla natura della materia. Egli rifiuta e viene abbandonato e criticato dai colleghi, vivendo nel timore di essere arrestato da un momento all’altro. Inaspettatamente, però, riceve una telefonata riabilitante da parte di Stalin in persona, che lo invita a proseguire i lavori. Per Štrum, tutto cambia in meglio, riacquista credito tra i suoi ex delatori e ottiene un aumento di stipendio. Quando, però, il regime gli chiede di firmare una denuncia nei confronti di due medici accusati di un presunto crimine – analogamente a quanto accaduto allo stesso Grossman –, egli cede alle sue lusinghe e al timore di perdere tutto, smarrendo la propria identità e lacerandosi nel senso di colpa. Ecco l’obiettivo di uno Stato totalitario: l’obbedienza cieca, la distruzione del corpo, la conquista dell’anima e la resa incondizionata dell’uomo.

Sia Europe Central che l’epopea di Stalingrado sono opere polifoniche dove molti comprimari si esprimono allo stesso modo: sono quei casi in cui a parlare è l’ideologia del blocco tedesco o di quello sovietico. Tra i personaggi che invece sono in contrasto con il partito o che ne subiscono le conseguenze, Vollmann racconta le “parabole” (una sua definizione) di musicisti, partigiani, scultori, artisti – figure realmente esistite –, mentre Grossman è ispirato dai fisici e dagli scienziati. Per entrambi gli autori l’arte e la scienza rappresentano una forma di ribellione al totalitarismo e devono essere scevre da ogni influenza.

La vita è libertà, ci dice Grossman. Ma sebbene anche la volontà dell’uomo sia libera, in epoche tremende egli non è più artefice del proprio destino perché «è il destino del mondo ad arrogarsi il diritto di condannare o concedere la grazia, di portare agli allori o di ridurre in miseria, e persino di ridurre in polvere di lager, tuttavia né il destino del mondo, né la storia, né la collera dello Stato […] erano in grado di cambiare coloro che rispondono al nome di uomini».

 

 

(Vasilij Grossman, Stalingrado, trad. di Claudia Zonghetti, Adelphi, 2022, 884 pp., euro 28; Vita e destino, trad. di Claudia Zonghetti, Adelphi, 2022, pp. 982, euro 16, articolo di Carmine Madeo)

 

Flanerí

Varia

Nulla è quello che sembra

A proposito di "1899"

di Elisa Scaringi / 16 dicembre

L’anno 99 di un secolo può suscitare malumori, come fu alla vigilia del Nuovo Millennio, quando non mancarono previsioni infondate sulla fine del mondo. In 1899, la serie Netflix firmata dagli stessi autori di Dark, non ha un impianto apocalittico classico, ma il numero 99 assume un certo peso, soprattutto in relazione alla forte simbologia labirintica che contraddistingue la scrittura di Baran bo Odar e Jantje Friese.

Non è un caso che 9+9 faccia 18 (come il secolo in cui è ambientata questa prima stagione), e non sembra affatto scontato che alla fine ritorni sempre lo stesso numero. Il 1899 è anche l’anno in cui Kate Chopin pubblica Il risveglio, romanzo che compare per un attimo a rinsaldare il legame con un’epoca in cui la donna aveva ben poche libertà, chiaro rimando alla protagonista della serie, Maura Franklin, figura solitaria alla ricerca della propria memoria e segnata da una maternità complessa, tema centrale del libro pubblicato alla fine dell’Ottocento, che probabilmente rappresenterà anche uno dei filoni principali che guideranno le stagioni prossime di 1899. Maura è infatti una madre che ha perso apparentemente tutto, ma è anche una donna che scopre, districandosi nel rebus che le si apre di fronte, le sue qualità intellettive: quando la rotta della nave che la sta portando in America viene deviata per soccorrere un altro transatlantico scomparso, un nuovo mondo, per così dire, irrompe proprio nel bel mezzo dell’oceano, scardinando l’orientamento di tutti i passeggeri. Non a caso il numero della sua stanza, la 1011, ricorda il sistema binario utilizzato dall’informatica per la rappresentazione interna dell’informazione. La sequenza di bit potrebbe avere un ruolo fondamentale nella comprensione di eventi spesso indecifrabili, almeno nelle prime puntate, quando tutto il mistero orienta in ben altra direzione.

Se in Dark sono i salti temporali e il teletrasporto a essere al centro del mistero, qui i viaggi nello spazio della mente sono l’enigma da risolvere tra passaggi nascosti e sogni che ricordano il passato. In un intreccio sempre più cervellotico, 1899 non è una serie per distratti: i dettagli sono così tanti che si rischia di perdersi in un groviglio incomprensibile. Nulla di quello che si vede sembra essere reale: anche la stessa musica tende a ingannare, trascinando la serie sulle sponde di un thriller cupo ai confini dell’horror, che si disvela solo alla fine come un lungo preambolo a una trama fantascientifica.

1899 rimanda sicuramente al già visto. Per esempio Inception del 2010, nel labirinto di sogni racchiusi uno dentro l’altro che confondono al punto da non riuscire più a comprendere il confine tra la realtà della veglia e la finzione del sonno. Oppure Lost, cominciando dai flashback che aprono ogni puntata di 1899 per raccontarci un pezzettino dei personaggi principali che andranno a costruire la storia, e finendo con le anomalie spazio-temporali che ne definiscono la mitologia. L’intreccio mostra, invece, evidenti somiglianze (ai limiti del plagio effettivamente palesato) con il fumetto Black Silence del 2016: una fra tutte, la centralità della piramide, una sorta di chiave, nel senso letterale del termine, per comprendere parte del marchingegno che muove tutti gli eventi.

