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Altre Narratività

Alla ricerca di nuovi autori per effe #6

Scade il 21 ottobre 2016 il nuovo contest dedicato ai racconti inediti

di Redazione / 13 ottobre

Limite: dal latino limes, confine, linea terminale o divisoria, livello massimo al di sopra o al di sotto del quale si verifica normalmente un fenomeno, impedimento fisico, umano oppure divino.
Questo è il tema da cui lasciarsi ispirare per partecipare alla selezione dei racconti per il prossimo numero di effe – Periodico di Altre Narratività, il #6. Una traccia deliberatamente nebulosa, un concetto il cui significato finale sia determinato in maniera esclusiva dall’autore, dalla sua capacità di interpretare e modulare una sostanza vaga e polisemica fino a renderla una cosa netta, chiara, propria.

La partecipazione al nuovo contest è aperta a tutti, autori giovani, meno giovani, esordienti e no.

I racconti, rigorosamente inediti, devono essere inviati all’indirizzo altranarrativa@flaneri.com, in formato .doc, specificando nell’oggetto della mail titolo, nome e cognome. La lunghezza del racconto deve essere compresa tra le 15.000 e le 40.000 battute. La scadenza del contest è fissata alle ore 23 del 21 ottobre 2016 e la partecipazione è gratuita.

Dopo un’attenta lettura, i testi più meritevoli saranno sottoposti agli editor di 42Linee, lo studio editoriale a cui è affidata la cura redazionale del volume, e pubblicati sul prossimo numero dell’antologia periodica effe e su Altre Narrativitàla sezione di Flanerí dedicata ai racconti brevi.

Per chi ancora non lo conoscesse, effe – Periodico di Altre Narratività è un progetto indipendente che coniuga le narrazioni inedite con la creatività di giovani illustratori, con l’intento di creare una «zona franca» in cui autori meno noti siano sostenuti da scrittori già affermati.

Alcuni degli autori comparsi nei volumi precedenti sono: Riccardo Gazzaniga (Einaudi Stile Libero), Marco Lazzarotto (Indiana), Enrico Macioci (Mondadori), Riccardo Romagnoli (Transeuropa), Paolo Zardi (Neo edizioni), Vins Gallico (Fandango Libri) e Demetrio Paolin (Voland).

Sul sito www.42linee.it trovate i volumi precedenti e l’elenco delle librerie in cui è possibile acquistarli.

 

Per ulteriori informazioni:
redazione@flaneri.com
redazione@42linee.it

 

 

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Altre Narratività

Alla ricerca di nuovi autori per effe – Periodico di Altre Narratività #6

Scade il 21 ottobre 2016 il nuovo contest dedicato ai racconti inediti

di Redazione / 21 settembre

Limite: dal latino limes, confine, linea terminale o divisoria, livello massimo al di sopra o al di sotto del quale si verifica normalmente un fenomeno, impedimento fisico, umano oppure divino.
Questo è il tema da cui lasciarsi ispirare per partecipare alla selezione dei racconti per il prossimo numero di effe – Periodico di Altre Narratività, il #6. Una traccia deliberatamente nebulosa, un concetto il cui significato finale sia determinato in maniera esclusiva dall’autore, dalla sua capacità di interpretare e modulare una sostanza vaga e polisemica fino a renderla una cosa netta, chiara, propria.

La partecipazione al nuovo contest è aperta a tutti, autori giovani, meno giovani, esordienti e no.

I racconti, rigorosamente inediti, devono essere inviati all’indirizzo altranarrativa@flaneri.com, in formato .doc, specificando nell’oggetto della mail titolo, nome e cognome. La lunghezza del racconto deve essere compresa tra le 15.000 e le 40.000 battute. La scadenza del contest è fissata alle ore 23 del 21 ottobre 2016 e la partecipazione è gratuita.

Dopo un’attenta lettura, i testi più meritevoli saranno sottoposti agli editor di 42Linee, lo studio editoriale a cui è affidata la cura redazionale del volume, e pubblicati sul prossimo numero dell’antologia periodica effe e su Altre Narrativitàla sezione di Flanerí dedicata ai racconti brevi.

Per chi ancora non lo conoscesse, effe – Periodico di Altre Narratività è un progetto indipendente che coniuga le narrazioni inedite con la creatività di giovani illustratori, con l’intento di creare una «zona franca» in cui autori meno noti siano sostenuti da scrittori già affermati.

Alcuni degli autori comparsi nei volumi precedenti sono: Riccardo Gazzaniga (Einaudi Stile Libero), Marco Lazzarotto (Indiana), Enrico Macioci (Mondadori), Riccardo Romagnoli (Transeuropa), Paolo Zardi (Neo edizioni), Vins Gallico (Fandango Libri) e Demetrio Paolin (Voland).

Sul sito www.42linee.it trovate i volumi precedenti e l’elenco delle librerie in cui è possibile acquistarli.

 

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Musica

Lp5: l’ennesima meraviglia di Apparat

L'ultimo lavoro di Sascha Ring

di Luigi Ippoliti / 17 aprile

Apparat è tornato. LP5 è tra i suoi lavori più riusciti, stimolanti e complessi. A tre anni dall’ultima collaborazione con i Modeselektor e a sei dal suo ultimo lavoro da solista, The Devil’s Walk – lasciando per un attimo da parte Krieg Und Frieden (Music for Theatre), un lavoro per una trasposizione teatrale di Guerra e Pace commissionata da Sebastian Hartmann –, l’artista tedesco ci ricorda per quale motivo Apparat è Apparat: un musicista che mette al servizio del lavoro meticoloso il proprio talento e che scrive un album iper stratificato che, un po’ alla volta, si mostra nella sua interezza.

