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Altre Narratività

Alla ricerca di nuovi autori per effe #6

Scade il 21 ottobre 2016 il nuovo contest dedicato ai racconti inediti

di Redazione / 13 ottobre

Limite: dal latino limes, confine, linea terminale o divisoria, livello massimo al di sopra o al di sotto del quale si verifica normalmente un fenomeno, impedimento fisico, umano oppure divino.
Questo è il tema da cui lasciarsi ispirare per partecipare alla selezione dei racconti per il prossimo numero di effe – Periodico di Altre Narratività, il #6. Una traccia deliberatamente nebulosa, un concetto il cui significato finale sia determinato in maniera esclusiva dall’autore, dalla sua capacità di interpretare e modulare una sostanza vaga e polisemica fino a renderla una cosa netta, chiara, propria.

La partecipazione al nuovo contest è aperta a tutti, autori giovani, meno giovani, esordienti e no.

I racconti, rigorosamente inediti, devono essere inviati all’indirizzo altranarrativa@flaneri.com, in formato .doc, specificando nell’oggetto della mail titolo, nome e cognome. La lunghezza del racconto deve essere compresa tra le 15.000 e le 40.000 battute. La scadenza del contest è fissata alle ore 23 del 21 ottobre 2016 e la partecipazione è gratuita.

Dopo un’attenta lettura, i testi più meritevoli saranno sottoposti agli editor di 42Linee, lo studio editoriale a cui è affidata la cura redazionale del volume, e pubblicati sul prossimo numero dell’antologia periodica effe e su Altre Narrativitàla sezione di Flanerí dedicata ai racconti brevi.

Per chi ancora non lo conoscesse, effe – Periodico di Altre Narratività è un progetto indipendente che coniuga le narrazioni inedite con la creatività di giovani illustratori, con l’intento di creare una «zona franca» in cui autori meno noti siano sostenuti da scrittori già affermati.

Alcuni degli autori comparsi nei volumi precedenti sono: Riccardo Gazzaniga (Einaudi Stile Libero), Marco Lazzarotto (Indiana), Enrico Macioci (Mondadori), Riccardo Romagnoli (Transeuropa), Paolo Zardi (Neo edizioni), Vins Gallico (Fandango Libri) e Demetrio Paolin (Voland).

Sul sito www.42linee.it trovate i volumi precedenti e l’elenco delle librerie in cui è possibile acquistarli.

 

Per ulteriori informazioni:
redazione@flaneri.com
redazione@42linee.it

 

 

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Altre Narratività

Alla ricerca di nuovi autori per effe – Periodico di Altre Narratività #6

Scade il 21 ottobre 2016 il nuovo contest dedicato ai racconti inediti

di Redazione / 21 settembre

Limite: dal latino limes, confine, linea terminale o divisoria, livello massimo al di sopra o al di sotto del quale si verifica normalmente un fenomeno, impedimento fisico, umano oppure divino.
Questo è il tema da cui lasciarsi ispirare per partecipare alla selezione dei racconti per il prossimo numero di effe – Periodico di Altre Narratività, il #6. Una traccia deliberatamente nebulosa, un concetto il cui significato finale sia determinato in maniera esclusiva dall’autore, dalla sua capacità di interpretare e modulare una sostanza vaga e polisemica fino a renderla una cosa netta, chiara, propria.

La partecipazione al nuovo contest è aperta a tutti, autori giovani, meno giovani, esordienti e no.

I racconti, rigorosamente inediti, devono essere inviati all’indirizzo altranarrativa@flaneri.com, in formato .doc, specificando nell’oggetto della mail titolo, nome e cognome. La lunghezza del racconto deve essere compresa tra le 15.000 e le 40.000 battute. La scadenza del contest è fissata alle ore 23 del 21 ottobre 2016 e la partecipazione è gratuita.

Dopo un’attenta lettura, i testi più meritevoli saranno sottoposti agli editor di 42Linee, lo studio editoriale a cui è affidata la cura redazionale del volume, e pubblicati sul prossimo numero dell’antologia periodica effe e su Altre Narrativitàla sezione di Flanerí dedicata ai racconti brevi.

Per chi ancora non lo conoscesse, effe – Periodico di Altre Narratività è un progetto indipendente che coniuga le narrazioni inedite con la creatività di giovani illustratori, con l’intento di creare una «zona franca» in cui autori meno noti siano sostenuti da scrittori già affermati.

Alcuni degli autori comparsi nei volumi precedenti sono: Riccardo Gazzaniga (Einaudi Stile Libero), Marco Lazzarotto (Indiana), Enrico Macioci (Mondadori), Riccardo Romagnoli (Transeuropa), Paolo Zardi (Neo edizioni), Vins Gallico (Fandango Libri) e Demetrio Paolin (Voland).

Sul sito www.42linee.it trovate i volumi precedenti e l’elenco delle librerie in cui è possibile acquistarli.

 

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Cinema

Il primo sguardo su un nuovo universo

Su "Dune" di Denis Villeneuve

di Francesco Vannutelli / 24 settembre

È finalmente arrivato al cinema Dune, l’attesissimo film di Denis Villeneuve che riporta sul grande schermo la saga fantascientifica ideata da Frank Herbert con il romanzo del 1965. Dopo la serie di rinvii causata dall’emergenza sanitaria è arrivato il momento di capire se il regista di Arrival Blade Runner 2049 è riuscito a rendere giustizia a una delle saghe letterarie più amate di tutti i tempi, che già aveva messo in difficoltà un grande regista come David Lynch.

In un futuro lontano, l’universo è organizzato secondo un sistema feudale retto da un imperatore che mentiene l’equilibrio tra diverse nobili casate in lotta tra di loro.  Il pianete desertico di Arrakis è un centro di particolare interesse collettiva per la produzione della Spezia, una sostanza con poteri allucinogeni utilizzata per tracciare le rotte stellari. Quando l’imperatore decide di togliere la sovrintendenza di Arrakis al brutale casato degli Harkonnen, il saggio duca Atreides riceve l’ordine di prendere il controllo della raccolta della Spezia. Insieme alla sua famiglia si trasferisce nel deserto senza immaginare i veri piani dell’Impero e il ruolo che suo figlio Paul avrà nel futuro dell’umanità.

Inutile fare un confronto diretto tra il Dune di Villeneuve e quello di David Lynch del 1984. I due registi hanno scelto un approccio completamente diverso al materiale letterario e c’è tutta la differenza che oltre 35 anni di evoluzione tecnologica degli effetti speciali possono portare nella realizzazione di un film di fantascienza. Sbagliato parlare di un remake, quindi, come fanno in molti, ma di una nuova trasposizione cinematografica dell’universo di Herbert.

Una nuova versione che conosce sul piano cinematografico il suo difetto più grande nelle ambizioni di Denis Villeneuve. Questo Dune è infatti solo la prima parte di un progetto molto più ampio che include seguiti, serie tv, spin off, approfondimenti e tutto il necessario per trasferire le migliaia di pagine del ciclo di Dune sullo schermo.

In questo primo film, il regista canadese si prende tutto il tempo che gli serve per costruire il suo Dune. Fedele alla sua idea di fantascienza riflessiva già sperimentata in Arrival Blade Runner, Villeneuve lavora con lentezza per creare un immaginario e lasciare intravedere i prossimi sviluppi.

Con un cast ampio e variegato guidato da Timothée Chalamet nell’ennesima declinazione del suo eterno ruolo di adolescente tenebroso e completato da Oscar Isaac, Josh Brolin, Rebecca Ferguson, Dave Bautista, Jason Momoa, Zendaya, Javier Bardem e Stellan Skarsgård, il nuovo Dune si impone per la grandezza dei personaggi e la maestosità della messa in scena.

Non c’è un momento che non sia di impatto, dai silenzi spaziali alle nuvole di Spezia su Arrakis, dai combattimenti alle visione del giovane Paul. Uno sforzo grandioso che, però, non porta da nessuna parte.

Questo Dune è in sostanza l’episodio pilota di una serie tv che potremmo non vedere mai. I fatti del primo film sono poco più che un’introduzione a quello che succederà in seguito.

Il cinema è cambiato nell’ultimo decennio, e la pandemia sembra aver accelerato un’evoluzione che punta sempre più lontano dal grande schermo per prediligere lo streaming domesticoDune, con i suoi ritardi di distribuzione nell’attesa di un possibile ritorno alla normalità, sembra destinato più di altri titoli a fare da definitivo spartiacque tra un’idea di film del prima e quella del dopo.

La Warner Bros ha dato fiducia e soprattutto fondi a Denis Villeneuve nonostante i risultati non esaltanti sotto il profilo commerciale di Blade Runner 2049. Prima di avviare il progetto del seguito, però, vuole attendere i risultati al botteghino del primo Dune. Risultati che inevitabilmente non potranno essere all’altezza di un mondo normale, con capienza delle sale ridotta e l’uscita negli Stati Uniti che avverrà in contemporanea con la pubblicazione in streaming su HBO Max.

Potremmo non vedere mai gli sviluppi di questo progetto visionario e totale, quindi, e del Dune di Villeneuve rimarrebbe solo questo primo episodio, splendido e incompleto.

(Dune, di Denis Villeneuve, 2021, fantascienza, 155’)

LA CRITICA - VOTO 8/10

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Libri

Aspetta primavera, Soncini

“L’era della suscettibilità” di Guia Soncini

di Giulia Marziali / 23 settembre

L’era della suscettibilità, da poco edito da Marsilio, è un titolo di cui l’autrice Guia Soncini è anche complemento di specificazione, riferito ovviamente al sostantivo suscettibilità. Per spiegarci che razza di mondo fragile e malmostoso stia diventando il nostro, pieno di parolacce inglesi come victim blaiming, trigger warning o safe space, Soncini parte infatti dalla sua esperienza – raccontata, in verità, in maniera piuttosto divertente – di vittima suscettibile della suscettibilità altrui.

Guia Soncini è una giornalista – di costume, si sarebbe detto un tempo, ma non so se si dica ancora – che per lavoro si occupa di opinioni, le sue e quelle degli altri, e un’incallita frequentatrice di quel gorgo inospitale e talvolta avvilente che sono diventati i social network.

È una che ama provocarle, le classiche tempeste nel bicchier d’acqua, magari con una battuta sarcastica su Twitter che sarà attaccata ancora prima che qualcuno si faccia una domanda su cosa davvero intenda. Perché più di tutto a Soncini – esattamente come a quelli che vestono il proprio neonato di rosa e aspettano al varco chiunque dia per scontato che sia una bambina, aneddoto fra i molti riportati inel libro – piace «rompere i coglioni». «Siamo dispettosi, prima ancora che suscettibili. Ci piace mettere piccole trappole, e vedere (non troppo di nascosto) l’effetto che fa.»

La sua tesi di fondo, verificata sul campo, è che sempre più persone, sui social ma anche fuori, abbiano un po’ perso il senso della realtà (oltre che dell’umorismo), e che questo si riverberi in maniera molto negativa sulla società intera. Una tesi banale? Niente affatto, data la frequenza con cui ci tocca assistere, esterrefatti, ai litigi sotto banalissimi post Facebook fomentati da amici che ritenevamo, almeno finché non li abbiamo aggiunti sui social, persone intelligenti o quantomeno spiritose.

Ma siamo sicuri che il dissenso, la contestazione, l’aumentata e in certi casi sicuramente esasperata sensibilità su alcune tematiche costituiscano una cancel culture?