C’è poi la mitologia. Quella dei nomi dati alle navi che traghettano su un oceano mai luminoso: Kerberos e Prometheus. Il primo, un essere mostruoso messo a guardia degli inferi; il secondo, figlio di Titani che rubò il fuoco agli Dei per darlo agli uomini. Il Cerbero guardiano dell’Ade viene preso a prestito per le sue tre teste che rappresentano il passato, il presente e il futuro. Ma Kerberos è anche l’identificativo di un protocollo di rete che consente la comunicazione fra terminali mediante un sistema di autenticazione presso un server. Ciò a conferma di quanto quello che si vede non aderisca mai all’immagine percepita, ma nasconda sempre un tassello per comprendere il passaggio successivo di un rompicapo ai confini tra videogioco e realtà virtuale. Il Cerbero è quindi un luogo di perdizione, dove le categorie temporali e spaziali diventano una questione di codici che aprono varchi, deviano le direzioni e trasformano il confine dei sogni. Prometeo, invece, è “colui che riflette prima”: astuto e intelligente, viene contrapposto al fratello Epimeteo, “colui che riflette dopo”. Chiaro riferimento al binomio tra Maura, la protagonista, e il fratello Ciaran: lei nata “per cercare”, e soffrire inevitabilmente, apre ogni porta, si addentra nei meandri più bui, spinta dalla brama di maggiore conoscenza; lui venuto al mondo “per evitare”, ed essere felice, è il grande assente di tutta la serie.

In 1899 la filosofia e la psicologia, la tecnologia e la fantascienza, la medicina e gli avatar si mescolano in un intrigo forse un po’ troppo audace nella sua complessità, chiaramente legato allo stile narrativo di Dark. Nulla toglie all’originalità di una serie che, nonostante le evidenti influenze di quanto già visto e scritto, propone nella sua prima stagione un genere nuovo, capace di mescolare insieme thriller psicologico e sci-fi.

Flanerí

Libri

Proust e il rapporto tra soggetto e oggetto

Platonismo e intenzionalità

di Claudia Cautillo / 15 dicembre

Nessun autore, prima di Proust, aveva celebrato così intensamente il primato assoluto dell’Io. In tutta la sua produzione, inclusa quella giovanile – dalla raccolta di novelle I piaceri e i giorni (1896) al romanzo incompiuto Jean Santeuil, composto tra il 1895 e il 1900 e rimasto inedito fino al 1952 – la realtà si trasferisce e rivive nello spazio interiore, non rifugio o comoda evasione ma unico luogo abitabile dove si colgono le risonanze e i veri significati delle cose, stabilendo le impalpabili equivalenze tra percezione soggettiva e dato oggettivo. Ma ciò che ne fa uno scrittore unico, definendo le coordinate della propria grandezza e sconcertante modernità, è l’aver compreso e superato quel diffuso orientamento del pensiero, tra fine Ottocento e primo Novecento, che respingendo la precedente cultura positivista basata sull’obiettività del reale ripiegava nell’interiorità e nell’irrazionale.

Proust difatti accoglie e va oltre quest’intuizione, disegnando un’idea del mondo totalmente nuova in cui l’Io non è in contrapposizione con l’esterno, piuttosto a esso interrelato in una sorta di rapporto osmotico. Non dunque divisione netta e invalicabile separazione ma reciproco, incessante fluire dall’una nell’altro e viceversa. Come nota Carlo Alberto Redi in Proust zoologo (Carocci, 2022), Proust ha intuito prima di Heidegger la natura periferica – ovvero votata all’esterno – dell’identità, dando luogo a una soggettività mobile e cangiante, sia pure latente e sconosciuta, «un puzzle le cui tessere devono essere rintracciate nell’altro», in ciò che è al di fuori di sé.

Tra i primi critici proustiani, ne Il romanzo del Novecento (Garzanti, 1971), a proposito di Proust fermo con attenzione appassionata sul cespuglio di rose del Bengala, Giacomo Debenedetti esplora non già la concentrazione nella ricerca della loro essenza bensì il suo rovesciamento, vale a dire l’atteggiamento di chi si espone a farsi cercare dalla sostanza profonda di quei fiori. Perché, se l’«intenzionalità» di Husserl afferma che non è possibile dissolvere gli oggetti nella coscienza, cioè che tra noi e l’oggetto che vediamo c’è una distanza, conoscerlo corrisponde a «esplodere verso» per correre di là da sé, nella direzione di ciò che non è l’Io, laggiù accanto alle cose e tuttavia fuori. Ma la folgorante novità di Proust chino sul cespuglio di rose, per Debenedetti, suppone un’intenzionalità non sua ma degli oggetti. Sono loro infatti che devono «esplodere verso» di noi, parlarci e quasi riconoscerci, prendere coscienza di noi che li guardiamo, che vorremmo esplorarli, misteriosi araldi che ci recano l’annuncio di una dimensione inesplorata che esiste dietro i segni di quella visibile, e con la quale siamo in fluida relazione.