LP5 non è infatti facilmente comprensibile. Quantomeno non lo è ai primi ascolti. Ma già lì si intuisce come Apparat abbia mirato in alto. Più in alto rispetto al passato. LP5, nel suo non dare molti punti di riferimento, può risultare eccessivamente etereo: i pezzi tendono a confondersi l’uno nell’altro, in un’enorme nebulosa di synth e beat dove emerge l’altrettanto voce immateriale. La sua digestione e metabolizzazione sono lente e faticose: un pop elettronico che nega a sé stesso la sua propria essenza, che si dilata nel tempo, che ragiona quasi come post-rock declinato al pop.

Confrontando LP5 con il suo passato prossimo, l’impatto con il sottovalutatissimo The Devil’s Walk, che può vantare tra le sue fila elegantissimi capolavori pop come “Song of Los” e “Candil  de La Calle”, risultava molto meno ostico. Apparat scriveva un ottimo disco, ma molto più immediato.

Qui non si accontenta e cerca di costruire qualcosa di più cerebrale, che di volta in volta svela la sua parte più emotiva.

È innegabile che anche in LP5 l’influenza di Thom Yorke sia una costante. Ma la carriera di Apparat è segnata dalla presenza di quello che a tutti gli effetti può essere considerato il suo mentore assieme ad Aphex Twin: senza il leader dei Radiohead, più che i Radiohead stessi, i suoi album non sarebbero mai stati gli stessi – qui, sul finale di “Caronte”, c’è una chitarra che sa di Reckoner portata dentro una Arpeggi riscritta da Apparat.

Ovviamente ci sono anche i Sigur Rós. Apparat ha avuto la felicissima intuizione di saper coniugare gli ambienti sigurosiani all’elettronica, dando un’ulteriore dimensione, un seguito e un significato altro a quel periodo d’oro degli islandesi a cavallo del 2000.

Interessante, invece, è la presenza del quasi coetaneo Bon Iver, una novità. Il suo 22, a Million è sicuramente uno dei punti di riferimento che Apparat aveva ben fisso in mente prima e durante la stesura di LP5. Prima dell’ultimo lavoro del musicista americano, gli universi di Bon Iver e Apparat non erano non così dissimili, ma comunque troppo distanti. Oggi, invece, sono più vicini che mai. “Laminar Flow”, infatti, è l’ultimo Bon Iver, in tutto e per tutto. Le modulazioni vocali, il beat, le pause tra una frase e l’altra. Apparat sa che 22, a Million è una pietra miliare della musica pop degli anni ’10 e la guida per il futuro: cerca quindi di capire se per lui quella sia una strada percorribile e, in questo episodio specifico, lo fa benissimo.

LP5 è l’opera matura di Apparat, un lavoro che necessita di pazienza, ma che poi si rivela come una benedizione. Apparat è quello di cui la musica (che sia elettronica, che sia pop, che sia idm) ha bisogno. È quello di cui ha bisogno l’ascoltatore di questi anni. La sua lettura e interpretazione sono fondamentali e con quest’ultimo album l’artista tedesco si conferma un gigante del ventunesimo secolo.

LA CRITICA - VOTO 8/10

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Libri

Il tennis secondo Matteo:
tra saggio, romanzo, diario e almanacco

“Vite brevi di tennisti eminenti” di Matteo Codignola

di Martin Hofer / 16 aprile

Ho smesso di seguire il tennis il giorno in cui Gustavo Kuerten ha deciso di appendere la racchetta al chiodo. Ricordo ancora la prima volta in cui lo vidi giocare: Roland Garros 1997. Sulla terra rossa di Parigi, Guga si aggiudicò da numero 66 del mondo – e appena ventunenne – il torneo più prestigioso del circuito al pari di Wimbledon. Credo che a farmi innamorare di Kuerten sia stata la sua flemma, l’aria perennemente rilassata e non molto sveglia, il cesto di capelli biondiccio, da fattone, la propensione alla sfiga e agli infortuni. Se fosse stato un calciatore brasiliano, certamente lo avrei odiato, ma da tennista era tutta un’altra storia, perché all’epoca si iniziava già a stravedere per Federer – Mister Perfezione, il compagno che in classe non ti fa mai copiare – mentre erano da tempo sulla cresta dell’onda l’insulso Sampras, con la sua faccia da commedia sentimentale americana, l’accidioso Tim Henman (detto “Timbledon” per… non aver mai vinto a casa propria?), l’insopportabile Hewitt e Andy Roddick, lui ideale protagonista per un “American Pie”. A salvarsi, soltanto la follia di Safin, Agassi e Ivanišević.

Se non ho mai conosciuto altri fan sfegatati di Kuerten, se il suo addio è passato tutto sommato in sordina, è perché Guga ha rappresentato tutto il contrario della retorica tanto cara agli appassionati di tennis e delle altre discipline, la stessa retorica che ha fatto le fortune dell’ormai onnipresente storytelling legato al mondo sportivo.

In questa retorica, Matteo Codignola sguazza con sapienza tra le storie di Vite brevi di tennisti eminenti (Adelphi, 2018). Dal baule di foto e aneddoti, volti e ricordi, l’autore riesce a estrarre una manciata di vicende di “tennisti eminenti” – come li chiama lui parafrasando Aubrey – davvero straordinarie. Come ci ricorda il Nostro, la difficoltà, in un’operazione di questo genere, è che «il gioco in sé non si lascia quasi raccontare», perché il tennis «si sottrae alla parole» (pag. 23).

E allora ecco che a innescare la narrazione, che spazia continuamente dalla digressione personale alla storia dello sport, è il ritrovamento in un mercatino di alcuni vecchi scatti che immortalano tennisti del passato nel vivo dell’azione. Si parte, per esempio, da Vic Seixas – sorridente nel suo tartan con racchetta sotto braccio – per passare poi a Van Alen e alla sua riforma del gioco.