L’aspetto che trovo più debole di questo libro (sì, è un modo carino per dire che lo trovo molto debole come saggio, anche se molto divertente e brillante come docu-fiction dei tempi che corrono) è che questa domanda non venga mai posta, che si mescolino ambiti differenti e che si parli di «morte del contesto», di «feticismo della fragilità», e di preponderante «epistemologia identitaria», come «alcuni tra i fenomeni più evidenti e dirompenti degli ultimi anni, con effetti pericolosi e grotteschi che in altri secoli erano occasionale damnatio memoriae e ora sono quotidiana cancel culture».

Mi chiedo, infatti: siamo sicuri che quello che l’autrice definisce nell’introduzione «quotidiana cancel culture» non sia un modo un po’ paraculo per etichettare quel filone giornalistico – anch’esso, se vogliamo,  lamentoso-vittimistico – del “non si può più dire niente, signora mia”?

Insomma, siamo sicuri che una Valeria Parrella che, intervistata per lo Strega 2020, ridacchia giustamente all’annuncio che «dopo di lei ci sarà Augias per parlare di cos’è cambiato nella letteratura col #MeToo» e la carriera bruciata di Kevin Spacey accusato di molestie possano davvero stare insieme nello stesso discorso, e apparentemente sullo stesso piano?

Perché quello della cancel culture, specialmente in America, «gli Stati Uniti della Suscettibilità», è un problema molto serio, come raccontava molto bene già agli inizi degli anni Novanta Robert Hughes nel suo La cultura del piagnisteo(in Italia pubblicato da Adelphi). Mentre invece non mi sembra poi un bavaglio così pericoloso alla libertà d’opinione, nè il prodromo ad alcun tipo di sindrome maccartista, che in Italia qualcuno abbia iniziato a far notare ai personaggi pubblici che certe uscite si possono evitare, e che no, scrivere una cosa sulle pagine social non è esattamente come dirla al bar.

Al contrario, mi fa pensare che il dibattito pubblico sia tutto sommato in salute, visto che si pone delle domande, senza che però – lo dico con sollievo – alcun virologo di fama abbia perso il posto di lavoro per l’uscita sulle «donne bruttine che potrebbero curarsi un po’ di più», che alcun direttore di quotidiano sia stato licenziato per esternazioni poco edificanti sugli immigrati, o persino che qualche leader politico sia stato costretto a sparire dalla circolazione per essersi lasciato andare a constatazioni poco eleganti sull’avvenenza di qualche signora.

Che poi la smania di apparire buoni e giusti sui social ci porti a eccessi grotteschi o che basti un cancelletto “bodypositive” per titillare la nostra volontà di identificazione o compiacere il nostro vittimismo (“Siete grasse? Siete bellissime, ma compratevi la nostra crema, anche da grasse dovrete pur idratarvi. Avete l’acne? Siete bellissime, ma compratevi il nostro shampoo, anche con ripugnanti facce brufolose dovrete pur lavarvi i capelli”), semmai ha a che fare con quello che Irene Graziosi, in un articolo illuminante, chiama «attivismo performativo». Qua il dibattito delle opinioni c’entra ben poco, e c’entra invece moltissimo la capacità delle grandi aziende di capire le nicchie di mercato aperte dai nuovi fenomeni culturali e fare quello che sanno fare meglio: sfruttarle per farci dei soldi. A spese dei poveri polli, ovviamente.

Parlando di polli e fagiane, e per capire meglio quello che intendo, consiglio il superbo reportage di Michele Masneri per il Foglio sullo scontro fra un improvvido giornalista boomer (proprio lui) e una nota imprenditrice e influencer, una di quelle che, come racconta Soncini, sa benissimo che il flame, il litigio, fa guadagnare follower (e quindi, ancora, soldi).

Premesso dunque («la premessite è un’arte: se la conosci non ti uccide» afferma Soncini) che non condivido l’uso un po’ generico del termine cancel culture, che in Italia è molto spesso il rifugio di coloro che nel discorso pubblico vorrebbero continuare indisturbati a usare espressioni offensive senza essere tacciati nel migliore dei casi di maleducazione e nel peggiore di discriminazione, secondo me L’era della suscettibilità fotografa efficacemente che tipo di dibattito si sia innescato oggi su questo tema, limiti compresi. Un buon documento di questi tempi confusi e poco maneggevoli e un omaggio, soncinesco, alla Prevalenza del cretino di Fruttero & Lucentini che, come già il suo modello, fa ridere, ma mica troppo.

In questa guerra senza quartiere fra opposti estremismi, infatti, l’unica categoria per la quale rattristarsi davvero è quella degli unhappy few che, potendo disporre di un senso dell’umorismo degno di tale nome, sono costretti a subire la debordante iperattività dei censori della domenica, dei «cancelletti indignati», che non capendo una battuta sulla luna vanno a pignolare sul dito.

Un’esigua e sparuta categoria che si ritrova di quando in quando a chiedersi, avvilita, se siano pazzi, a non cancellarsi immediatamente da ogni tipo di social network.  E poi però – parafrasando Woody Allen – a loro le uova chi gliele fa?

 

(Guia Soncini, L’era della suscettibilità, Marsilio, 2021, pp. 192, euro 17, Articolo di Giulia Marziali)
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Musica

La singolarità di Lorenzo Kruger

L'album solista dell'ex frontman dei Nobraino

di Luigi Ippoliti / 22 settembre

Lorenzo Kruger fa uscire un album solista, “Singolarità”. Era da un po’ che se ne parlava, ma forse non eravamo ancora pronti a un salto  indietro nel tempo del genere. La cosa risveglia sensazioni, e non potrebbe essere diversamente, in chi ha vissuto certi anni tra fine anni ’10 e inizio anni ’10: la partecipazione all’ultimo momento di un certo modo di intendere la musica che da lì in poi sarebbe cambiata per sempre.

Oltre all’effetto nostalgia che possono portarsi appresso, i Nobraino sono stati la rappresentazione di qualcosa in un determinato periodo per un certo tipo di ascoltatore.  L’indie, come atteggiamento e come produzione (no major), aveva ancora motivo di esistere e di essere nominato.

Considerazioni cronologiche: 2010 No Usa! No Uk!. 2011 Il sorprendete album d’esordio dei Cani.  Nel 2012 Best Of.   In questa porzione di tempo i Nobraino sono i Nobraino: il culmine è Lorenzo Kruger che si rasa sul palco del primo maggio a Roma del 2012. Sembrano lanciatissimi, ma le cose stanno cambiando.

C’è quel Contessa lì in mezzo. C’è Il sorprendente album d’esordio dei Cani. Contessa ritorna sempre, per forza di cose, quando si vuole parlare di come sia cambiata la musica indie in italia.  Apripista involontario del pop da cameretta che si fa pop da stadio (Calcutta, The Giornalisti): l’indie moriva, nasceva l’itpop che veniva confuso con l’indie, i Nobraino venivano dimenticati.  I Nobraino erano il passato nel loro momento di maggior successo.

Non sono gli unici ad aver vissuto un’esperienza simile.  Ai Managment del dolore post operatorio, che erano i nuovi Nobraino (l’ostia-preservativo al concerto del primo maggio 2013, ricordate?), dopo Auff!!, succede qualcosa di simile: dimenticati senza grossi strascichi.

Due gruppi che sembrava dovessero dominare una nicchia del mercato, mangiati e sputati dall’indie che si fa mainstream. Senza che ce ne rendessimo conto. Finiti, almeno artisticamente.

Quindi passano gli anni, il 2021 arriva ed esce un album di Lorenzo Kruger. Cos’è successo a uno degli ultimi indie? Dopo che anche l’it pop è, di fatto, morto? 

Le sensazioni generali che trasmette Singolarità sono positive. Non siamo di fronte alla cosa migliore che ci saremmo potuti aspettare da un cantautore del genere. È il minimo sindacale. Ci sono pezzi completamente trascurabili come “Libro aperto“.  Ma non era scontato un album del genere. Perché gli ultimi anni dei Nobraino sono stati uno stillicidio. E perché i tentativi di riciclarsi e darsi una nuova identità artistica possono partorire mostri.

Non era scontato, quindi, che Kruger riuscisse a trovare equilibrio tra ciò che è stato e una nuova grammatica con cui ha dovuto ridisegnare la propria poetica. Ma soprattutto non è evidente una  contaminazione di ciò che rimane dell’it pop (a parte il cantare-gridando alla calcutta «non credo in dio ma credo in qualche cosa» ne “Il Calabrone“), non c’è il nauseabondo appiccicarsi a un modo di fare per sopravvivere al mercato. Il lavoro segue una propria strada, influenzata da ciò che si muove attorno nella misura appropriata.

Singolarità è un album di canzoni pop d’autore che rientra nell’immaginario del suo personaggio. Non ci sono particolari intuizioni musicali. Si accontenta, e può funzionare, di creare una base senza ghirigori su cui fa girare i testi e la voce  (a parte la coda di “Giro del Sole“, con la batteria che si prende la scena). La scrittura però non è sempre all’altezza di certe aspettative che Kruger, vuoi o non vuoi, oramai si porta appresso.

C’è una  certa retorica che  caratterizzava i Nobraino; ci sono i giochi di parole (Con me Low-Fi, uomo dell’ansiolitico); una compostezza alla Bianconi piuttosto evidente.  Lo spleen doveva esserci e c’è ancora oggi, ma riesce a non strabordare nella macchietta, riuscendo a regalare un album piacevole e malinconico.

Singolarità è buono, ma Kruger può dare di più.

LA CRITICA - VOTO 6,5/10

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Libri

Memoriale d’amore universale

Su “Promesse” di Bryan Washington

di Alberto Paolo Palumbo / 21 settembre

Negli ultimi anni è diventata sempre più frequente la pubblicazione di romanzi che riguardano comunità di minoranze, caratterizzati da un respiro universale. Ne sono esempi Storia di Shuggie Bain di Douglas Stuart, vincitore del Booker Prize nel 2020, Brevemente risplendiamo sulla terra di Ocean Vuong e Una vita vera di Brandon Taylor.

Non è da meno Promesse (NNEditore, 2021), primo romanzo dell’afroamericano Bryan Washington tradotto da Emanuele Giammarco, editore di Racconti Edizioni, che l’anno scorso ha pubblicato Lot, raccolta dell’autore originario del Kentucky e fra i libri dell’anno del 2019 dell’ex Presidente degli Stati Uniti Barack Obama.

Ambientato fra gli Stati Uniti e il Giappone, di preciso fra Houston e Osaka, il romanzo di Washington ha per protagonisti una coppia di ragazzi omosessuali: Benson, afroamericano e insegnante d’asilo, e Michael, asiatico-americano e cuoco di professione. Il rapporto fra i due è costituito da alti e bassi, ma viene messo in discussione nel momento in cui Mike dovrà lasciare gli Stati Uniti per andare in Giappone dal padre Eiju, malato di cancro al pancreas. La partenza del ragazzo sarà l’occasione per la coppia di riconsiderare il proprio amore, ma soprattutto per venire a patti con sé stessi, col passato e con le rispettive famiglie.

A una prima lettura, Promesse sembra raccontare una storia molto personale. Alcuni elementi del personaggio di Benson sono infatti autobiografici: così come l’autore, anche Ben è afroamericano e omosessuale, e ha vissuto in Texas, fra Katy e Houston. In realtà però, come annunciato dalla citazione in esergo di Bye bye vitamine! di Rachel Khong – «Tutti, penso, parlano sempre e comunque della stessa merda» –, Bryan Washington pone riflessioni che vanno oltre l’aspetto individuale. Questo è evidente soprattutto in considerazione della prospettiva adottata dall’autore. Il romanzo è narrato in prima persona ed è suddiviso in tre capitoli che alternano il punto di vista di Ben con quello di Mike, a riprova dell’idea che la situazione vissuta dal primo è condivisa da più persone.