È per questo che a differenza del romanzo ottocentesco, in cui l’universo delle idee costituiva l’impalcatura necessaria a farvi muovere i personaggi, seguendo cioè il distacco tra soggettivo e oggettivo, la teoria alla base dell’opera proustiana non è una quinta teatrale ma una sorta di protagonista essa stessa: microcosmo dei personaggi e macrocosmo dei concetti sono inscindibili, a pari merito, nella voce del Narratore e nella polverizzazione della trama. In sostanza, l’impianto de La Recherche è simile a una cattedrale, ovvero uno spazio di connessione tra piani temporali e trame testuali che si diramano vertiginosamente, collegando il prima e il dopo dell’opera, nel confronto con il Tempo. Anche figura cardine e tema ricorrente – le varie chiese immaginarie composte da elementi presi a prestito da edifici reali, o San Marco a Venezia, la cui pavimentazione irregolare permetterà al Narratore di ritrovare il tempo perduto – il topos della cattedrale, ci ricorda Jean-Yves-Tadié in Proust e la società (Carocci, 2022) le cui sezioni Proust aveva ipotizzato, come confidò a un amico, di chiamare “portico” e “vetrata dell’abside”, è direttamente menzionato dal suo autore ne Il tempo ritrovato, quando leggiamo: «avrei costruito il mio libro, non oso dire ambiziosamente come una cattedrale».

Cattedrale dunque come immagine in cui non v’è scissione tra dentro e fuori, paragonabile a uno stato del divenire incarnato dai personaggi, un esempio fra tutti Albertine e le sue metamorfosi: uccello, pianta, paesaggio. «Essere di fuga» per eccellenza, è un po’ Odette, un po’ Andrée, un po’ Marcel. È tutte queste cose insieme e contemporaneamente, senza che si possa mai dire che cosa veramente sia. Ecco il sorpasso della prospettiva del romanzo tradizionale, rispetto al quale La Recherche, «espressione sublime della necessità di Proust di comunicare il disagio della propria condizione», del proprio stare nel mondo – in der Welt Stein – come ci dice Carlo Alberto Redi, non dà per scontata la netta divisione tra soggettività e oggettività bensì la indaga, «SOS che viene da lontano», nel tentativo «di rispondere al “principio di insufficienza”» di Georges Bataille, quello che impone a noi stessi di non schivare gli interrogativi alla base della vita umana.

Di fronte a una realtà incoerente, contraddittoria, in una parola imperscrutabile, condizione dissociata alla quale non sfugge nemmeno l’interiorità dello stesso Marcel, di cui non conosciamo «quali siano i suoi veri sentimenti, i suoi pensieri, i suoi intenti. Sappiamo che essi non corrispondono alle sue parole, ma fino alla fine non siamo in grado di ricostruirli» (Stefano Brugnuolo, Dalla parte di Proust, Carocci 2022), l’eccezionalità de La Recherche consiste nel tentativo di spiegare e conciliare sempre, a dispetto di tutto, il perché di noi nel mondo. Ma la sua missione di rendere intellegibile l’inintelligibile, quello «strumento ottico in grado di far vedere sé stessi. Deformante come un caleidoscopio, riflettente come una lente, rifrangente come la lanterna magica», quale descritto da Roberta Capotorti in Leggere Proust (Carocci, 2022), per sua stessa natura pone il proprio sguardo soggettivo, in rapporto all’oggettività del reale, ora travisandola ora idealizzandola, ovvero mancandola sempre.

 

 

È questa la tristezza metafisica cui allude Ernst Robert Curtius in Marcel Proust (Il Mulino, 1985) poiché, se unicamente la spiritualizzazione della realtà attraverso l’arte può dare senso alla vita, liberando l’essere che è in noi per sottrarlo al regno del contingente e del casuale, tuttavia Proust ci dice che l’amore è una malattia, l’amicizia un’illusione. Certamente le resurrezioni del nostro Io interiore ci salvano restituendoci il contatto con una realtà superiore, ed è questo il compito affidato alla letteratura. Ciononostante il platonismo di Proust, ossia la nostalgia che aspira a ritrovare il fondamento eterno delle cose, tema ostinato de La Recherche, cozza di continuo contro gli abbagli di un legame col mondo deludente, fuorviante o impossibile.

Tale stato d’animo, presente nell’opera proustiana a partire già da I piaceri e i giorni, ripubblicato recentemente da Mondadori (2022) con traduzione di Mariolina Bertini e Giuseppe Girimonti Greco, è il «lieve suono argentino impercettibile e profondo come il battito di un cuore» – che subito riporta al tintinnio della campanella del giardino di Combray de Il Tempo ritrovato – che si trova in Morte di Baldassare Silvande, la seconda novella che compone il volume. Quel flebile suono di campane, «voce presente eppure molto antica», che da un lontano villaggio arriva al protagonista nei suoi ultimi istanti, porta in sé un’importante rivelazione. Come più tardi sarà per il Narratore, che da remote profondità sentirà affiorare «quella dimensione enorme che non sapeva di possedere», in Baldassare risorge il suo Io più autentico e dimenticato, mentre svaniscono le vane ambizioni e i sogni mai concretizzati.