In certi casi, i capitoli finiscono per risultare dispersivi, e il passaggio da una vicenda all’altra non sembra beneficiare dell’opportuna fluidità, risentendo, forse, di un gioco d’incastri che l’autore ha dovuto attuare in fase di stesura per far quadrare il proprio progetto di libro.

Con il procedere della lettura, il continuo passaggio di testimone e la sovrabbondanza di materiale finiscono per costringere i ritratti in due categorie di cui la letteratura sportiva ha ormai fatto largo abuso: quella del tennista “genio e sregolatezza” e quella del “maniaco della disciplina”.

A questi, si aggiungono, di tanto in tanto, alcuni scivoloni che non rendono merito a una narrazione complessivamente brillante. Un paio di esempi? Limitiamoci a una divagazione filosofica sul suono della palla (l’odore della carta no?) e a un aneddoto sul perfezionismo della casa editrice Adelphi (nuova questa!):

«Senza suono il tennis non esiste, in questo Torben ha sempre avuto ragione. Come andrà una partita si capisce dai palleggi di riscaldamento, dall’eco dei primi colpi, che cambia ogni giorno, o anche a ogni ora a seconda di un numero fastidiosamente alto di fattori; per capire se una volée sarà veramente corta, angolata, non raggiungibile dall’avversario, non serve guardare, basta il meraviglioso suono grattato delle corde, che si ottiene solo con una certa angolazione del piatto, e solo se quest’ultimo incontra la pallina nella frazione di secondo giusta; chi sia in campo, e come stia andando il match, lo si capisce anche solo avvicinandosi allo stadio, perché il tennis di ogni giocatore ha un suono inconfondibile» (pag. 42).

«Dovendo aspettare di essere ricevuto, passeggiavo avanti e indietro, e a forza di sfiorare la coppia, un brandello di conversazione alla volta ho capito a proposito di cosa uno dei due – quello alto – cercasse di rassicurare più o meno invano l’altro: no, insisteva, a pagina 368 delle Considerazioni di un impolitico – che di pagine ne conta 624 – non c’era assolutamente una riga larga» (pag. 18).

Ciononostante, così come spesso avviene quando si parla di “sport delle origini”, il lawn tennis raccontato da Codignola riporta alla luce episodi affascinanti e una stagione nella quale passione, dilettantismo e imprevisti di vario genere, tramutarono le prime generazioni di atleti in una sottospecie di carrozzone in costante movimento.

Tra le tante storie – memorabile il ritratto di Gottfried von Cramm, l’elegante gentiluomo che si esibì in una metaforica pernacchia a un certo Goebbels – ve ne è una che rimbalza ripetutamente tra i capitoli del libro, e che meriterebbe un romanzo o un saggio a parte. Il tennis, così come lo conosciamo adesso, è stato infatti per lunghi decenni una disciplina dilettantistica.

Paradossalmente, in uno degli sport più aristocratici che siano stati brevettati dall’essere umano, i soldi che circolavano non erano tantissimi, ci si contentava, tutt’al più, di un letto e della possibilità di viaggiare, come testimonia Dick Savitt in un’intervista del 1951: «La tournée in Europa mi è piaciuta molto, ho visto un sacco di posti senza cacciae un soldo. Non guadagniamo nulla, ma siamo spesati di tutto» (pag. 216).

Un’affermazione che probabilmente avrà fatto tenerezza a Jack Kramer, ex tennista e abilissimo impresario, inventore del tennis professionistico, un universo parallelo per instancabili globetrotter, “un piccolo inferno quotidiano” nel quale gli stessi atleti si potevano affrontare anche centinaia di volte nello stesso anno.

«Era un tennis solipsistico, notturno, anche cupo. Narcisistico, ossessionante, e sotto anche demoniaco. Si giocava per e contro se stessi in una galleria di specchi scuri, tentando di spostare il limite sempre più avanti» (pag. 238).

«Per un dilettante diventare professionista non era un processo indolore. Equivaleva a cambiare sport, passando da una stagione che aveva quattro picchi […] a una programmazione che prevedeva solo pause di spostamento; e da una legione di avversari quasi inesistenti per tutti i primi turni a una sola nemesi, fortissima» (pag. 232).

Pancho Gonzales, Tony Trabert, Lew Hoad, Ken Rosewall, Rod Laver. Furono moltissimi i campioni a cedere alle lusinghe più o meno aggressive di Kramer, che inseguiva i migliori del mondo «per i cinque continenti, suonando il campanello a ore indecorose, un contratto estremamente redditizio (per entrambi) in una mano, l’altra a introdurre il suo avvocato, con la copia da restituire firmata nella borsa» (pag. 98).

Ve li immaginereste, oggi, Djokovic e Nadal, accanirsi in una partita della durata di mesi, mentre il resto del circuito è impegnato a Wimbledon per disputarsi la coppa (e il rimborso spese del viaggio)? Forse no, e infatti, nel 1968, proprio Kramer fu uno degli artefici della fusione dei due mondi, dando vita a una versione del tennis più simile a quella dell’era contemporanea.

Questa è soltanto una delle molte – forse troppe – storie chiamate in causa dalle “vite eminenti” di Codignola. Per scoprire il resto, si rimanda alla lettura di quest’opera a cavalcioni tra saggio, romanzo, diario e almanacco.

Completa il libro una bibliografia essenziale nella quale viene finalmente citato Gianni Clerici, il cronista che, insieme all’uomo dei numeri Rino Tommasi, ha saputo raccontare il tennis meglio di chiunque altro in Italia. Per leggerezza, dovizia di particolari e autoironia, questo libro ricorda per certi versi le loro interminabili telecronache da Flushing Meadows o dal Centre Court, divenute ormai leggenda. Raccontare uno sport che sfugge alle parole, dopotutto, non è impresa affatto semplice.