I due protagonisti sono coinvolti in dinamiche in cui tutti si possono riconoscere. Entrambi provengono da famiglie disfunzionali – con padri alle prese con problemi d’alcol e la paura delle responsabilità familiari – e vivono come estranei la realtà che li circonda. Mike affermerà infatti che fra lui e gli avventori del bar di suo padre Eiju «c’era un grado di separazione, una sorta di muro che spuntava dal nulla, perché ero uno di loro, anche se no, non lo ero, e non lo sarei mai stato, ed era così che andavano le cose», mentre Ben rinfaccerà ai suoi genitori – che «fanno finta che non sia gay. Per loro è più semplice di quello che sembra» – di esser stato abbandonato da tutti loro appena saputo della sua sieropositività.

Mike e Ben però si troveranno a confrontarsi con i concetti universali di perdono e di cambiamento. Entrambi dovranno riconsiderare il loro legame con i genitori, specie con i loro padri, con i quali hanno avuto un rapporto burrascoso, ma che nel corso della storia riusciranno a ricostituire. «Solo perché qualcosa non funziona», sostiene Mike, «non significa che sia rotto. Devi avere voglia di aggiustarlo. Ci deve essere la volontà». Riallacciando i contatti con i propri genitori, i protagonisti impareranno a perdonarli, poiché «amare una persona significa lasciare che cambi quando ne ha bisogno. E lasciare che se ne vada quando ne ha bisogno. […] Ma questo non sminuisce l’amore che provi. Semplicemente cambia forma». Mike e Ben comprendono che, per continuare ad amare le proprie famiglie, i loro padri hanno dovuto accettare la necessità del cambiamento e lasciare andare un amore giunto alla fine in modo tale da ridefinire i loro legami familiari.

L’amore è dunque destinato a cambiare come ogni esperienza umana, ma resta nei ricordi di chi lo vive. Osservando una foto di lui e il padre in California, Mike realizza che «ci portiamo i nostri ricordi ovunque andiamo, e tutto ciò che resta sono quelli che rimangono nei paraggi, ed è così che ci facciamo una vita». In questo senso è da intendersi il titolo originale del romanzo, Memorial: il memoriale non solo come monumento commemorativo fisico – quello di Studemont, al centro di una delle scene finali del romanzo –, ma anche, in senso metaforico, come collezione dei ricordi di un amore che continuerà a esserci anche nella lontananza e nella difficoltà. Le fotografie, gli appunti di Eiju, i messaggi del cellulare e i ricordi del passato di Mike e Ben sono la testimonianza di un amore che continuerà a vivere cambiando forma come condizione per rinnovarsi.

Oltre che un romanzo, si può definire Promesse un memoriale d’amore universale. Un monumento all’amore in tutte le sue forme, che si manifesta in ogni gesto e silenzio, che sa perdonare, si rinnova nei ricordi e resiste nonostante le difficoltà, le distanze e il cambiamento. Bryan Washington, che con questo romanzo si conferma promessa della nuova letteratura statunitense, ha saputo raccontare l’amore con grande delicatezza dando voce all’animo umano con tutti i suoi silenzi e non detti.

 

(Bryan Washington, Promesse, trad. di Emanuele Giammarco, NNEditore, 2021, 352 pp., euro 19, articolo di Alberto Paolo Palumbo)

 

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Libri

Vociferazione nell’antro della strega

“Streghe fraterne” di Antoine Volodine

di Davide Tamburrini / 20 settembre

Nel raccontare la parabola narrativa dei suoi personaggi più celebri, quali Tomáŝ e Tereza, Franz e Sabina, Milan Kundera nel suo capolavoro del 1984, L’insostenibile leggerezza dell’essere, scriveva queste parole: «I personaggi non nascono da un corpo materno come gli esseri umani, bensì da una situazione, da una frase, da una metafora, contenente come in un guscio una possibilità umana fondamentale che l’autore pensa nessuno abbia mai scoperto o sulla quale ritiene nessuno abbia mai detto qualcosa di essenziale». Questa citazione balza subito alla mente approcciandosi per la prima volta alle pagine inziali di Streghe fraterne, l’ultimo romanzo pubblicato dallo scrittore francese Antoine Volodine per 66thand2nd, nel quale l’autore continua e prosegue la sua personalissima poetica definita post-esotica.

Nella prima delle tre parti in cui è suddiviso il libro, intitolata “Teatro o Morte”, la metafora attraverso la quale si dipana la storia è quella di un mondo apocalittico, grigio, privo di qualsiasi coordinata geografica ma verosimilmente identificabile negli ex territori dell’Unione Sovietica appartenenti alla regione del Caucaso. I modelli economici del passato sono crollati, lasciando dietro di sé nient’altro che devastazione e popoli da «fine-mondo». È da quest’atmosfera che, ripensando alle parole di Milan Kundera, emerge la figura di Éliane Schubert, una girovaga dal passato itinerante entrata in seguito a far parte della compagnia teatrale della Gran Nidiante, impegnata «attraverso villaggi e contrade recitando farse medievali e agit-prop». Istigata da un sadico aguzzino che la tiene prigioniera in un luogo non ben precisato, Éliane sarà costretta a ripercorrere interamente la sua storia, dalle origini passate ad apprendere oscuri slogan (nonostante sia difficile parlare di origini dato che il tempo, come qualsiasi altra coordinata esistente, è nel libro solo un’indicazione vaga e fittizia) al momento della sua morte in uno sperduto villaggio del Khorogon. Già dall’inizio quindi la voce di Éliane si presenta come la custode di alcune formule antiche, definite con il termine evocativo di cantopera, insegnatele dalla madre e dalla nonna quand’ancora era una bambina piccolissima e il cui significato rimane a lei stessa incerto.

Nella seconda parte, “Le vociferazioni”, la sensazione che abbiamo è quella di essere trascinati all’interno di un cerimoniale arcaico, una litania ossessiva che condivide assieme alle componenti magiche una ritualità che si evince non solo dalle parole utilizzate, ma dalla stessa struttura del testo. E in effetti, leggendo queste singole frasi brevi, slegate da qualsiasi significato logico («1. Procedi fino al sedicesimo singulto! 2. Procedi con o senza mani rugose! 3. Che importano le rughe sulle spalle!») ciò che più colpisce è il ritmo martellante, ripetuto, quasi estatico, di questi frantumi di suono che assomigliano a quella «poltiglia di sillabe balbe rimasticate in eterno da mascelle senili» di bufaliniana memoria. A quanto pare queste imprecazioni sarebbero state ispirate ad Antoine Volodine dalle visioni di una sciamana siberiano-coreana conosciuta fra le sponde di Macao, tale Maria Soudaïeva. Ma dicevamo della struttura, dell’impianto che queste vociferazioni assumono disponendosi sulla carta bianca della pagina: 343 versi sciolti (7x7x7) su 49 capitoli (7×7) dove 49 sono anche i giorni che nel Libro tibetano dei morti separano l’uomo dal momento della sua morte a quello della rinascita. Al di là dell’evidente simbologia escatologica che attraversa questa sezione, è interessante cercare di interrogarsi sulle modalità in cui l’autore ha cercato di amalgamare le diverse parti che compongono il libro. A questo proposito, ci viene incontro la breve didascalia situata nel frontespizio, la quale al di sotto del titolo, Streghe fraterne, vede la presenza della sola parola intrarcane.

Nell’immaginario dello scrittore francese questo termine suggerisce uno spazio chiuso, esoterico, del quale può far parte solo una cerchia ristretta. Qui, due testi di natura diversa (come sono quelli che ci troviamo di fronte) riescono a dialogare tra loro in un continuo scambio di informazioni, disponendosi quindi come attraverso una struttura circolare, capace di passare indifferentemente da una sezione all’altra. In questo senso, Volodine lascia a discrezione del lettore la possibilità di decidere il modo in cui legare e combinare tra loro i diversi contenuti, senza ispirare a questo nessuna indicazione preferenziale.

L’ultima parte, dal titolo “Dura nox sed nox”, presenta, nell’arco di un tempo indefinito che dura l’attimo di una notte eterna, un’unica frase che si scioglie per più di cento pagine, dando voce a una misteriosa coscienza, uno spirito malvagio che passando da un corpo all’altro – in un’eterna reincarnazione che ricorda in maniera parodistica il ciclo delle vite del samsara – compie ogni genere di nefandezza senza alcuno scrupolo di sorta.

Quella che Volodine opera è in sintesi la dissoluzione del mondo contemporaneo, delineata ricreando un scenario in cui tutto è sepolto sotto le macerie. Il mondo che ci si para davanti agli occhi è un mondo distrutto, dalle tinte apocalittiche, dove le strutture sociali, politiche, economiche e urbanistiche hanno lasciato il posto a un panorama asfittico, privo di una qualsiasi forma d’organizzazione. In questo contesto primitivo, ciò che rimane non è altro che la parola, con tutto il suo potere evocativo. Un linguaggio che però non segue delle regole prestabilite né una sua logica, caratterizzandosi invece per le proprie qualità arcane il cui manifestarsi non può che avvenire attraverso la sua componente magica. Ma qual è appunto e come si esplica questa parola, questo linguaggio magico? Attraverso la ritualità, la ripetizione ciclica e quindi la formulazione mnemonica da non dimenticare e il cui scopo principale consiste nell’evocare, nel dar vita e forma alla cosa ripetuta.

Per concludere, tutti questi elementi come la cantopera portata in eredità e trasmessa da Éliane, le vociferazioni, le vite cicliche di Hadeff Kakaìne (uno dei tanti nomi assunti dall’essere protagonista delle ultime pagine), contribuiscono nell’insieme a creare quel mondo che Volodine ha tratteggiato più e più volte non solo in Streghe fraterne, ma nel corso dell’intera sua produzione letteraria, delineando una poetica ben precisa. Esattamente come accadeva per la civiltà egizia, la sola enunciazione della parola ha in queste pagine il potere di rendere immediatamente reale e tangibile il concetto espresso, senza che possa esistere un effettivo confine tra parola e magia. Lo stesso geroglifico, per il solo fatto di dispiegarsi sul papiro, era capace di donare concretezza all’idea astratta che si voleva esprimere, di modo che qualsiasi processo di nominazione equivalesse a un processo di creazione, ciò che l’autore francese non dimentica mai, neanche per un istante, di ricordarci attraverso tutto il suo libro.

 

(Antoine Volodine, Streghe fraterne, trad. di Anna D’Elia, 66thand2nd, 2021,  272 pp., euro 17, articolo di Davide Tamburrini)
Flanerí

Libri

Gli animali narratori

«Nella vostra lingua di gitane, una lingua che più non si sa»

di Priscilla Santoro / 18 settembre

Scrive Lev Tolstoj nel proprio Diario: «Se tutta la complessa vita di molti passa inconsciamente, allora è come se non ci fosse mai stata» (Garzanti, 1924, p. 90).

Nel saggio del 1917 L’arte come procedimento (che oggi si legge in italiano in I formalisti russi. Teoria della letteratura e metodo critico, a cura di T. Todorov, Einaudi, 1968, pp. 65-94), Viktor Šklovskij adopera questo breve passo per significare l’«automatismo» della percezione che «si mangia gli oggetti, il vestito, il mobile, la moglie e la paura della guerra» (p. 82), quel meccanismo, cioè, per cui gli oggetti finiscono via via con l’essere recepiti dall’osservatore come usuali: «L’oggetto si trova dinanzi a noi, noi lo sappiamo, ma non lo vediamo» (p. 83). È con lo «straniamento», inteso come pratica artistico-letteraria capace di sottrarre la materia narrata alla convenzionalità della prospettiva canonica, afferma Šklovskij, che essi vengono invece presentati sotto una nuova luce, rivelando lati inediti.