Tuttavia, con i suoi tradimenti e le sue ambiguità, la vita ci delude e disorienta. Gilberte è ora affettuosa ora indifferente, Madame Verdurin al contempo generosa quanto opportunista e malevola, Morel un gigolò egoista e vigliacco, prima disertore infine eroe sul campo di battaglia, la domestica Françoise capace di grande amore e dedizione come di gratuite piccinerie e crudeltà, Bergotte di alto profilo morale ma anche piccolo arrivista, e così via per Albertine, Charlus, Swann e ogni altro personaggio che popola La Recherche. I nostri tentativi di entrare in contatto con quanto è esterno da noi, decifrando ciò che vediamo, non arrivano a risvegliare il fondo nascosto e inesprimibile della vita, impotenti a sapercela spiegare.

Nella dedica Al mio amico Willie Heath, che apre I piaceri, Proust parla dell’esistenza che, «nella sua durezza, ci incalza troppo da vicino» e «ci fa male all’anima, continuamente». Quand’era bambino, l’autore credeva che a nessun personaggio della Bibbia quanto Noè fosse spettato un destino infelice, per via del diluvio che lo costrinse a rimanere chiuso nell’arca per quaranta giorni. Soltanto in seguito capì «che Noè non riuscì mai a vedere il mondo così bene come lo vide dall’arca, benché l’arca fosse chiusa e sulla terra regnasse l’oscurità» perché – come ci dice Lorenzo Renzi ripercorrendo la geniale lettura di Erich Auerbach in Mimesis (Gli elfi e il Cancelliere. In Germania con Proust, Il Mulino, 2015), in Proust la concezione moderna dello spazio-tempo dell’Io si collega a quella neoplatonica per la quale l’immagine dell’oggetto, trovandosi già nell’anima dell’artista, gli rende possibile distaccarvisi in veste di osservatore.

Proust ragazzo aveva quindi precocemente intuito che quello di Noè, già contenendo in sé l’immagine del mondo dietro il buio del diluvio, è l’unico sguardo che permette di abolire la distanza tra soggetto e oggetto, leggendo senza fraintendimenti la realtà nella sua verità. Il solo che può disvelarci l’essenza che giace al fondo di noi stessi e delle cose, dissolvendo le delusioni della vita, la sua malinconia, la sua amarezza, nella continua ricerca del contatto altro che le apra a noi, quell’«intenzionalità» che le faccia «esplodere verso» per svelarci infine il loro segreto.

Flanerí

Libri

Il rancore vivente di Hukuméiji

A proposito di “Assedio animale” di Vanessa Londoño

di Alberto Paolo Palumbo / 14 dicembre

«Questo paese è pieno di echi. Ti sembrano rinchiusi nel vuoto delle pareti o sotto le pietre. Quando cammini, senti che ti calpestano i passi. Senti degli scricchiolii. Risate. Risate ormai molto vecchie, come stanche di ridere. E voci ormai logore dall’uso. Senti tutto ciò. Penso che arriverà un giorno in cui questi rumori finiranno».

Queste sono le parole che Juan Preciado, il protagonista di Pedro Páramo del messicano Juan Rulfo, sente pronunciare da Damiana Cisneros, uno dei fantasmi di Comala, città messicana immaginaria situata nei pressi di Colima e caduta in rovina a seguito della rabbia – o meglio, del «rancore vivente» – di Pedro Páramo, colui che attraverso la corruzione, l’omicidio dei rivali e i matrimoni di convenienza è riuscito a tenere il potere sulla città.

Juan Rulfo racconta una storia di denuncia dello sfruttamento dell’America Latina da parte di proprietari terrieri corrotti e di colonizzatori che mancano di rispetto ai luoghi e alle tradizioni indigene e autoctone. La descrizione che Rulfo fa di Comala – e più in generale dell’America Latina – è però quella di un luogo pieno di spiriti, di rancori mai sopiti, che prima o poi chiedono il conto agli sfruttatori per vendicare gli oppressi.

Juan Rulfo è anche il punto di riferimento dell’autrice colombiana Vanessa Londoño, di cui Polidoro Editore ha pubblicato Assedio animale, tradotto da Massimiliano Bonatto. Londoño ambienta il suo romanzo nel paese immaginario di Hukuméiji, nei pressi del fiume Don Diego. Quella di Hukuméiji è «una geografia profonda e piena di animali» che «assediano le persone nelle loro case, al lavoro, in tutti i luoghi chiusi in cui vivevano». È un luogo che ribolle di una memoria fatta di corpi deformati e mutilati, di terre espropriate e paesaggi distrutti dall’arroganza del potere.

La memoria si risveglia – e questa è una prima somiglianza con Pedro Páramo attraverso una pioggia torrenziale che riporta a galla i cadaveri del passato e che trascina con sé ciò che resta in un processo di ricordo e oblio senza tregua. Così riaffiorano i ricordi di Fernanda Huanci, la india che ha perso le gambe perché indossava gli stivali mentre lavorava la terra, di Yarima, la levatrice a cui è stata tagliata la lingua per essersi opposta all’accoppiamento forzato con il Torero, quelli di un padre a cui hanno sparato agli occhi per essersi opposto all’esproprio delle terre da parte di una multinazionale, e infine di una ragazza a cui sono state tagliate le mani perché accusata ingiustamente di furto di bestiame. Tutte queste sono storie che la penna di Londoño rievoca mescolando – parafrasando T.S. Eliot – memoria con desiderio, inteso come «corpo che insegue se stesso fino a saziare l’imprevedibile geografia dei suoi appetiti», fino al momento in cui riesce a soddisfare la propria sete di vendetta.