 

(Matteo Codignola, Vite brevi di tennisti eminenti, Adelphi, 2018, pp. 290, euro 22, articolo di Martin Hofer)

LA CRITICA - VOTO 6/10

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Libri

Incontri ravvicinati col selvaggio (che è in noi)

Roland Schimmelpfennig, “In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo”

di Cristiana Saporito / 15 aprile

Lupus in fabula. L’espressione qui calza da guaina, restando splendidamente incagliati sul piano letterale. Perché anche in questo caso, come nel più inamidato corredo di fiabe per ragazzi, compare un lupo. Dopo di che, le somiglianze si eclissano e il romanzo del drammaturgo tedesco Roland Schimmelpfennig, In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo (Fazi Editore, 2019, traduzione di Stefano Jorio) non rischia certo di finire affastellato tra bottini e rottami di letture per bambini. E se capitasse, consigliamo vivamente di rimuoverlo dal cumulo.

Questa infatti non è la storia di un lupo. Lui c’è, lui perdura. S’affaccia all’improvviso, gemmando dal freddo polacco, scavalla la frontiera e continua a transitare. Per tutto il tempo. Ma questa non è la sua storia. È molto altro, molto intorno. È la sostanza di ciò che attraversa. È quella degli occhi che l’incontrano; dello sciame scompigliato dei suoi svariati avvistamenti.

Nella linea di demarcazione tra due Stati e come recita il titolo, nel midollo dell’inverno europeo, una bestia si mette in marcia in direzione di Berlino. Di che si tratta? Ma sì, è un lupo. Oppure un cane, pieno di nebbia randagia.  Procede zigzagando. O magari in linea retta? L’evento preoccupa, sconvolge, elettrifica, innesca un vespaio di personaggi tutti pronti a impattare con l’avvento alieno. E tutti hanno una ferita addosso. Sono ammaccati, sanguinanti, malamente ricuciti.

Ecco qualche esempio: due adolescenti fuggiaschi, figli di naufraghi dell’alcol. Lei viene percossa da sua madre, con qualche breve segnale di annuncio, un piatto rotto, un equilibrio sbeccato e poi via con i pugni, che cadono come asteroidi, sul viso, quasi al centro dell’orbita, fino a lasciarla inginocchiata. Lui ha un padre dipendente dal bicchiere, che si accorge di suo figlio nel momento in cui svanisce, esattamente come accade ai giocattoli dei bimbi, che scompaiono un palmo sotto il tavolo e diventano vitali. Diventano vivi. Agnieszka ha vent’anni e si sostenta come può, fa le pulizie per uffici o per gente ricca. Ha un ragazzo polacco come lei, che per lavoro oscilla al di qua e a di là del confine.

Stanno insieme da più tempo di quanto ne ricordino e sono ormai un palazzo vecchio, uno di quelli che Tomasz demolisce per campare. Solo che lui su quelle macerie si è adagiato e le chiama “casa”. Lei no, lei cammina altrove e pesta tutti i cocci. È su di loro che vortica il peso maggiore, su di loro che atterra gran parte dell’interesse. Gli altri personaggi risultano comunque minori e sagomati con poca efficacia.

Intanto il lupo sbuca, come uno spettro della DDR, infilza la foschia, disarma le attese. C’è chi vorrebbe ucciderlo, solo per provarsi che esisteva, chi lo immortala per sfruttare l’accaduto, monetizzarci quanto basta, accedere alla fama. Ognuno estorce all’imprevisto la sua razione di riscossa.

Restando sempre solo. Questo non muta, non c’è apparizione che squarci la condanna di ciascuno. Sono tutte piccole bolle smagliate, in moto perenne dentro un campo corroso, scalcinato, incapace di creare legami, di farsi sistema. E questo non può che suonarci familiare, imparentato con i nostri eterni affanni, con la smania di piacere a chi non conosciamo. Di tracciare traiettorie eclatanti. Non importa quanto verosimili.

E chi ci scorre accanto, lo fa senza toccarci. Preoccupato com’è di irrigare finzioni. I suoi abbaglianti villaggi di vetrine. Il lupo è l’occasione possibile, l’occasione mancata, lambita e schivata da un volo di inetti. Una presenza animalesca, che ricorre spesso in tante opere recenti, dal potente romanzo di Jodi Picoult chiamato (neanche a farlo di proposito) La solitudine del lupo all’avventuroso e ancestrale L’ultimo lupo di Jiang Rong, per non parlare della slavina di saggi eto-filosofici incentrati sulla cifra indomita e selvatica di questo esemplare, tra cui Il lupo e il filosofo di Mark Rowlands (che ormai è quasi un classico) e Duemila giorni con i lupi di Jim e Jamie Dutcher.  Insperato ritorno all’autentico?

Qui di speranza non c’è odore e non c’è impronta. C’è un pulviscolo di esseri stremati. E il lupo passeggia sui loro detriti. Dentro una favola asciutta, minuscola come il suo titolo. Buia e smagrita, come una belva affamata.

 

 

(Roland Schimmelpfennig, In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo, traduzione di Stefano Jorio, Fazi Editore, 2019, pp. 232, € 18.00 | Recensione di Cristiana Saporito)

LA CRITICA - VOTO 7/10

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Libri

“L’esclusa”, gli esclusi

di Silvia Savini / 12 aprile

Siamo nell’ultimo decennio dell’Ottocento, quando ormai sono state poste le basi, anche in Italia, di una società di massa che decollerà, nei primi anni del Novecento. Sono anni di grandi cambiamenti socio-politici, del potere della sinistra storica e della nascita del Partito socialista italiano nel 1892. Questi mutamenti influenzano, naturalmente, anche il mondo degli intellettuali del tempo che acquisiscono come termine di riferimento per le proprie opere la nuova realtà economica e sociale. È questo, in parte, lo scenario su cui stagliano tutte le vicende di L’esclusa di Luigi Pirandello.