A tale scopo (vale a dire intensificare e, contemporaneamente, rinnovare l’impressione ricavata dal lettore) rispondono specifiche modalità linguistico-descrittive, formali e strutturali, nel cui novero si conta anche l’adozione di una prospettiva che s’identifica con quella di un personaggio altrimenti secondario, tradizionalmente subordinato ai grandi protagonisti della storia per ragioni economiche, per ceto sociale, per età, per genere o persino per specie animale.

 

 

Narratore «straniato»: il cavallo tolstojano

 

Šklovskij medesimo propone il caso del racconto tolstojano Cholstomér (Storia di un cavallo, 1876), dove al narratore eterodiegetico della parte introduttiva e di quella conclusiva si sostituisce, nei capitoli centrali, la voce autodiegetica del purosangue pezzato protagonista, cosicché «le cose vengono straniate non dalla nostra, ma dalla percezione che ne ha il cavallo» (p. 83). Questi, chiamato Mužik I ma soprannominato Cholstomér (Passolungo) per la rapidità nella corsa, incomincia a raccontare ai giovani cavalli dell’allevamento dov’egli è adoperato quale bestia da soma tutte le proprie peripezie, ripercorrendo e contemporaneamente commentando quegli avvenimenti che nel corso della vita gli hanno svelato la vera natura degli uomini, i quali «si fan guidare nella vita non dai fatti, ma dalle parole» (p. 84).

Esempio assai significativo di tale procedimento narrativo è offerto dalla descrizione «straniata» che l’animale (talmente estraneo al consorzio degli uomini da credere che sarebbe stato curato dalla scabbia da quello stesso scuoiatore presso il quale viene invece condotto per essere soppresso) restituisce circa l’istituto umano della proprietà (L. Tolstoj, I cosacchi e altri racconti, Garzanti, 2019, pp. 317-360: 338):

«Per me la cosa si faceva assolutamente oscura a riguardo del significato delle parole: il suo puledro, il proprio puledro, dalle quali vedevo che la gente presupponeva un legame tra me e il capostalliere. In che consistesse questo legame, non potei allora in nessun modo capire. Solo molto tempo dopo, quando mi separarono dagli altri cavalli, capii cosa significava. Ma allora non potevo assolutamente capire cosa significava che chiamassero me proprietà di una persona. Le parole: “il mio cavallo” riferite a me, cavallo vivo, mi sembravano altrettanto strane quanto le parole “la mia terra”, “la mia aria”, “la mia acqua”. […] Il significato è questo: gli uomini […] amano non tanto la possibilità di fare o non fare qualcosa, quanto la possibilità di utilizzare per diversi oggetti certe parole tra loro convenute. Queste parole, ritenute tra di loro molto importanti, sono le parole mio, mia, che essi usano per le cose, le creature e le materie più disparate, anche per la terra, gli uomini e i cavalli. […] In definitiva, ampliato il numero delle mie osservazioni, mi convinsi che, non soltanto in riferimento a noi cavalli, il concetto di mio non ha nessun altro fondamento se non il basso e animalesco uso umano, da loro chiamato senso o diritto di proprietà».

Da questo passo si deduce che l’adozione di un’ottica «straniata» non comporta affatto un abbassamento tematico-tonale della materia trattata né tantomeno relega l’azione narrativa a quella deformitas di motivi tipica di talune forme letterarie ‒ analizzate nel terzo capitolo de Le forme brevi della narrativa (Carocci, 2020); al contrario, un narratore «straniato», collocando ciò che viene di solito percepito come usuale in una serie semantica diversa da quella che gli è abitudinariamente assegnata, scandaglia una tematica della quale intende svelare le implicazioni oppure isolare particolari componenti, così da individuare le criticità di un discorso, non di rado, complesso.

 

 

La profezia post-apocalittica degli animali volponiani

 

Nella letteratura novecentesca sono numerosi i romanzi che rimodulano la società umana sulla base della voce diretta o indiretta, singola o corale, degli animali ‒ si pensi anche solo alla paradigmatica Fattoria degli animali orwelliana.

Particolarmente interessante il caso de Il pianeta irritabile (Einaudi, 1978) di Paolo Volponi, autore convinto che la letteratura «non deve rappresentare la realtà, ma deve romperla» e che «starebbe proprio ai lettori […] non respingere il libro che non appaia subito accomodante» (Romanzi e prose, a cura di E. Zinato, Einaudi, 2002, p. 1170).

In questo romanzo dal finale incompiuto, «a metà strada tra il genere di fantascienza e quello della favola allegorica» (Andrea Inglese, «Cahiers d’études italiennes», 7), l’intreccio si edifica sul viaggio intrapreso nell’anno 2293, in occasione dell’ultima catastrofe planetaria della terra, da un esiguo quanto eterogeneo gruppo di esseri viventi sopravvissuti. In primis, il babbuino Epistola che, temuto per aggressività ma rispettato per carisma, guida i compagni verso un nuovo utopico regno, vietato all’essere umano: «È meglio se spopolata la terra dove andiamo? – domandò [il nano Mamerte]. Così dice Epistola, ‒ rispose Roboamo, ‒ e a noi sembra giusto» (Il pianeta irritabile, Einaudi, 2014, p. 30). Roboamo è il dottissimo elefante con il dono della parola, capace di citare a memoria la commedia dantesca. C’è poi Plan Calcule, l’oca dalle sviluppate abilità logico-matematiche; infine, il nano sfigurato Mamerte, il quale in virtù della propria conformazione fisica era stato costretto, dalla società capitalistica stigmatizzata nell’immagine del circo da dove provengono tutti e quattro i personaggi (una «microsocietà gerarchica e crudele», scrive Inglese), a vivere come uno schiavo.

In questo caso la voce narrante non coincide con quella di uno degli animali sulla scena (tanto più che oca e babbuino non possiedono facoltà di parola, benché la sappiano comprendere). Questi personaggi zoomorfi tuttavia rappresentano ciascuno un aspetto del mondo naturale o umano su cui Volponi intende calamitare l’attenzione, come suggerito già dai loro nomi: l’istinto animale che, per sopravvivere, nega l’uomo è rappresentato da Epistola, la cui morte alla fine del romanzo si rende simbolicamente necessaria, affinché gli altri possano raggiungere il nuovo regno dove animali e uomini finalmente convivranno; Roboamo è la memoria collettiva di una cultura antica che cerca di auto-salvaguardarsi e di sfuggire alla commercializzazione imperante nella società di massa; Plan Calcule, infine, evoca la reminiscenza della téchne sulla quale si basava il mondo pre-apocalittico.

Questa impostazione dei personaggi di babbuino, elefante e oca contribuisce fortemente alla duplice invettiva di cui il romanzo si fa vettore: in primo luogo, la critica al nucleare, sul quale Volponi si esprime in termini estremi (Volponi e la scrittura materialistica, a cura di F. Bettini, Lithos, 1995, p. 52): «Ero convinto che, se le bombe atomiche le avevano costruite, prima o poi le avrebbero pure tirate, e che la guerra nucleare avrebbe distrutto l’umanità. Era il mio pensiero fisso, ossessivo».

 

 

In seconda istanza, la condanna, presente anche nella scrittura saggistica, al «potere economico» che tenta di «sovrapporre i propri termini a quelli storici […] e tornare ad essere tutto, principio e fine» (Scritti dal margine, Lupetti-Manni, 1995, p. 58).

Inoltre, è proprio nel processo di “animalizzazione” dell’uomo che Volponi individua la strategia indispensabile per costruire una società nuova. Quando i tre superstiti dallo scontro con il governatore significativamente chiamato Moneta soddisfano la fame mangiando il foglio di riso che, fino ad allora gelosamente custodito da Mamerte, contiene la poesia della suora di Kanton, sulla ragione umana prevale quella animale: è l’istintiva e primordiale risposta ai bisogni naturali che traduce il «valore simbolico» del foglio conservato nel «valore d’uso» del foglio consumato, come notato ancora una volta da Inglese.

L’originaria animalità ritrovata dall’uomo costituisce dopotutto un tema ricorrente nella produzione volponiana, come mostrano il vincitore del premio Strega La macchina mondiale (Garzanti, 1965) e Corporale (Einaudi, 1974), dove però al flusso narrativo non concorre alcuna presenza zoomorfa.

È insomma anche grazie all’adozione di una simile prospettiva che Il pianeta irritabile si oppone a quella che Italo Calvino definisce, considerandola cifra distintiva degli anni Settanta, la «assuefazione all’ambiente», contro la quale egli anzi confida nella «risposta di una letteratura che non sia mimetica», ma che sia, si potrebbe per l’appunto dire, straniante (Saggi, a cura di M. Barenghi, Mondadori, vol. II, 1995, p. 2934).

 

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[Nel testo, il dipinto ispirato a Chostolmér, Il cavallo narratore (1901) di Giovanni Marchini (particolare) e la fotoriproduzione di P. Volponi, La macchina mondiale (Garzanti, 1965)]

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Cinema

Scarpetta: il padre di una stirpe

Su “Qui rido io” di Mario Martone

di Elisa Scaringi / 17 settembre

Qui rido io è un film metateatrale: raccontando un breve periodo della vita di Eduardo Scarpetta, Mario Martone coglie l’occasione per illuminare la storia del nostro teatro. Una commedia nella commedia, che intreccia i diversi piani: vita privata e rappresentazione scenica, contesto culturale e scandalo sociale. «Il film è scritto come una commedia, – spiega il regista – impostato e diretto per far sì che le scene fossero tutti palcoscenici, perché dovunque si mette in scena una recita».

Sullo sfondo di un’Italia di fine Ottocento, Scarpetta si impone per la sua originalità di commediografo: dopo la gavetta nei panni di Pulcinella, ne trasforma le fattezze e il nome, dando a don Felice Sciosciammocca i tratti della maschera moderna. L’attore che indossa un personaggio dai lineamenti fissi e statici diventa il mattatore del palcoscenico. Scarpetta rimarca il lato umano delle sue storie facendole aderire alla realtà del pubblico. Con don Felice è evidente la “morte” di Pulcinella, e il passaggio all’attore-autore che muta nei testi, al cambiare del contesto sociale e della nuova classe di cui è espressione: non più la nobiltà sbeffeggiata dal popolo, ma la piccola borghesia della maschera di Sciosciammocca. La stessa che poi indosserà Totò nei tre adattamenti di Un turco napoletano (1953), Miseria e nobiltà (1954) e Il medico dei pazzi (1954).

Scarpetta è il genio comico che anticipa la contemporaneità, portando in scena una rivoluzione nel teatro napoletano, e italiano in generale. Per Martone è una figura prismatica, «caso estremo di essere umano. La cosa che mi affascinava di lui era questo aspetto primordiale, quasi mitologico, questo padre-caos da cui viene generato tanto talento, se non addirittura del genio, come nel caso del figlio Eduardo De Filippo».

Certamente, l’harem in cui trasformò la sua casa non può essere tenuto in minor conto nel racconto biografico di un uomo come Scarpetta, che non si vergognò di aprire il suo palcoscenico ai figli illegittimi, divenendo il capostipite di una vera e propria dinastia di artisti. Il primogenito Vincenzo, attore, musicista e autore teatrale, nato dal matrimonio con Rosa De Filippo; Maria, attrice e autrice (famosa come Mascaria), nata da una relazione con Francesca Giannetti e adottata poi dalla moglie di Scarpetta; Titina, Eduardo e Peppino De Filippo, attori e autori teatrali, figli illegittimi avuti dalla nipote di sua moglie, Luisa De Filippo; Eduardo, attore e commediografo noto con il cognome Passarelli, e Pasquale De Filippo, attore caratterista, frutto di una relazione extra coniugale con la sorellastra della moglie, Anna, da cui sarebbe nato anche Ernesto Murolo (poeta, drammaturgo e padre del celebre cantautore Roberto), adottato da Vincenzo Murolo e Maria Palumbo. L’unico figlio che non si dedica al teatro è Domenico, riconosciuto da Scarpetta, ma frutto di una relazione precedente al matrimonio della moglie Rosa con il re Vittorio Emanuele II.