Assedio animale ha però molti altri punti di contatto con Pedro Páramo. Fra questi la denuncia dello sfruttamento e dell’oppressione, e l’esercizio della memoria realizzato attraverso uno stile modernista e suggestivo in cui passato e presente, fantasmi e luoghi in rovina si uniscono in un unico flusso di coscienza. A differenza di Rulfo, Londoño opera un passo in più che, come spiega in una recente intervista rilasciata per «Al dìa», consiste nel «creare la tensione – che si vive in America Latina – tra esercizio di memoria e dimenticanza persistente». Questo contrasto fra memoria e oblio è molto sentito in America Latina, specie se si tiene a mente la questione dei desaparecidos e della deforestazione dell’Amazzonia, dove il paesaggio naturale è sempre accostato alle tradizioni e alla cultura indigena.

Parlando di rapporto fra luogo e memoria, un altro romanzo che viene in mente in questo senso è La donna abitata della nicaraguense Gioconda Belli. Sebbene sia più incentrato sul rapporto fra il corpo femminile e l’opposizione armata alla dittatura, Assedio animale condivide con La donna abitata la stessa tensione fra memoria e presente attraverso gli spazi. Basta leggere questo brano tratto dal romanzo di Belli, dove a parlare è lo spirito della guerriera indigena Itzà, motore dell’azione della protagonista Lavinia:

«Sono io stessa parte di un giardino. E quest’albero vive di nuovo nella mia vita. Era tutto malandato, ma io ho fatto scorrere nuova linfa in tutti i suoi rami e, quando verrà il suo tempo, darà frutti e allora il ciclo ricomincerà ancora».

Quello che descrive qui Belli è simile a ciò che si legge in Londoño. In entrambe gli spazi e i luoghi della narrazione sono intrisi di memoria e di passato. Ogni elemento ambientale infatti è collegato a un passato di violenza che costringe sia i personaggi che i lettori a fare un esercizio di memoria necessario: i personaggi per confrontarsi con le proprie colpe, sebbene un’espiazione vera e propria come in Pedro Páramo sia impossibile; i lettori per avere consapevolezza di quanto ancora sia influente il passato coloniale del Sudamerica. Nel fare ciò, Londoño lavora rappresentando le ferite dei luoghi e delle persone, le cicatrici che faticano a rimarginarsi senza l’esercizio della memoria, che costituisce lo scopo principale della letteratura dell’autrice colombiana, come scrive all’inizio del libro: «Credo che la letteratura sia l’atto di restituire vitalità agli arti mozzati, di raccontare le storie dei corpi che si ostinano a ricordare le parti mutilate e i loro fantasmi».

L’importanza che Londoño dà agli arti mozzati la si comprende dalla struttura del libro. Esso si suddivide in quattro parti, che corrispondono a quattro personaggi a cui manca una parte del corpo: a Fernanda le gambe, a Yarima la lingua, al padre gli occhi e alla ragazza le mani. Questi arti fantasmi costituiscono insieme un corpo che, come dice Yarima nel secondo capitolo, permette all’autrice di inventare una storia che molto ha a che fare con la realtà, in particolare la Colombia, paese martoriato dalle multinazionali, dalla sopraffazione dei signori della droga e dalla guerriglia armata:

«Il mio corpo deve sforzarsi per risanare, tanto che i suoi punti di sutura non fanno più miracoli, e adesso le cicatrici spiccano come larve sporgenti incapaci di trasformarsi in pelle. Alla mia età la guarigione diventa meno prodigiosa e questo fa sì che le mie gambe assomiglino a un inventario di storie, di ferite in ritardo, incapaci di migliorare».

La tensione fra ricordo e oblio è molto forte: c’è la voglia di dimenticare e voltare pagina e la difficoltà nel farlo, al punto che è necessario raccontare il proprio dolore per espellerlo. Raccontare però equivale in questo caso ad abbandonarsi al rancore per i soprusi subiti:

«Strofino con rancore il corpo sulle piastrelle per assicurarmi che non ci sia sabbia e questo mi intristisce, ma di colpo sento che sui moncherini mi cresce un paio di mani nuove, che al mio corpo crescono le gambe tagliate di Fernanda Huanci, che dall’esofago mi cresce lo scheletro immune della lingua tagliata alla levatrice muta, che nelle mie orbite sgorgano nuovi occhi, quelli perduti dal padre del soldato per i pallini da caccia conficcati nelle retine».

Ed è qui che ritorna, dunque, Pedro Páramo: sia la pioggia che gli arti mutilati dei personaggi sono espressione di un incessante rancore vivente, che se nel caso di Rulfo scompare con la morte, in Londoño è destinato a riemergere: la pioggia che alimenta il fiume non solo fa riaffiorare «i corpi trascinati dalla valanga di fango, ma anche quelli abbandonati tempo indietro», e rivendica «l’antico territorio» conquistato dagli oppressori. Tutto questo avviene in maniera incessante, senza tregua, così come senza tregua sono le voci dei fantasmi del passato, destinate a non zittirsi mai. Voci alimentate dalla letteratura, che dà vita ai fantasmi per vendicarli dei torti subiti.