Scritto nel 1893 e originariamente titolato Marta Ajala, il romanzo d’esordio di Pirandello affronta un percorso lungo quasi un trentennio prima di giungere all’edizione definitiva del 1927.

La vicenda narrata ruota intorno alla figura della giovane Marta: costei è scacciata dal marito, Rocco Pentàgora, con l’accusa di adulterio dovuto a uno scambio epistolare con l’avvocato Gregorio Alvignani. La condanna nei confronti della protagonista è unanime: la comunità intera la giudica colpevole. Marta, nonostante il peso del pubblico diniego e il successivo dissesto economico della sua famiglia, afferma con forza la propria innocenza.

Tutto ciò avviene in un piccolo paese della provincia siciliana. Nell’opera tuttavia vi è un’alternanza di luoghi (paese/Palermo, Palermo/paese) che segue un percorso parabolico pari a quello psicologico di Marta; un viaggio, fisico e introspettivo, che si rivela fallimentare e che potrebbe essere definito un sentiero obbligato anche per altri personaggi, che siano o non siano deuteragonisti. L’acme di questa parabola viene raggiunta a Palermo, da qui, pian piano, si va incontro a una lenta e inesorabile discesa-ritorno sia della protagonista, che di tutta la storia, sino al punto di partenza, lì dove è avvenuto il non-tradimento: il piccolo paese di provincia nel quale viene “ristabilito l’ordine”.

Perché parlare di un testo che ha più d’un secolo di vita? Si tratta di un’opera estremamente attuale. La parabola fallimentare di Marta, nel suo percorso verso l’emancipazione lavorativa e sessuale, in una società, quella della Sicilia di fine Ottocento, fortemente arretrata e patriarcale, le trappole della vita (convenzioni sociali e familiari) e l’incomunicabilità umana, tematiche care a l’autore, sono tutti elementi riscontrabili nella letteratura contemporanea e nella nostra quotidianità.

Presupponendo che debba tutto essere sagacemente contestualizzato, è incontrovertibile il fatto che Pirandello sia stato il capostipite di quella nostra letteratura che ha dato voce alla crisi umana quale conseguenza dell’industrializzazione di fine Ottocento, sviluppando la teoria della frantumazione dell’io, attraverso i suoi personaggi.

Nei suoi scritti, analizza un mondo in cui decade l’idea di una realtà oggettiva, univocamente interpretabile con gli schemi della ragione. Anche oggi, con maggior vigore, si può parlare di relativismo gnoseologico in relazione alla condizione degli individui. Alla crisi dell’io otto-novecentesca si aggiungono nuovi elementi: l’essere perennemente connessi in una rete virtuale, ha, se si vuole, ulteriormente approfondito la cognizione del dolore dell’uomo. Soli, indifesi, costretti, per sopravvivere, all’autoinganno, più che mai gli uomini 2.0 sembrano incapaci di utilizzare la filosofia del lontano, riscontrabile, se pur embrionalmente, già in L’esclusa.

In poche parole l’atarassia consigliata da Pirandello è una chimera o nel peggiore dei casi si è trasformata in un pericoloso individualismo. Tutto ciò è definibile come specchio di una società che si sgretola, individuabile in tanti altri romanzi contemporanei, spaziando in vari ambiti geografici: da Il cardellino di Donna Tartt, a Lionel Asbo di Martin Amis, dalle Correzioni di Jonathan Franzen a Cecità di José Saramago. Il parallelismo tra tutti questi testi, con quello di L’esclusa, con l’obiettivo di cercare di analizzare e interpretare la realtà sociale, non appare forzato, se, come già posto in evidenza, tutto viene esplicato anche storicamente. La società di Marta e la nostra sono mondi in crisi, entrambi in frantumi. E questa è una sorta di prova di come il disfacimento umano sia ciclico.

Forse, solo la riflessività, umoristicamente intesa, può spingere l’uomo oltre il baratro delle crisi ritornanti della sua esistenza.

 

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Libri

Per cosa stiamo invecchiando

“Sei ricco, Coniglio” di John Updike

di Giuseppe Del Core / 11 aprile

Ci sono: un uomo, una donna e un ragazzo, poi ancora il traffico, l’odore di benzina, l’inflazione che puoi quasi annusare nell’aria, gli amici, le auto. Ci sono i vivi e i morti, e una vita da attraversare. Dieci anni più tardi, Harry Angstrom è a capo della Springer Motors, una delle due concessionarie Toyota nell’aria di Brewer. È ricco, finalmente, e le cose questa volta sembrano proprio girare per il verso giusto, in barba all’America, che invece è in sfiducia, pare ingarbugliarsi in se stessa mentre spende soldi che è destinata a perdere. Questo maledetto mondo, pensa Coniglio, sta finendo la benzina, «ma a lui non lo fregano». Magari stavolta il mondo finisce e non fa in tempo a sconfiggerlo ancora.