«C’è della follia nel fatto che Scarpetta faccia figli con la moglie, con la sorella e con la nipote della moglie, – spiega Martone – è pur vero che compatta questa famiglia, considerando che ha fatto studiare le figlie femmine come i figli maschi. C’è tanto dolore, tanta compassione ma anche tanto orgoglio».

Il palcoscenico è un tutt’uno con la vita di questa grande famiglia allargata, dove anche i bambini (o meglio i tre De Filippo) sono coinvolti nelle commedie, passandosi il ruolo del piccolo Peppiniello, che, paradossalmente, ha cucita addosso la battuta “Vincenzo m’è pate a me”, implicitamente traducibile con “Eduardo è mio padre”. Scarpetta, infatti, si fa chiamare zio dai figli non riconosciuti ufficialmente, ma non per questo ne disdegna la presenza; anzi, andando oltre il cognome anagrafico si fa padre spirituale di una carovana di commedianti, tutti figli putativi di un rivoluzionario dell’arte scenica.

Anche l’episodio della denuncia di plagio fattagli recapitare da D’Annunzio, dopo aver parodiato al maschile La figlia di Iorio, diventa occasione di “spettacolo” per Scarpetta. La scena si sposta nell’aula di tribunale, dove si disputa una guerra di parole fra scuole di pensiero: quella più pacata guidata da Salvatore Di Giacomo, e quella disaccrante dello stretto Scarpetta, difeso da Benedetto Croce nel suo essere un giullare del teatro dell’epoca. Se gli artisti suoi conterranei vedono in lui un malfattore, difendendo un poeta come D’Annunzio (che forse non era poi meno strano del “loro” Eduardo), Scarpetta difende la sua arte di commediante, nato per fare il giullare dissacrante. Tolta la maschera di Pulcinella, ci mette la faccia nel raccontare con leggerezza la vita dei napoletani. La sua vocazione è portare la risata e il divertimento a teatro, lasciando alle mura domestiche il compito di nascondere il segreto di un uomo che accoglie i suoi ospiti con la scritta “qui rido io”, ma che in fondo non ride mai nei panni di se stesso. Anzi, è un uomo profondamente solo, capace di divertirsi solo nel buio della notte, quando scrive le sue battute, beandosi delle risate che sta mettendo in scena.

(Qui rido io, di Mario Martone, 2021, drammatico, 133’)

LA CRITICA - VOTO 9/10

Flanerí

Libri

L’omaggio a una generazione raminga

“Spatriati” di Mario Desiati

di Antonella De Biasi / 16 settembre

C’è una differenza tra essere un expat e uno spatriato: “spatriètƏ”, aggettivo pugliese che non ha genere e che dà il titolo all’ultimo romanzo di Mario Desiati (Einaudi, 2021), sta per ramingo, incerto, senza meta, ed elude il termine con cui, semplicemente, si indica qualcuno che cambia patria.

La percezione che tutto quel che conta stia succedendo fuori dal tuo mondo di provincia: in un momento in cui si cerca di assegnare un territorio a un individuo perché rassicurante e catalogante, l’autore risponde con una storia in cui ci rammenta che «cresciamo foresta», che le radici si possono recidere ma che le origini restano come un patto d’appartenenza.

I due protagonisti, Claudia e Francesco, difendono un tipo di identità che non deve aderire necessariamente agli schemi della provincia pugliese, ma potrebbe essere una qualsiasi provincia italiana: il loro rapporto attraversa il romanzo dall’inizio alla fine, una traiettoria potente che terrà il ritmo talora poetico, talora ruvido e istintivo del libro.

Avvolti da una medesima fiamma come Ulisse e Diomede, cercano un modo per imporsi e definirsi, per trovare un posto nel mondo. Sono diversi, accomunati all’inizio della narrazione solo dal fatto di essere i figli di una coppia di adulteri: la madre di lui e il padre di lei sono amanti, vivi solo amandosi e riscattandosi dai rispettivi matrimoni, che ovviamente non funzionano.

Francesco è annodato alle radici del proprio paese d’origine e, anche se ribelle e intollerante ai paradigmi asfissianti della sua Martina Franca, non possiede l’indole di Claudia, più trasgressiva, insofferente, votata a partire, andare altrove, definire sé stessa in una realtà distante, che spezza le regole della provincia. I due si divideranno senza mai dividersi: a tenere saldo il legame sarà l’innamoramento costante di Francesco per Claudia, che invece intraprende altre esperienze, talvolta estreme.

«Facile rifugio l’amore non corrisposto, per le adolescenze solitarie e insicure, quelle di chi ancora non sa chi è, e io non sapevo quasi niente di me, e tutto ciò che ero stato fino ad allora lo tenevo nascosto, terrorizzato che potessero giudicarmi inadatto».

Crescendo le due monadi si articolano in scelte sempre più distanti che, capitolo dopo capitolo, disegnano luoghi diversi: dalla Puglia delle processioni – «la Valle d’Itria e i crateri bianchi di Ostuni e Locorotondo», Bari con il suo mare di due colori, «verdognolo a riva, cobalto oltre i frangiflutti», il cielo violaceo e rosso di Taranto, Torre Canne e Savelletri, i trulli di Martina e Cisternino – si approda a Londra, Milano e Berlino. La narrazione cambia, fotografa le esperienze lavorative contemporanee di una generazione irregolare con ambizioni e contratti duttili, le storie d’amore trasgressive e affamate.

«Non tornerò per salvarti, dovrai venire tu da me», dice Claudia a Francesco, chiuso nel suo guscio fatto di vicoli e di tradizioni, che stride con i quartieri chiassosi e moderni delle capitali europee, i posti dove ciò che credi di essere prende forma diversa.

«Presi a leggere i suoi scrittori, era il modo più facile per avvicinarmi a lei. Sono stati gli anni in cui ho letto di più, perché mi ero sintonizzato, o provavo a farlo, con lo spirito di Claudia. Maria Marcone, Rina Durante, Mariateresa Di Lascia, nomi che non mi avrebbero mai detto nulla senza di lei».

Desiati racconta e raccoglie la Puglia letteraria: come nel passaggio in cui Claudia legge una poesia di Vittorio Bodini, il più noto e amato poeta pugliese, o in cui usa l’espressione «franare sotto i piedi», emersa da La malapianta di Rina Durante, una ricerca che passa per il sociologo Franco Cassano e la poetessa Claudia Ruggeri. Anche la struttura del romanzo è volutamente letteraria, con l’uso di parole che vanno dal dialetto della Valle d’Itria al tedesco. Lo stesso autore ha definito il dialetto polisemico: «Ogni parola racchiude un mondo, mentre il tedesco riflette una forma mentale schematica, più rigida. Uno è liquido, l’altro è denso».

Come “malenvirne”, inteso come persona che rompe gli equilibri, elemento impazzito all’interno di una comunità, e “Sehnsucht”, che deriva dall’antico tedesco “sensuht”, che indicava la malattia derivante dal bramare un oggetto irraggiungibile e può essere tradotta come “struggimento”.

Proprio il corpo e la carnalità sono fondamentali: la sensualità aleggia sin dall’inizio e si trasforma una tensione erotica che accompagna l’intera narrazione, sino alla commistione dei generi e al punto di vista di diverse generazioni – se pensiamo agli adulteri, i genitori dei protagonisti.

In Spatriati i personaggi affrontano diverse cadute: fasi nelle quali falliscono, sono impreparati, ma recuperano in fretta «la solennità dello spirito che tenta di rialzarsi e riappropriarsi dei muscoli, dei tendini, dei nervi». Ma il rapporto tra Claudia e Francesco non si interrompe mai: corre sul filo degli eventi, resistendo ai cambiamenti e alle diverse esperienze, in un continuo rigenerarsi di un rapporto forte ma fluido. E la loro grande forza sta in questo: essere certi in un’epoca incerta. Spatriati è il racconto di diverse emancipazioni, ma anche di ritorni, in cui l’illusione di essere salvi si mescola al riappacificarsi con le radici.

 

(Mario Desiati, Spatriati, Einaudi, 2021, 266 pp., euro 20, articolo di Antonella De Biasi)

 

Flanerí

Musica

Il tempo dei Low

il tredicesimo album della band americana

di Luigi Ippoliti / 15 settembre

Quello che i coniugi Mimi Parker e Alan Sparhawk sono riusciti a fare con Double Negative e, ora, con Hey What, deve ricordarci che è finito il tempo dell’equivalenza Low-Slowcore.

In Other and Sixies si avvertiva una specie di stallo, di vaga incertezza: c’era sì, appunto, lo slowcore di I Could Live in Hope, ma  c’era anche qualcosa che suonava come l’anticamera di quello che poi sarebbe stato. Il loro approccio stava cambiando. Sapevano di trovarsi a un bivio: dopo quasi tre decenni, arrendersi  definitivamente al bellissimo ma inevitabile sempre uguale oppure sterzare verso luoghi ancora inesplorati. Cercare di dare ai Low un’altra pelle.

Ed è proprio un’altra pelle quella che ci fanno vedere, oggi: la muta iniziata con Other and Sixies e proseguita con Double Negative, fa il suo corso sprigionando un tipo di bellezza (cerebrale, oscura) difficilmente replicabile.

Perché se con  Double Negative ci addentravamo in una lingua che pensavamo i Low non avrebbero mai parlato, con Hey What non era scontato vederli arrivare a tanto: quest’ultimo lavoro è la liturgia computerizzata di un altro mondo che sta per finire e, soprattutto, la distorsione definitiva del loro io.

L’estetica dell’album si fonda su concetti di manipolazione digitale come chiave di lettura del reale. Un uso complesso, delicato, ambiguo.  Sfociare in qualcosa di sterile è facile.  E qui sta tutta la grandezza del duo: giocare con l’alterazione di sé riuscendo a non soffocare quella potenza melodica che li ha sempre caratterizzati, trasformando il tutto un grande album pop di chissà quale epoca. Un cortocircuito bellissimo e straziante.

Non c’è un pezzo che svetta sugli altri (se non “Don’t Walk Away” che è strutturalmente diverso da tutto quello che ha attorno, o “Days Like These“, un pezzo di un album di Bon Iver del 2100), ma un unico flusso contorto in cui i Low ci hanno dato la possibilità di immergerci.

Hey What si candida a essere uno degli album dell’anno, i Low sono dei giganti e il nuovo corso non fa che sottolinearlo per l’ennesima volta.

LA CRITICA - VOTO 8/10

Flanerí

Libri

Il punto di vista dei sommersi

“Un piede in paradiso” di Ron Rash

di Elena Panzera / 14 settembre

A proposito della pubblicazione di Principianti di Raymond Carver – la versione postuma della raccolta Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, epurata dalle pesanti cesure dello storico editor Gordon Lish –, Alessandro Baricco affermò che era «come scoprire i diversi strati di fondazione di una città antica».

Nel 2021, quando La Nuova Frontiera dà alle stampe Un piede in paradiso, è proprio questo che sta facendo: riacciuffare nel tempo una perla oltreoceano, il romanzo di Ron Rash pubblicato nel 2002 con il titolo One Foot in Eden; la traduzione è affidata a Tommaso Pincio, con il compito di restituire nella nostra lingua la polifonia di voci che lo compongono.