Con Assedio animale Vanessa Londoño ritrae usando uno stile fra sogno e realtà una storia di rabbia mai sopita e ferite difficili da sanare. Nel paese immaginario di Hukuméiji e nella sua pioggia torrenziale si può rintracciare la storia di qualsiasi stato sudamericano, che sia la Colombia della stessa Londoño, il Messico di Rulfo o altri ancora: paesi martoriati dall’oppressione, in cui ogni luogo e ogni ferita costringe a un confronto serrato con il passato. Queste cicatrici, però, sono destinate a non rimarginarsi mai se non attraverso la letteratura, che parte dalle cicatrici per vendicare gli oppressi. Come disse una volta la poetessa Carmen Yañez, «la poesia è la mia dolce vendetta»; per Londoño invece la letteratura è una vendetta senza fine, che non avrà pace finché non avrà assolto al suo compito: costringere le persone a fare esercizio di memoria per vendicare i fantasmi del passato.

 

(Vanessa Londoño, Assedio animale, trad. di Massimiliano Bonatto, Alessandro Polidoro Editore, 130 pp., euro 15,00, articolo di Alberto Paolo Palumbo)

 

Flanerí

Libri

Sulla persistenza di una Roma autentica

“Roma, non altro” di Dolores Prato

di Martina Pietropaoli / 12 dicembre

Roma, non altro (2022) è la nuova raccolta di scritti che Quodlibet dedica a Dolores Prato (1892-1983). Scrittrice e giornalista vissuta nell’arco del Novecento, ha messo in discussione la trasformazione di Roma appena diventata capitale d’Italia, attraverso uno sguardo in controtendenza rispetto alla storiografia risorgimentale. Con il titolo “Voce fuori coro” di Dolores Prato, nel 2016 era già uscito un altro volume più frammentato e vario negli argomenti. Entrambe le preziose pubblicazioni postume sono curate e commentate da Valentina Polci, studiosa e docente dell’Università di Macerata, capace di portare alla luce con rigore il vasto repertorio di manoscritti che hanno affollato i cassetti dell’autrice fino alla vecchiaia.

In Roma, non altro sono riuniti una trentina di brevi saggi giornalistici, di un’intensità inconsueta tanto per lo spessore di conoscenza (diretta e filologica) quanto per la qualità dei sentimenti. Dolores Prato ha un’ossessione: Roma. E non riesce a farsene una ragione: diventando capitale d’Italia la città ha subito una vera e propria devastazione, invece di essere compresa. Nel corso di tutta la sua vita Prato ha provato a parlare di questa profonda metamorfosi (urbana, culturale, morale) negli articoli usciti sui quotidiani. Non moltissimi e, seppure persistenti nel tema e nell’acutezza delle osservazioni, nemmeno molto apprezzati dagli editori.

I momenti epici della trasformazione della giovane capitale del Regno sono dissacrati da una Prato ormai ottantenne che, allo scoccare del centenario di Roma Capitale, non considera chiuso il conto con la storia. I testi controcorrente che vuole pubblicare sono frutto di diverse riscritture e sono raccolti in parte in questo volume, che ne chiarisce la genesi e i ricchi rimandi. Racchiuse dentro la copertina fucsia fiammante di Quodlibet (per la collana Storie) si ritrovano quelle parole rivolte contro i tradimenti operati nei confronti di una città che è vulnerabile alle forze del potere ma non si piega alle forze del tempo.

Qual è lo strumento che Dolores Prato usa per convincere dell’importanza di una persistenza autentica di Roma? Le ridondanze tra le diverse anime della scrittrice – cattolica, antifascista, antimonarchica, comunista – operano un’instancabile interrogazione dei quartieri, delle strade, dei monumenti. L’effetto è quello di un repertorio di immagini fuori dagli immaginari correnti, posate in uno stato di grazia su oggetti, paesaggi, manufatti urbani, molto o poco noti: il fiume, i colli, alcuni edifici, scorci da cartolina. Sono avvolti da questa luminosa visione della città persino alcuni personaggi del tempo, in cui la giornalista inciampa mentre porta avanti la sua inchiesta quotidiana a suon di passi e ricognizioni. Lo sprezzo e l’affetto si depositano sui luoghi di una città che sembra essere soltanto sua ma è molto più fedele a quella reale rispetto alle narrazioni e alle retoriche banalizzanti.

Bisogna avere il coraggio di disvelare e di non adagiarsi sui luoghi comuni. È un esercizio che si impara a fare mentre si leggono le descrizioni incredibili di parti di città dimenticate – o che non esistono più –, riportate in vita dalla perseveranza smascherante di questa scrittrice ancora troppo poco conosciuta. Tutto viene riconsacrato per mostrare che la più autentica natura di Roma – segreta come il vero nome, cui si allude nel primo saggio – forse non può essere mai conosciuta del tutto ma appare attraverso bagliori intermittenti. Non c’è una sola Roma, alta o bassa, dei colli o del Tevere: ce ne sono tante e le contrapposizioni non servono a definirla. Anche se Dolores Prato propende per la bellezza prerisorgimentale, al netto di tutti i rimproveri rivolti a chi non ne ha preservato l’integrità il punto non è stabilire nemmeno se Roma era meglio “prima” o “poi”. Il punto è convincersi della necessità di un patto nuovo tra parole e luoghi.