È interessante notare il progressivo cambiamento di sguardo, da parte di Updike, quando si mettono a confronto gli incipit dei tre volumi: nel primo, il decadimento era tutto di Coniglio, e il mondo intanto sembrava fiorire; nel secondo, il declino di Harry si contrappone all’ascesa statunitense, eppure l’occhio dell’autore sceglie di indugiare soprattutto sulle mancanze di quest’ultima, quasi che il declino del suo personaggio fosse il sintomo, se non la profezia, di uno scontento collettivo prossimo a verificarsi; in Sei ricco, Coniglio (Einaudi Stile Libero, 2014) la situazione è ribaltata: l’America – il mondo intero – fatica e Coniglio si arricchisce. Ci sono state sconfitte e cadute, mentre intanto il mondo ballava sulle note del rock ’n’ roll e guardava se stesso dallo spazio, e adesso è il tempo della rivincita. Sembra essere il tempo della rivincita. Ci sono state, soprattutto, le morti: quelle in scena (la piccola Rebecca, la giovanissima Jill) e quelle fuori dal racconto (Fred, Ma’, Pa’). Bisogna essere grati ai nostri morti, pensa Harry. «La grande verità a proposito dei morti è che lasciano spazio.»

Quando Updike scrisse questo romanzo, agli occhi del mondo – e della sua America – egli era già John Updike, scrittore di talento (erano già usciti Il centauro nel ’63 e Coppie nel ’68), affermato – seppure già un po’ osteggiato – e appunto realizzato. Ma soprattutto Updike era un uomo di mezz’età, proprio come il suo protagonista, e il pensiero della morte e della vecchiaia trova enorme spazio tra queste pagine, come inevitabile. Non ci è dato sapere esattamente quanto dell’uomo Updike sia stato riversato in Harry Angstrom, ma l’impressione è che la foggiatura di questo personaggio sia stato per l’autore quasi catartica e forse in parte consolatoria.

Una delle principali grandezze di questo romanzo sta nel fatto che riesce a essere, allo stesso tempo, il più intimo e il più americano della saga. È molto probabile che sia proprio questo il “grande romanzo americano”, se si considerano quegli elementi che molti autori – nel cinema quanto in letteratura – hanno cercato di mettere assieme per disegnare l’America e il suo sogno, le sue contraddizioni e le sue vanità, le paure, le guerre e le speranze di nascita e rinascita.

È un romanzo innegabilmente (anche) politico. È un romanzo “collettivo” – ma non corale – e insieme talmente personale da sfiorare, in certe parti, la forma di un diario con un’estensione narrativa. La morte è presenza fissa, si annusa nell’aria e si annida nel cuore, si intravede fra le rughe della pelle e si annuncia nella fiacchezza del corpo che decade (a breve si arenerà, come mamma Springer alla fine dell’ultima corsa in macchina) e che attende – non può far altro che attendere: ogni ribellione è un atto individuale d’ingenuità – lo smorzare della luce, la decomposizione, il nulla.

È un romanzo (anche) di fantasmi. Ammoniscono, acuiscono, non smettono di morire. Harry evita gli specchi perché non riflettono più un corpo fulgido, ritrae lo sguardo e pensa «eppure la vita è bella», ed è crudele che questa sia soltanto la conquista dell’età matura, che non si arrivi a questa certezza già da giovani. Adesso lo sa, che la vita è bella, il pensiero non si limita a un sentore o a una speranza, e non si capacita che anche i vecchi possano pensare lo stesso.

Il romanzo è intriso di realtà; non di “semplice” realismo: proprio di realtà. Quant’è opprimente e disordinata, e insieme necessaria e imperdibile, la realtà. Occorre avere una particolare accuratezza, e s’intende talento, per inquadrare il disordine del reale – che è il mondo, che siamo noi – senza risultare disordinati. Updike ce lo aveva – e forse nessuno, in questo senso, ne ha mai avuto di più. Il processo di costruzione della scena sembra essere vissuto – o perlomeno visto – più che immaginato, e le moltissime scene che si susseguono sono poi ricondotte a un tessuto connettivo che si compone dell’anima stessa del protagonista.

La “trama” del romanzo si riduce a pochi passaggi – se non altro, a molti meno rispetto ai due che l’hanno preceduto – trovando forza nel suo intrecciarsi alla storia più ampia, che si regge su un grande punto focale (sostanzialmente, semplicemente: la vita di un uomo). Updike giostra magistralmente il ritmo narrativo – lento, compassato – attraverso un ritmo stilistico che è invece frenetico nella sua eleganza e corre o rallenta insieme ai pensieri e alle suggestioni di Coniglio.

Pur consapevoli di quanto spesso si sia fatto abuso del termine, già dal Novecento in poi, non è errato dire che questo è un romanzo molto proustiano, perché contempla il tempo, lo misura, lo teme, lo subisce e lo attraversa. I salotti dei Guermantes equivalgono alle serate dagli Harrison, il caso Dreyfus alla crisi degli ostaggi statunitensi in Iran, e nel mentre le chiacchiere sono simili, solo ribassate al livello medioborghese. Intanto Harry invecchia consapevolmente e Nelson, suo figlio, si fa uomo. Per la prima volta Updike concede a Nelson l’esclusiva di alcune scene e all’improvviso, quasi senza accorgersene, i pensieri del padre si sospendono in favore di quelli del figlio (che a sua volta sta per diventare padre).

I rapporti umani appaiono straordinariamente sinceri prima che credibili – sinceri perché candidamente imperfetti, ingombranti, sbilanciati, meschini. Gli errori sono imperdonabili, e così gli affetti: non ci si perdona un amore che finisce. Ma c’è troppa vita e poco tempo, e allora anche i rancori si sciolgono (Charlie, che è stato l’amante di sua moglie Janice, è forse l’unico amico di Harry), ma si portano addosso insieme agli anni e agli acciacchi. Non è mica vero, che ciò che non uccide fortifica: ogni colpo subìto ci fa più piccoli.