Per il lettore italiano, in effetti, è come scoprire una città sommersa, il che ci porta dritti al cuore della vicenda. Ci troviamo a Oconee, contea agricola degli Appalachi nel South Carolina, una terra che sembra nascere per essere sottratta a chi la abita. È accaduto agli Cherokee, spinti verso le montagne dai colonizzatori di ieri; quindi, in questa estate torrida dei primi anni Cinquanta, alla piccola comunità rurale destinata a disperdersi per lasciare spazio alla Carolina Power, la compagnia elettrica che ha in programma di inondare la valle per creare una diga e un lago da cui ricavare energia.

Se il solido realismo dello scenario è quello delle grandi storie di William Faulkner o di Flannery O’Connor, non è però unicamente la scelta dell’ambientazione a intrecciare il filo rosso che lega Rash ai grandi narratori del Sud. Si tratta, piuttosto, del vivido lirismo e della grazia pittorica di cui il paesaggio è impregnato, che tuttavia non appesantiscono la tensione tipicamente americana della narrazione. Non sorprende, a tal proposito, il fatto che il romanzo, nel 2002, sia uscito insieme a una raccolta di poesie dell’autore sugli stessi temi, Raising the Dead, esplicitando l’intento di fondere contenuti e registri.

Di voce in voce, dunque, dalla pagina si leva il ritratto di una terra che ha qualcosa di mitico già prima di scomparire, così come eroici appaiono gli uomini che la popolano, con la loro ostinazione a strapparle ogni giorno quanto basta per vivere.

Il primo a introdurci tra le montagne, presso questi uomini, è lo sceriffo Will Alexander, chiamato a indagare sulla scomparsa del giovane Holland Winchester, reduce decorato della guerra di Corea e grande attaccabrighe. Quella dello sceriffo, personaggio acuto e a tratti tormentato dalla nostalgia della piccola contea che ha abbandonato per uno stipendio fisso in città, è la prima delle cinque prospettive che compongono il romanzo. Vale la pena osservare come sia lui che l’ultimo personaggio, Il vice, non siano introdotti con il loro nome, bensì con la loro funzione sociale. I rappresentanti della legge, insomma, racchiudono il romanzo, consentendo al lettore di apprezzare l’andamento discendente della storia, quasi l’inquadratura si stringesse progressivamente sul carattere dei personaggi fino a intrufolarsi nell’intimo della loro casa, nei loro pensieri più bui. L’omicidio attorno a cui ruota la vicenda, d’altra parte, viene presto relegato a pretesto per lo sviluppo di considerazioni esistenziali sulla natura dell’uomo e ciò che la società gli richiede, sui limiti e i confini interiori, sulla perdita degli affetti personali e quella di intere comunità, inesorabilmente sommerse dall’industrializzazione.

Al momento della scomparsa del ragazzo, il vicino di casa, il coltivatore di tabacco Billy Holcombe, viene accusato di omicidio. Dalla tenuta adiacente, la madre di Winchester dice allo sceriffo di aver sentito due spari e punta subito il dito verso la casa di Billy. Il movente pare essere la relazione che il figlio avrebbe avuto con sua moglie Amy, dalla quale, forse, ha origine il bambino che ha in grembo.

Date le premesse, il caso sembra destinato a risolversi nel giro di qualche ora, eppure il corpo non viene mai rinvenuto. Dopo una serie di buchi nell’acqua, lo sceriffo è costretto a dichiarare chiuse le indagini, lasciando così spazio alle altre quattro voci che si susseguono e che spesso tornano sugli stessi episodi con uno slittamento prospettico.

Il presunto omicidio, via via, arretra sullo sfondo. In primo piano rimangono personaggi articolati, in cui si rivela pienamente la volontà di Rash di applicare al panorama letterario conosciuto una psicologia che metta in crisi i costrutti tradizionali, donando al romanzo un ampio respiro contemporaneo. È il caso del tema della mascolinità, che si esprime anche per mezzo dell’unica voce femminile, quella di Amy Holcombe. Il suo monologo, in seconda posizione, è per altro il più affascinante dal punto di vista del racconto introspettivo, e testimonia lo sforzo di Rash di interpretare i pensieri di una donna e la sua percezione del mondo prevalentemente maschile che la circonda per illuminarne i lati contraddittori.

«Nel cuore di una donna scorrono fiumi troppo profondi per un uomo», riflette il marito nel capitolo seguente. Proprio il taciturno Billy sempre chino sui campi, che, insieme all’autore, riconosce così candidamente i suoi limiti di comprensione, incarna infatti questa difficoltà rispetto alla rappresentazione univoca di un maschile che fa sempre più fatica a definirsi e che acquista complessità grazie all’intersezione dei punti di vista.

Rimasto storpio e sterile a causa di una poliomielite, Billy intrattiene una relazione autentica e viscerale con la terra e proprio da questo rapporto così fatalista, forse, trae la forza per accogliere il comportamento di Amy senza spezzarsi e senza mai indulgere a un facile moralismo, regalandoci alcune tra le riflessioni più struggenti del romanzo. La possibilità di una qualunque stigmatizzazione di genere, infine, è neutralizzata dalla figura del virile Holland Winchester – amante temporaneo di Amy e rimedio alla sterilità di Billy – che si rivela tragicamente oggettivato e manipolato.

La penultima voce, quella del figlio che si trova a fare i conti con le sue origini, spinge avanti la narrazione di vent’anni. «Ma niente è solido e duraturo», diceva lo sceriffo nel primo capitolo. «Le nostre vite si reggono su fondamenta instabili. Non è necessario leggere i libri di storia per scoprirlo. Ti basta conoscere la storia della tua vita». Isaac cerca di mettere insieme i fili della sua e, come gli altri personaggi, si scopre indeciso, combattuto in una collisione di sentimenti che innalzano la pagina e le conferiscono una tinta espressionista.

L’ultima visione della contea, quasi onirica, arriva per bocca del vicesceriffo. Il libro, ormai, trabocca dell’acqua che ricopre Oconee; un’acqua piena di tempo con dentro i suoi uomini e il suo mais, il tabacco, la Corea di un tempo e il Vietnam che echeggia nelle televisioni, lasciandoci una malinconia che di rimando è simile all’acqua: di passaggio, destinata a diventare altro.

«Ho pensato alle radici che assorbivano quella pioggia e tutta quell’acqua che si riversava su foglie e fusti, allagando la piantagione come un fiume. Sapevo che per molte piante era ormai troppo tardi, ma qualcuna si sarebbe salvata. E già questo era molto più di quanto mi aspettassi il giorno prima».

 

(Ron Rash, Un piede in paradiso, trad. di Tommaso Pincio, La Nuova Frontiera, 2021, 256 pp., euro 16,90, articolo di Elena Panzera)
Flanerí

Libri

La verità nelle case degli altri

“Dieci storie quasi vere” di Daniela Gambaro

di Giovanna Nappi / 13 settembre

La metafora dell’osservatore che scruta attraverso le finestre all’interno delle case degli altri si rivela piuttosto calzante per descrivere l’esordio di Daniela Gambaro con l’editore Nutrimenti – già premiato al Campiello Opera prima 2021. Dieci storie quasi vere, come suggerisce il titolo, è una raccolta di dieci racconti di normale quotidianità, che si ha l’impressione di guardare a distanza ravvicinata, comodamente seduti su una panchina all’esterno di un’abitazione.

All’interno di queste abitazioni si racchiude l’universo cosmo dell’individuo, così fragile e delicato da dover essere preservato da ciò che di tremendo accade nel mondo da una parte, ma sempre in divenire, sopravvissuto e quindi impossibile da catturare dall’altra.

Alle prese con un dolore, con una scoperta, con una consapevolezza di sé o di qualcuno di diverso da sé, gli uomini e le donne di Gambaro hanno consistenza e sentimenti reali. Non sorprende quindi che la brevità dei racconti non sia affatto d’intralcio, e spiani anzi il terreno affinché tutti i personaggi, dai minori ai protagonisti, possano muoversi e affermarsi.

L’escamotage letterario utilizzato è rodato ma efficace: si è calati in un contesto piuttosto consueto, come in un tradizionale viaggio dell’eroe; qui, subentra un elemento esterno – un trasloco imminente, tartarughe marine che depongono le uova sulla spiaggia, il silenzio di una casa che fino a pochi giorni prima era rumorosa e intrisa di pollo fritto –, che interrompe o modifica la rotta; ciascun evento diventa così il pretesto per la rivelazione di un significato che trova la forza di esprimersi sollecitato dalle circostanze.

I rapporti familiari qui descritti, soprattutto quelli materni, si disvelano però non improvvisamente, come accadrebbe in un’epifania, ma per gradi, come in un rilascio lento e costante di tensione. È quello che accade alla protagonista di La Llorona, tra i racconti più significativi dell’intero libro. La donna sta affrontando un lutto traumatico e si è lasciata trascinare dalle sue amiche per un viaggio in Messico, nella speranza che questo possa facilitare un ritorno alla normalità. In un campeggio, dopo aver promesso ai genitori di una bambina, Gabriela, di occuparsi di lei durante la loro assenza, mentre il resto del gruppo ormai dorme dopo aver spiato le tartarughe a riva, in lei subentra un senso di pace, di comprensione, di conoscenza di sé stessa e delle cose che la circondano.

«Poi cercai le tartarughe in lontananza, provai a individuare i dossi rugosi e scuri dei loro carapaci, ma non riuscii a vederli. Mi avviai nella direzione in cui avevo visto procedere i ragazzi quella notte, ma quando raggiunsi il punto dove la prima delle tartarughe aveva scavato per deporre le uova, mi accorsi che non c’era più. Tutto ciò che rimaneva erano la sabbia smossa, disordinata, e il guscio lucente di qualche uovo più in superficie rispetto agli altri. Della tartaruga, delle tartarughe, non c’era più traccia, né lì né più avanti».

Quelle femminili sono figure fondamentali nella struttura portante della raccolta; il loro ruolo non è però rimarcato a tutti i costi: nella naturalezza dei rapporti narrati, come quello tra una figlia ormai adulta e sua madre, o quello tra una donna e la babysitter del suo bambino, si stagliano con nettezza sulla pagina e sono riconoscibili: persone uniche con storie altrettanto uniche. È il caso, ad esempio, del rapporto tri-generazionale in L’ultima dei Mohicani, in cui il ruolo materno si sdoppia in quello di mamma e di nonna; o in Aderenze, dove l’apparente incomunicabilità tra due donne che non hanno niente in comune si traduce in una forma di affetto autentica e speciale. O, ancora, in La stanza in più, dove l’affermazione della propria vita deve scontrarsi con il trauma di un tradimento.

Ogni storia è poi accompagnata e sostenuta da una scrittura armoniosa, snella, da uno stile vivido e, dove richiesto, anche esilarante: lo sfondo perfetto per una raccolta già matura.

 

(Daniela Gambaro, Dieci storie quasi vere, Nutrimenti, 2020, 136 pp., euro 15, articolo di Giovanna Nappi)
Flanerí

Libri

LIBRI PER L’ESTATE 2021

La redazione consiglia

di Redazione / 17 luglio

Ci troviamo di fronte all’ennesima estate strana, fatta di desideri di fuga e ansie da pandemia. Ma che partiate o che restiate a casa, i libri sapranno sempre darvi la risposta giusta. Per questo abbiamo deciso di tornare con i nostri consigli di lettura per le vacanze. Una lista di libri decisamente variegata che possa servirvi quantomeno per distrarvi un po’ da nuovi decreti e vecchie minacce di chiusure a colori.