Il lavoro certosino di Prato infatti non è rivolto solo contro la distruzione e l’oblio dei luoghi ma soprattutto contro «la stanchezza delle parole», quelle parole grosse di cui ci siamo nutriti e con le quali «guerreggiamo», «intontiti» perché non ne conosciamo più il significato. L’esito di un patto tra luoghi antichissimi (o estinti) e parole vernacolari (da reimparare a pronunciare) sembrerebbe paradossalmente l’esplosione di un pensiero leggero e nuovo, che si libera del fardello di quella retorica celebrativa tutta italiana, appiccicata a Roma come succede in un amore tossico: riversandoci sopra qualsiasi pregiudizio positivo e negativo. Il conto in sospeso con l’innamoramento tra Roma e lo Stato italiano, che ha portato al consumo turistico di massa della Roma artistica, terminata la lettura è davanti ai nostri occhi. Il plagio è svelato, sta a noi liberarcene d’ora in poi.

Ma in questo scontro finale, sembra forse dirci Prato, non vince nessuno: perché Roma imperterrita ricrea ovunque quella rena dorata simile alla sabbia del Tevere che vola sul Gianicolo. Questa polvere ricopre le cose per lasciarle scoprire a coloro che sono capaci di conoscerla e non cedono al desiderio di denigrarla. A costoro sono destinati doni prelibati, di cui un assaggio è offerto da Roma, non altro. Il libro ha sicuramente un potenziale diretto per chi di Roma si occupa o a Roma vive, ma contiene anche un secondo messaggio, accessibile con un piccolo sforzo, destinato a chi Roma non la conosce affatto o la vede per la prima volta. Il lettore facilmente si lega al filo critico e poetico che la curatrice tesse, sperando che continuino a uscire altri scritti dagli archivi.

 

(Dolores Prato, Roma, non altro, a cura di Valentina Polci, Quodlibet, 2022, 208 pp., euro 16, recensione di Martina Pietropaoli)
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Libri

Avere tutto sfidando tutto

Su “Avere tutto” di Marco Missiroli

di Antonella De Biasi / 5 dicembre

Avere tutto. Più che un’asserzione, il titolo dell’ultimo romanzo di Marco Missiroli sembra lo spettro di un punto interrogativo che trascina subito il lettore nel testo. Avere tutto significa in fondo desiderare «solo le due o tre cose per cui veniamo al mondo» e ciclicamente chiedersi se, al cospetto della morte di chi abita il nostro mondo emotivo e della vita che ci rimane, si sia riusciti a raggiungere quel che si voleva.

Dopo il successo di Atti osceni in luogo privato, uscito nel 2015 per Feltrinelli, e di Fedeltà, edito da Einaudi nel 2019, Avere tutto è quasi un “corpo minore” della produzione letteraria di Missiroli, ma al contempo è la sintesi maggiore tra stile e lingua, tra le sue radici, aggrovigliate in una Rimini malinconica e non soleggiata, e due anime preponderanti, quella del gioco d’azzardo e quella dei sentimenti.

La narrazione si apre in prima persona con un dialogo asciutto tra padre e figlio, la diade che dominerà il romanzo: Sandro raggiunge a Rimini Nando, il quale dopo la morte della moglie Caterina, compagna di una vita e anche di brillanti gare di ballo, dedica il suo tempo alla cura dell’orto per poi sparire di sera, a bordo della sua Renault 5, per rincasare a notte fonda.

È qui che il nervo ostinato della passione principale del padre ferroviere viene rivelata: frequenta ancora una sala da ballo, dove ritrova la verve dei tempi passati, quando sognava di essere il migliore, vincere tutto, con la moglie.

Durante la convivenza nella casa di famiglia, ancora intrisa della presenza della madre, i due uomini tengono le fila di un rapporto intermittente eppure diretto, che passa dalla timidezza, da alcune forme di pudore, alla ricerca di verità assolute. Proprio durante questi confronti Sandro racconta al padre come ha avuto inizio la sua vita di giocatore d’azzardo, mentre Nando rivela al figlio di avere un male perfido e incurabile e di avere ormai poco tempo a disposizione.

Il rapporto tra padre e figlio non è un tema nuovo nella narrativa di Missiroli, ma in queste pagine traspare con una maturità definitiva, imbevuta dei luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza dell’autore, che rinforzano una struttura sentimentale che non si perde mai, dalla prima all’ultima pagina.

Poi c’è il tavolo, il gioco, il rischio. Impossibile non rievocare i grandi classici incentrati sulla figura del giocatore: La mano sbagliata di Jean-Michel Guenassia col suo Baptiste Dupré, e Il giocatore di Fëdor Dostoevskij che aveva come protagonista Aleksej Ivanovic, personaggio letterario carismatico e tormentato. Sandro è un giocatore vincente, bravo: vince perché «domina il punto di rottura», tiene insieme tutto quando la partita diventa pericolosa e ci si può «far male». Non è comunque indenne dalla perdita: ha perso Giulia, la donna della sua vita, come suo padre ha perso la moglie ballerina, ma allo stesso tempo, al tavolo, nei ricchi appartamenti milanesi, sfida ogni dinamica per avere tutto.

Per Nando «avere tutto» è il primo premio al Gran Galà della Baia Imperiale di Gabicce grazie al salto Scirea del Pasadèl da lui inventato; per il figlio, è godere del formicolio ai polpastrelli tenendo in mano le carte, spennare tutti, vincere. Sfidando tutto.