Updike, prima ancora di Coniglio, è consapevole che il tempo della propria generazione è finito – e a giudicare dai suoi toni, è difficile credere che ne sia stato soddisfatto. Cos’è rimasto del benessere degli anni Sessanta, di quell’entusiasmo galoppante, dei viaggi interstellari e del grande sogno di pace e di speranza? Intendiamoci: il disprezzo crescente di Coniglio è innanzitutto corporeo, un rifiuto all’invecchiamento e al disfacimento della bellezza. Ma, insieme ai corpi, anche le idee sembrano essere invecchiate male – e il peggio è che le prossime non sembrano migliori o più efficienti. Invecchiare non ci rende necessariamente più saggi o più buoni, e Updike, che nel frattempo invecchiava lui stesso, lo sapeva bene. Invecchiare, a volte, ci sporca soltanto – e ci deprime, ci consuma, ci spegne mentre noi vorremmo bruciare ancora. Invecchiare ci peggiora, perché peggiora il corpo – e il corpo è l’unica cosa reale che si vede e che si sente, mentre i pensieri, e così le intenzioni, rimangono oscuri agli altri, e di lì la frustrazione del fraintendimento. Contaminato dal tempo, il corpo di Janice sta perdendo la sensualità di una volta, così l’eccitazione è per Coniglio un’altra ricerca che però non ha la forza – psichica e fisica – di affrontare, e accresce la frustrazione. Il sesso perde quasi completamente la sua funzione ricreativa e si fa solo tentativo di afferrabilità del reale. Invecchiare sembra far capire anche quest’altra cosa: che il sesso c’entra poco con l’amore (e allora le coppie si sciolgono per una notte e lo fanno volentieri, nemmeno per gioco ma per esperienza). Harry ha bramato il corpo giovane non ancora trentenne di Cindy, ma è finito con Thelma che è vecchia e ammalata. In quest’episodio risiede la realtà (ri)costruita da Updike, che racconta la storia di Coniglio esattamente per quello che è: la vita di un uomo che vince e che perde.

Non calca la mano, Updike. Non riempie la storia di tragedia – nessuno muore, la vita questa volta ha vinto – ma la compone di dramma umano, che è involontariamente ironico e bellissimo, crudo e insuperabile. Il mondo sta finendo poco a poco, pensa Coniglio, e i giovani si fanno belli come se la festa fosse appena cominciata. Coniglio sa che sta morendo – come Janice, come tutti – e vorrebbe evitarlo, ma stavolta sa che scappare non si può, e allora gli riesce più facile immaginarsi che il mondo muoia insieme a lui. Nelson scappa, invece, ed è l’altra faccia del mondo, quella che Harry ha respinto ma non ha dimenticato. È stanco di essere giovane, mentre papà e mamma sono stanchi di invecchiare – e allora è la vita, sempre, che ci stanca. E a cosa dobbiamo tutta questa stanchezza? Che cos’ha prodotto?

Harry torna dal viaggio. Ha una casa sua, adesso, tutta per lui e per Janice. Nelson è via ma tornerà. Lui lo sa, non si può scappare per sempre. Pru, sua nuora, ha rischiato di perdere la bambina, ma ce l’ha fatta. Questa volta Dio ha avuto clemenza. È così che funziona, non si muore tutti i giorni. Harry la prende in braccio e sa che quel fagottino lo invecchia terribilmente. Non è più Coniglio, astro nascente della pallacanestro. È Harry Angstrom, marito di Janice Springer, nonno di una bambina. Lo culla fra le braccia, quel futuro che non vedrà. Ecco: la vita produce semplicemente la vita. Ma è già abbastanza, è già moltissimo. Sì, Coniglio, ti sbagliavi. Lo sapevi anche tu, che sbagliavi. Il mondo non finirà con noi – ed è a questo che dobbiamo il compito di lasciarlo più bello di come l’abbiamo trovato.

(John Updike, Sei ricco, Coniglio, trad. di S. Bertola,  Einaudi Stile Libero Big, 2014, pp. 600, euro 22)
Flanerí

Musica

Ancora itpop per Bomba Dischi: l’esordio esausto di Clavdio

A proposito di "Togliatti Boulevard"

di Claudia Gifuni / 10 aprile

Si sa che la primavera galleggia sempre in una bolla malinconica fatta di ricordi, di infanzia e di spensieratezza; e in questa di primavera ci sarà anche CLAVDIO a solleticare la nostra memoria indolenzita. Anticipato dai singoli “Cuore”, “Ricordi” e “Nacchere”, Togliatti Boulevard è la nuova scommessa di Bomba Dischi, l’ormai nota etichetta romana indipendente che continua a credere nel potenziale di questa città.

Le nove tracce che compongono Togliatti Boulevard sono l’esordio di CLAVDIO, ma non di Claudio Rossetti che da oltre dieci anni porta avanti diversi progetti sotto altrettanti nomi – Il Rondine con l’album Può capitare a chiunque ciò che può capitare a qualcuno (La Fame Dischi, 2014) e Blue order project (dal 2006). Basta questo, quindi, per capire che CLAVDIO non ama chiudersi e rinchiudere la propria musica entro i limiti di un unico genere. Non si tratta tuttavia di sperimentazione inquieta quanto piuttosto di curiosità fanciullesca per tutto ciò che è nuovo. Togliatti Boulevard è un album di semplice fruizione che gioca sull’alternanza di synth pop spinto e pezzi nudi che si reggono solo su voce e chitarra.

Esistono dischi organici che devono essere ascoltati per intero altrimenti rimane la sensazione di essersi persi qualcosa; sono dischi in cui ogni singola traccia si rivela elemento imprescindibile per capire il progetto nel suo complesso. Togliatti Boulevard non rientra in questa categoria in quanto si affida anche e troppo a pezzi deboli, quasi forzati, che vengono lasciati indietro da quelli che presentano una potenza emotiva convincente − oltre ai singoli già usciti, “Foto” e “Le tue gambe”. Tralasciando queste sbavature non di poco conto, Togliatti Boulevard ha comunque una sua valenza e riesce a raccontare stralci di un passato che è al tempo stesso collante indelebile e memoria da cui liberarsi. Inoltre, la voce di CLAVDIO non accenna mai alla rassegnazione, al contrario si carica di una profonda ironia con cui gratta via ogni rischio di rimorso. E senza dubbio è questa la cifra stilistica più originale del giovane cantautore romano, nonché l’elemento che gli permette di distaccarsi, almeno in parte, da personaggi come Calcutta e simili.