 

 

Niccolò Amelii

I mesi estivi sono per me, lettore compulsivo ma sistematico, mesi un po’ anarchici, votati spesso a ripescaggi, contaminazioni e accostamenti disorganizzati e intuitivi. Mi sistemo davanti alla pila sempre crescente dei libri accumulatisi nei mesi precedenti, scosto via il sottile strato di polvere sedimentatosi sulle copertine e mi lascio guidare dalla curiosità del momento e dalla voglia di essere almeno per qualche settimana dedito a letture puramente disinteressate (non legate dunque prettamente a ragioni lavorative). Ecco allora, in ordine sparso, i libri che terrò a portata di mano, tra il comodino e la borsa da mare: tra le uscite più recenti due libri che mi incuriosiscono per lo stile e la tematica, Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata di Raphael Bob-Waksberg (Einaudi), raccolta di racconti che mette al centro l’amore e le sue sfaccettate declinazioni contemporanee, e Spatriati di Mario Desiati (Einaudi), storia generazionale di chi è o si vorrebbe sempre altrove (fisicamente e mentalmente) nel tentativo di ridefinire la propria fisionomia e la propria identità irrisolta. Tra i recuperi cronologicamente più lontani nel tempo, le mie scelte sono ricadute invece su La città degli untori di Corrado Stajano, radiografia narrativo-giornalistica di una Milano oscura e impensata, pubblicato nel 2009 da Garzanti e poi riproposto da il Saggiatore, e su America amore di Alberto Arbasino (Adelphi), volume di quasi novecento pagine che affronterò a poco a poco con rapide, sconnesse quanto goduriose incursioni, accompagnando la prosa mirabile di Arbasino e i suoi finissimi ritratti americani magari con un gin tonic da bere rigorosamente al tramonto.

 

 

Claudio Bello

Ad agosto mi piace lasciarmi ossessionare da qualche autore ossessivo. Quest’anno, come già ripeto da un po’ a qualche amico altrettanto nerd, voglio passare un’estate post-esotica, dedicarmi cioè alla lettura di Antoine Volodine. Penso che comincerò con Terminus radioso (66thand2nd), un libro visionario ambientato in un mondo contaminato e in preda alla catastrofe (perché non è vero che l’estate è tutta allegria. Bisogna rivalutare la malinconia dell’estate). In realtà sono anche fatalmente tentato da Vorrh di Brian Catling (Safarà), che parla di un’enorme foresta viva e labirintica, e mi sembra un trionfo del new weird (che è stato la mia ossessione dell’inverno). Voglio anche dedicarmi alle raccolte di racconti, però, perché leggerle d’estate è un grande piacere (ma in realtà lo è anche in tutte le altre stagioni). Per ora ho tre idee: Le visionarie (Not, a cura di Ann & Jeff VanderMeer), Novena di Marco Marrucci (Racconti edizioni) e Storie dell’arcobaleno di William T. Vollmann (minimum fax). Probabilmente li ficcherò in valigia tutti e tre. Di certo non rinuncerò a un saggio: pensavo ad Allucinazioni americane (Adelphi), il libro che Roberto Calasso ha dedicato a Hitchcock. Infine, una mia personale tradizione: ogni estate leggo un libro di Stephen King, e questa volta si tratterà di Le notti di Salem (Sperling & Kupfer), una magistrale storia di paura con vampiri e case stregate.

 

 

Giovanni Bitetto

Questa estate, complice alcuni concorsi pubblici in cui sono andato a impelagarmi, non avrò molto tempo per leggere. Dunque immaginerò un me ipotetico che, come ogni agosto che si rispetti, passi le ore pomeridiane dondolando su un’amaca di una qualche fazenda pugliese. La mia proiezione rispetterà un certo gusto per le belle lettere portandosi dietro Fifty-fifty (TerraRossa edizioni), primo volume di un dittico di Ezio Sinigaglia, valente penna manierista riscoperta negli ultimi anni dall’alacre lavoro di Giovanni Turi e Giuseppe Girimonti Greco. A ciò, quel me infastidito dal caldo, aggiungerà le sfuriate di Teatro VI, sesto e conclusivo volume dell’opera teatrale di Thomas Bernhard, recentemente edito da Einaudi. Ricordandosi poi che bisogna pur interessarsi dell’oggi, l’avveduto ectoplasma sfoglierà (finalmente in italiano!) Cyclonopedia (Luiss University Press), caposaldo della theory fiction di Reza Negarestani, e Cosmotecnica (Nero edizioni), intrigante saggio sulla questione tecnologica in Cina per mano di Yuk Hui – due ottimi libri per accreditarsi in ambienti ketamina&lotta di classe. Infine, quel pigro impostore si tufferà in territori adelphiani ripescando La Gran Bevuta, primo romanzo del mistagogo René Daumal, e Lettere II, secondo volume delle lettere di Samuel Beckett che ripercorre gli anni della guerra. Saziato da questa scorpacciata si avvicinerà a me, chino su infinite sillogi di quiz a risposta multipla, e mi ringrazierà con sorriso sornione. Inutile dire che la risposta non è qui riportabile.

 

 

Elisa Carrara

«Amiamo stupirci, come i bambini, ma non troppo. Quando lo stupore c’imponga di uscire veramente di noi stessi, di perdere l’equilibrio per ritrovarne forse un altro più arrischiato, allora arricciamo la bocca, pestiamo i piedi, davvero ritorniamo bambini». Scriveva così Cesare Pavese in un articolo pubblicato nell’estate del 1945 su L’Unità di Torino: si intitola Leggere e racchiude tutto ciò che, secondo me, si dovrebbe sapere poco prima di aprire un libro. Ho sempre ammirato chi è in grado di fare liste, progetti, chi decide cosa e quando leggere, senza lasciarsi distrarre: da tempo ho accettato, con una certa ostile arrendevolezza, che il caso governa le nostre scelte più di quanto immaginiamo. Perciò la mia unica certezza, in quest’estate offuscata, sarà affidarmi alle parole altrui: ossia cercare letture capaci di far «perdere l’equilibrio», di stravolgere non il mondo, che ha lo straordinario potere di rimanere sempre uguale a sé stesso, ma il modo di vedere le cose. Letture distanti dall’amore ingiustificato per l’ordine, per l’equilibrio, per le simmetrie dilaganti. Spero, allora, di perdermi nel pensiero di Edgar Morin, del quale ho letto ancora troppo poco, di riconciliarmi con la forza del cinema (attraverso la rilettura di alcuni classici e di altre novità), di recuperare la visione di Todorov, e quella, ancora sconosciuta, di Iris Murdoch. E, infine,  di scovare saggi e reportage narrativi che mostrino luci e ombre del nostro passato e del nostro presente.

 

 

Francesca Ceci

In un’estate nuovamente incerta, in cui non si progetta troppo per non essere smentiti, non si parte troppo per non illudersi eccessivamente, una piccola forte certezza rimane la libertà di poter leggere comunque e dovunque.
Senza un vero e proprio programma di lettura e senza sapere dove esattamente arriveranno, i libri in vista sono sempre quasi troppi, estivi e non, ma destinati loro malgrado a questo periodo. Tra i tanti in attesa c’è Quaderno dei fari di Jazmina Barrera (La Nuova Frontiera), che promette un percorso tra le coste e le scogliere per allontanarsi da se stessi; c’è Latte arcobaleno di Paul Mendez (Atlantide edizioni), che inizia con un boxeur giamaicano nell’Inghilterra degli anni cinquanta e che fin dalla sinossi fa pensare a James Baldwin. E poi c’è un libro che tutto sembra tranne una leggera lettura estiva ma di cui ho sentito tanto parlare in questi mesi, tra riviste e podcast, che forse in un momento controcorrente come è l’estate troverò il coraggio di iniziare: Se la morte ti ha tolto qualcosa tu restituiscilo  (Utopia) della poetessa danese Naja Marie Aidt.

 

 

Daniele De Cristofaro

Di solito nelle mie letture sono abituato ad alternare un saggio a un romanzo, giusto per tenere la mente un po’ attiva da un lato e distenderla dall’altro. Penso proprio che anche per questa estate non farò eccezione, perciò i miei consigli di lettura seguiranno per lo più questo personale parametro.
Partirei col raccomandare, per quanto riguarda la saggistica, un libro che ho amato molto ai tempi dell’università e che rileggerei molto volentieri: Geometria delle passioni (Feltrinelli) del filosofo Remo Bodei, illustre accademico nonché persona dotata di straordinaria umiltà, scomparso purtroppo da due anni. Saltando poi al romanzo, sempre in tema di riletture, non mi dispiacerebbe riprendere in mano Tropico del Capricorno(Mondadori) di Henry Miller, lettura anch’essa un po’ datata, risale infatti ai tempi del liceo e che fu per me come una vera e propria folgorazione: dopo quello del Cancro, infatti, concentrato più sul piano narrativo-biografico, Tropico del Capricorno regala anche suggestive riflessioni filosofiche. Dalla citazione di un personaggio come Henry Miller alla connessione con la figura dell’outsider il passaggio è breve e quasi obbligato, e mi riporta a un altro saggio che vorrei consigliare: L’Outsider di Colin Wilson (Atlantide). Infine concludo citando il romanzo di un autore che sono sicuro non mi deluderà: Schiavo d’amore di Somerset Maugham (Adelphi), di cui ho potuto apprezzare la fluida prosa già con Il filo del rasoio e con Acque morte, sempre editi da Adelphi.

 

 

Dario De Cristofaro

«L’uomo è un animale viaggiante», così iniziava un libro di Manganelli che consigliavo qualche anno fa (Cina e altri Orienti, ndr). Faccio mio ancora una volta questo enunciato e mi appunto i libri che porterò con me questa estate. Moby Dick di Herman Melville è una certezza da rileggere; terminato questo leggerò sicuramente Alabama di Alessandro Barbero (Sellerio) e Quando vi ucciderete, maestro? di Antonio Franchini. In questi giorni ho comprato anche Contro l’impegno di Walter Siti (Rizzoli), Opera aperta di Umberto Eco e L’arte della guerriglia di Gastone Breccia (il Mulino), con cui concluderò le mie letture estive.

 

 

Daria De Pascale

Il 2021 è cominciato come un anno di scoperta: mi ritrovo, quasi sempre per caso, ad avvicinarmi a territori (purtroppo al momento solo letterari) che fino a poco tempo fa mi erano del tutto estranei, per cui non avevo mai provato interesse. Scopro nomi, luoghi, fascinazioni nuove, ed è con questo spirito che metto insieme una lista di possibili letture estive, sempre pronta a lasciarmi trascinare altrove da altre casualità.
Dopo un intensissimo mese insieme a 2666 di Roberto Bolaño (Adelphi), continuerò a esplorare un po’ a tentoni il mondo sudamericano con L’occasione di Juan José Saer (La Nuova Frontiera) e Andarsene di Rodrigo Hasbún (Sur). Farò poi un lungo viaggio fino alla Finlandia – dove l’anno, appunto, è iniziato –, per scoprire Fair Play di Tove Jansson (Iperborea), e mi aspetto già di trovare lì nuove ragioni per fermarmi, mandando all’aria ogni piano di lettura. Nonostante tutto, cercherò però di mantenere dritta la barra e seguire le due direzioni di lettura più costanti di questo periodo: l’editoria, con Cose da fare a Francoforte quando sei morto di Matteo Codignola (Adelphi), e ciò che si muove tra il new weird e la theory fiction, recuperando finalmente Ballardismo applicato di Simon Sellars (Nero edizioni).