Attraversando la narrazione si resta colpiti dal linguaggio italoriminese: i dialoghi sono vivi, corti e caldi, e reggono il dolore e il senso di sconfitta di fronte alla morte e alle rese dei conti, e la rievocazione degli eventi positivi e dei desideri, di fronte a una stessa domanda che torna spesso: cosa faresti con un milione di euro e un bel po’ di anni in meno?

Una domanda-trabocchetto, perché si basa sulle ombre, sulle vite secondarie che non si sono potute scegliere. Le risposte dei due protagonisti variano spesso, mettono insieme elementi della vita vera e quella sognata. Le figure di Caterina e Giulia sono distanti, aleggiano soltanto, ma rappresentano le fondamenta della storia e danno modo ai due uomini di ritrovarsi: apparentemente la traccia narrativa si poggia sulla grammatica maschile, ma in realtà il lessico famigliare di questi protagonisti è intriso di femminile.

Nando e Sandro si sciolgono in una Rimini che ha un ruolo centrale nel romanzo: se il lettore si immagina una Rimini chiassosa, con chioschetti di bevande, lidi affollati, locali sulla spiaggia, viene invece portato in una città umida e silenziosa, lo sfondo perfetto del rapporto complicato di un padre e un figlio. La città controversa a cui si torna: una Rimini fuori stagione, quieta, contrapposta a una Milano di sottofondo che crea corazze in Sandro, il figlio protagonista, ma che la città natale lima, scalfisce, riportandolo a una dolcezza più antica.

 

(Marco Missiroli, Avere tutto, Einaudi, 2022, 159 pp., euro 18, articolo di Antonella De Biasi)

 

Flanerí

Cinema

State dalla nostra parte

A proposito del film "Le nuotatrici"

di Elisa Scaringi / 2 dicembre

Le storie vere raccontate dal cinema hanno sempre un certo fascino, segno che la vita reale non ha mai nulla di banale. Nel nostro paese poi, con un governo che appena insediatosi si è concentrato con particolare attenzione sul tema dell’immigrazione, il film Netflix Le nuotatrici potrebbe essere quello che ci voleva nel tentativo di aprire gli occhi a quanti sono concentrati su numeri e paure.

Sebbene non racconti una storia italiana (come fu per il documentario Ghiaccio di Tomaso Clavarino, che seguiva i passi dei sei ragazzi fondatori della prima squadra di curling composta da soli rifugiati), la regista Sally El Hosaini lancia un messaggio universale, soprattutto all’Europa: la cura dell’umanità non può prescindere dall’accoglienza, e dall’accoglienza dovrebbe nascere la volontà politica di creare corridoi umanitari sicuri e legali. Si tratta di un tema enorme, difficile da costruire quando i soggetti in campo sono molti, ma l’Europa, quale continente vincitore del premio Nobel per la pace nel 2012, dovrà per forza dare delle risposte umane e coese.

A dieci anni da My Brother the Devil, con protagonisti due fratelli britannici di origini egiziane, Le nuotatrici racconta di un viaggio al femminile. Due sorelle siriane decidono di scappare dalla guerra per rifugiarsi in Germania, dove sperano di far arrivare anche i genitori e la sorellina attraverso il ricongiungimento famigliare. La loro avventura viene, però, segnata negativamente dal gommone su cui salgono per arrivare a Lesbo, dalle vesciche ai piedi dopo giorni lungo i binari della ex Jugoslavia, dai camion senza ossigeno, dai contrabbandieri che approfittano della disperazione per fare soldi. Già fin qui il film potrebbe concludersi, talmente è grande il carico di emozioni che vengono evocate: la speranza e la paura, l’immaginazione e la rassegnazione, il futuro segnato da un presente atroce e un passato costellato dalla domanda se le bombe non fossero state meno dolorose di quel lungo viaggio.

La regista però ci racconta anche un’altra storia: scappare non significa lasciarsi alle spalle la vita. Anzi, i sogni possono trasformarsi nell’unica motivazione per continuare a camminare, e trascinarsi nonostante la fatica e la disperazione. Così è stato per Yusra Mardini, nuotatrice instancabile. Arrivata finalmente in Germania ricomincia ad allenarsi per gareggiare. Il papà è lontano, la Siria è ormai un paese pieno di macerie, ma la fiaccola della passione non si è mai spenta. Nuotare con la squadra dei rifugiati significa portare ancora più in alto la bandiera della patria abbandonata. Diventata poi Ambasciatrice di Buona Volontà dell’UNHCR, si è fatta portavoce di quanti non vogliono rinunciare al proprio futuro. «Non c’è da vergognarsi nell’essere un rifugiato se ricordiamo chi siamo. Siamo ancora i medici, gli ingegneri, gli avvocati, gli insegnanti, gli studenti che eravamo quando ci trovavamo nelle nostre case. Siamo ancora madri e padri, fratelli e sorelle. Sono state la guerra e le persecuzioni a costringerci ad abbandonare le nostre case per cercare la pace. Questo vuol dire essere un rifugiato. Ecco chi sono io. Ecco chi siamo tutti noi, quella popolazione senza patria che cresce di giorno in giorno. Sono una rifugiata e sono orgogliosa di battermi per la pace, l’onore e la dignità di tutti coloro che fuggono dalla violenza. Unitevi a me. State dalla nostra parte».

(Le nuotatrici, di Sally El Hosaini, 2022, drammatico, 134’)

LA CRITICA - VOTO 8/10