 

 

Giulia Eusebi

Mai come in questo agosto ho necessità di intraprendere dei viaggi: fisici, metafisici, mentali. La scelta delle mie letture estive è quindi ricaduta su una triade che mi dia la possibilità – o almeno questo è l’auspicio – di studiare itinerari, scoprire nuove strade, ritornare in luoghi conosciuti per guardarli da una diversa prospettiva e, non ultimo, di fare incontri e ascoltare storie.
Parto con Un weekend postmoderno. Cronache dagli anni Ottanta di Pier Vittorio Tondelli per una necessità di ripercorrere il passato recente della provincia italiana attraverso quello che l’autore stesso definisce «un viaggio, per frammenti, reportage, illuminazioni interiori, riflessioni, descrizioni partecipi e dirette, nella parte degli anni Ottanta più creativa e sperimentale».
Il viaggio prosegue con Nella foresta delle metropoli di Karl-Markus Gauss, perché sono rimasta affascinata dalla definizione che Ilma Rakusa ha fatto del libro, ovvero «una cartografia biografica dell’Europa». Un modo nostalgico di esplorare, di entrare in contatto con i luoghi e le persone che li hanno vissuti.
E dopo aver viaggiato nel Vecchio continente, vorrei avventurarmi in mare, portando con me Quaderno dei fari di Jazmina Barrera, per apprendere le storie che si celano dietro questi giganti romantici, guardiani della terra e delle acque, che hanno affascinato scrittrici e scrittori. Una sorta di portolano letterario e spirituale che mi accompagni nel viaggio e che mi permetta sempre di trovare un porto in cui approdare.

 

 

Martin Hofer

Questa estate è iniziata all’insegna delle città letterarie, prima con la lettura di Super-Cannes di J.G. Ballard (Feltrinelli), poi con la rilettura ad alcuni anni di distanza di L’altra parte di Alfred Kubin (Adelphi), entrambi consigliatissimi. Per il mese di agosto ho la possibilità di pescare da una bella pila di provviste accumulate nelle ultime settimane: ci sarà senz’altro spazio per Padre Occidentale (effequ), l’opera seconda di Simone Lisi, e magari anche per il recupero di Terminus Radioso di Antoine Volodine (66thand2nd) e di Necropolis di Giordano Tedoldi (Chiarelettere).

 

 

Luigi Ippoliti

Cercherò di essere il più razionale possibile, evitando progetti di lettura irrealizzabili: per festeggiare l’Europeo appena vinto, ho già sul comodino il libro di Stefano Piri Italia-Francia, l’ultima notte felice (66thand2nd). Poi, visto che ho appena terminato Tre millimetri al giorno di Richard Matheson (che vi consiglio), continuerò con la fantascienza e mi butterò sul suo grande classico Io sono leggenda. Infine, per forza di cose, terminerò quest’estate con Due vite di Emanuele Trevi. Con questi tre libri dovrei stare tranquillo, anche se la tentazione di leggere quel vecchio amore giovanile che è Palahniuk mi porterà dritto al suo nuovo L’invenzione del suono (Mondadori). Vediamo.

 

 

Giuseppe Maria Marmo

L’estate con tutto il carico di bilanci e riconciliazioni che si porta dietro è una valanga che ci soverchia tra un bagno e l’altro. Quindi per una sana dose di leggerezza con ghiaccio sto cercando di scovare in tutti i mercatini dell’usato un libro fantasma scritto da Umberto Eco e Roberto Leydi nel 1961, dal titolo Shaker. Il libro dei cocktail (Pizzi Editore); un allegro, colto e ironico volume sull’arte della mixologia, dove sardonicamente il giovane semiologo, allora ventinovenne, ci illustra con dovizia di particolari la ricetta per produrre nella vasca da bagno un buon gin speziato. Nell’attesa e con la speranza di trovare questo piccolo tesoro porterò con me il primo romanzo di Tommaso Landolfi, La pietra lunare(Adelphi), un testo immaginifico nel quale l’incontro tra città e provincia, convenzione sociale e irrazionalità del mito, viene scaraventato nel tumulto dell’iniziazione erotica. Città aperta di Teju Cole (Einaudi) sarà sicuramente la mia seconda lettura estiva; un romanzo che con la sua marcata componente esplorativa ricorda in qualche modo lo stato d’animo che accompagna questa stagione di novità e cambi di rotta. Lo sguardo dell’eroe sembra essere quello di chi d’estate scruta un posto o una situazione per la prima volta; uno sguardo delicato e profondo che raccoglie impressioni e rivela i nostri confini. Tra i libri che ho messo in valigia c’è anche Piranesi (Fazi Editore) di Susanna Clarke; romanzo fantasy inusuale dove il protagonista abita in una sorta di palazzo labirintico da cui non esce mai. Un testo che subisce l’influenza di grandi classici della letteratura come La biblioteca di Babele di Borges e Aspettando Godot di Beckett ma che si rifà anche al mito della caverna di Platone. Infine ho deciso di dedicarmi alla rilettura di Solo (Carbonio), un racconto lungo di August Strindberg, nella nuova traduzione di Franco Perelli, in cui il protagonista attraverso il faticoso ma necessario esercizio della solitudine osserva con elegante realismo la propria trasfigurazione morale.

 

 

Giovanna Nappi

I libri scelti per il periodo estivo sono per me sempre all’insegna dei grandi ritorni. In prima linea quello – attesissimo – in libreria di Mario Desiati, con Spatriati, da poco pubblicato da Einaudi: autore ormai già portavoce di più di una generazione di ragazzi e ragazze, erge a protagonisti i cosiddetti «spatriati», i senza patria, cittadini del mondo che a fatica, ancora oggi, vengono inquadrati in categorie socialmente accettate. Sarà poi la volta di A volte una bella pensata di Ken Kesey, autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo. Quasi novecento pagine alla scoperta dell’America, nel cuore dell’Oregon, dove scoppia una rivolta sindacale tra le file degli operai dell’industria del legno. È questo lo spunto per ricreare personaggi già definiti «indimenticabili», tra paesaggi maestosi ed epopee familiari che tornano finalmente in Italia dopo cinquantasette anni grazie a Black Coffee. Ultimo volume della tornata estiva di letture, Panico di James Ellroy. Per inquadrarlo basterebbero poche parole: fumo, alcol, violenza, una città che marcisce; tra queste coordinate, in una Los Angeles degli anni Cinquanta, un ex poliziotto si ritrova in scandali e complotti più pericolosi di quanto avrebbe voluto.

 

 

Gabriele Sabatini

Libro da spiaggia, ma solo perché si presenta sotto l’intreccio di brevi biografie, comode da leggersi fra un bagno e un gelato (rigorosamente in quest’ordine per evitare congestioni), Disorganici. Maestri involontari del Novecento di Filippo La Porta: una enciclopedia portatile di figure con cui occorre trovare la giusta confidenza se si prova a capire il secolo passato e interpretare il tempo presente. Fra loro manca però Leone Ginzburg, sulle cui Lettere dal confino tornerò certamente in ogni spostamento fino a settembre; un po’ perché i carteggi sono sempre appassionanti (salvate e stampate mail e chat, i nipotini vi ringrazieranno), un po’ perché da qualche tempo penso a come sarebbe stata l’Einaudi degli anni Cinquanta se lui fosse sopravvissuto alla violenza nazifascista. E se poi alla fine di agosto mi dovessi rendere conto di aver speso troppo (e succederà), potrei attingere alla Teoria dei sentimenti morali per ricordarmi, attraverso le amene pagine di Come Adam Smith può cambiarvi la vita di Russ Roberts, che il denaro forse non è tutto.

 

 

Cristiana Saporito

Quest’anno mi sono infatuata della tarologia. Precisiamo subito, non intendo propinarvi interattivi in diretta sul ritorno del partner animico né snocciolare drappelli di arcani maggiori, con spolverate di oracoli della Sibilla. Sarebbe bello, ammetto, ma non lo farò. Però questa passione ancora in stato fetale mi ha già trasmesso una traccia lampante, che è quella che vorrei condividere, in stile lanterna cinese spedita tra i nembi. Nulla di quello che accade, accade e basta. Si verifica perché esiste un motivo. Perché i nostri pensieri ci traghettano ovunque. Ovviamente anche davanti a un libro.
Quindi vi propongo un gioco: davanti ai vostri scaffali o a quelli di una libreria, avvicinatevi e inspirate. Poi, lasciatevi attrarre. A me è successo di totalizzare un bottino da corredo matrimoniale.
Qualcosa di nuovo. Qualcosa di vecchio. Qualcosa di prestato. Qualcosa di azzurro. Qualcosa con cui partire e per cui restare impigliati. Ecco quello che deborda dal bagaglio:

Il cielo è dei violenti di Flannery O’Connor (vecchio, minimum fax): qui siamo di fronte all’immensità. Ed è normale supporre di trovarsi spaesati. Enormità di una scrittrice mai abbastanza letta e sempre pronta a spiazzarci. Storia fitta e bruciante di Francis Marion, orfano di quattro anni rapito dal suo prozio ultrareligioso e intenzionato a farne un uomo di puro spirito. A 14 anni Francis riapproda a casa con una missione addosso. E un grumo di nodi contro cui schiantarsi. Non c’è molto da aggiungere. Se non il brutale, impagabile impatto. Con i crateri insaziati della legge interiore.
I mostri del mare di Chloe Aridjis (nuovo, Playground): amate i romanzi di formazione? Quelli da evento spartiacque, che in un’estate, un viaggio, condensano il senso labile e cocente dell’esistere? Quelli del prima e del “mai più come prima”, dell’inesausto crescere cercando? Allora spiaggiatevi tra queste pagine. Tra i relitti di Luisa e la sua insofferenza. Il tutto fatalmente condito da mareggiate di new wave anni Ottanta. Per me un richiamo irresistibile.
La vita segreta delle api di Sue Monk Kidd (prestato, Mondadori): se una parte di voi, più o meno consapevolmente, agogna una rinascita, orbitate intorno al titolo giusto. Lily non può vantare nessuna credenziale per essere felice, con un padre che la imbottisce di lividi e una madre morta forse prima di poterla amare. Eppure palpita un riscatto. Tra le carezze della sua governante e le geometrie di un insetto magico. Delizia di un mistero nascosto nel minuscolo.
Gli affamati di Mattia Insolia (prestato, Ponte alle Grazie): romanzo potente, sul disagio insanabile di due fratelli. Antonio e Paolo vivono in bilico nell’equilibrio di vetro che hanno costruito per loro. Ma il passato scuote la pelle delle loro abitudini, le trova sguarnite a lasciarsi ferire. Come noi che leggiamo questa lingua fendente.
E il suo mosaico di solitudini.
La simmetria dei desideri di Eshkol Nevo (Blu e universale, Neri Pozza): questo, signori, è il libro perfetto. Per chi? Per chiunque abbia un amico. E sappia e sperimenti cosa vuol dire tradire il confine dell’altro. Fare il male pensando al meglio, trafiggere il tu con le più alte intenzioni. È il romanzo dell’amicizia che invecchia, che resiste franando. Insomma, è il romanzo per la propria valigia e per quella di chi amiamo.
Se poi la stesa terminasse con il dieci di coppe, allora il trionfo sarebbe garantito…

 

 

Francesco Vannutelli

L’obiettivo dell’estate è leggere (almeno) La storia di Elsa Morante, probabilmente un po’ in formato audiolibro durante i viaggi in macchina, un po’ su carta. Nella mia scorta di titoli da leggere e che probabilmente porterò in giro con me ci sono anche Dominio di Andrea Esposito (ilSaggiatore), Esercizi di fiducia di Susan Choi (edizioni SUR), Domani avremo altri nomi di Patricio Pron e Le canaglie di Angelo Carotenuto.

 

 

Foto: Mathilde Langevin, via Unsplash.