La ricompensa per chi ama la musica è qualcosa di semplice e intangibile; non è altro che un attimo pieno di lucidità, è il momento in cui ci si accorge di essere incappati in qualcosa che vale la pena ascoltare con attenzione. Togliatti Boulevard è una ricompensa a metà, è un privilegio mozzato che però consente ancora di prendere coscienza della necessità di emozionarsi. Anche se per poco tempo.

LA CRITICA - VOTO 6,5/10

Flanerí

Libri

Un bilancio di una vita attraverso tre grandi maestri e il sogno di Pietro Metastasio

A proposito di “Sogni e favole” di Emanuele Trevi

di Antonella De Biasi / 9 aprile

«Sogni, e favole io fingo; e pure in carte mentre favole, e sogni orno e disegno, in lor, folle ch’io son, prendo tal parte, che del mal che mi inventai piango e, mi sdegno». Inizia così, con i versi del grande poeta Pietro Metastasio, Sogni e favole di Emanuele Trevi (Ponte alle Grazie, 2019) un romanzo tra i più interessanti degli ultimi usciti, poiché un ibrido tra un’autobiografia di formazione e il racconto di tre influenti figure della cultura e dell’arte del Novecento.

L’ambientazione è quella della città dell’autore, una Roma fastosa e imponente e al contempo povera e popolare, set ideale per le contrapposizioni che dominano il romanzo: passato e presente, vecchio e nuovo, reale e immaginato.

Il “movimento” della narrazione passa attraverso le tre figure rievocate e scelte come maestri nella formazione della vita di scrittore di Trevi: il fotografo americano Arturo Patten, di cui è stato riconosciuto il talento sia in vita che dopo la morte, nel ’99; il critico Cesare Garboli, sicuramente la figura più complessa delle tre; la poetessa Amelia Rosselli, definita da molti la più grande personalità letteraria del secondo Novecento.

La storia si apre proprio con l’incontro con Patten: un Trevi diciottenne, lavora in un cineclub della capitale e dopo la programmazione di Stalker di Tarkovskij, si imbatte in Patten, che è seduto nell’ultima fila e indugia alla fine dello spettacolo, con le lacrime agli occhi. Riemersi dall’atmosfera ovattata del cineclub, Trevi e Patten, passeggiano, costeggiando la mole scura di Castel Sant’Angelo e danno inizio «a una corrente istantanea di intimità e attenzione». Si tratta di una passeggiata che diviene il nucleo della narrazione, il movimento della vita degli artisti che tra quelle vie di Roma sono realmente vissuti e le evocazioni, i sogni, la creatività che vi hanno lasciato, come preziosa eredità. A fare da filo conduttore i versi del poeta Metastasio.

Nel romanzo, scritto con una prosa curata e precisa, ma anche fluida, rapida, il tema dell’eredità del mestiere di intellettuale e di maestro, ricompare a ogni passo, conquistando anche il lettore più distratto. «Ogni finzione efficace tende a riprodurre un credibile surrogato di realtà, a far dimenticare le sue origini equivoche, fantastiche, a mimetizzarsi tra le cose-come-sono», spiega così l’autore, dipanando il filo tra sogno e reale, appunto, il senso della finzione nella vita e nell’arte, nella poesia del poeta Metastasio, che aleggia per tutto il romanzo. La sua poesia «andrebbe imparata a memoria e custodita nella mente come un’efficace formula di scongiuro, una sintesi magica della vita». In realtà, dei tre maestri scelti, viene messo in evidenza non solo il loro lato creativo e straordinario, ma soprattutto la consapevolezza che ciascuno di loro aveva dei propri limiti. E il conoscersi davvero, come personalità autentiche, senza finzioni, calate nel loro ruolo perché scelto e portato avanti sino alla morte, tra luci e ombre, sogni e favole.

In un perfetto doppio registro tra il sé e gli altri, Trevi, tesse il filo della connessione tra i grandi maestri – e il grande poeta – di cui ci parla e il suo punto di vista, che diventa un po’ il nostro, percorrendo le vie di una Roma ispiratrice. Cesare Garboli è il critico e certamente la critica è un’arte, ma ricorda Trevi, era anche un potere mondano, losco e grandioso, che si esercitava in un modo che Balzac aveva spiegato nelle Illusioni Perdute. La vita umana e quindi non solo quella dei defunti va decifrata – poiché non sempre la vita è evidente nelle sue intenzioni – ed è questo il terreno di caccia del critico. Trevi spiega che per chi oggi ha venti o trent’anni è difficile immaginare quanto fosse sconnessa, alla fine del Novecento, l’esistenza umana. Era per esempio normalissimo assentarsi e non dare notizie di sé, per giorni e giorni, settimane: ci si doveva pensare e immaginare con maggiore forza e pazienza, come un sogno che in parte è sempre reale.

«E poi, comunque vada, è pur vero che del tempo che ci è concesso noi facciamo un solo uso: lo perdiamo, non sappiamo fare altro che perderlo, e tutto il lavoro della nostra coscienza, con i suoi ricordi e le sue falsificazioni, è una minuziosa e disperata ricerca del tempo perso, e se qualcuno ci trasmette qualcosa prima di andarsene, non siamo venuti al mondo per sciogliere gli enigmi, ma per conservarli intatti e trasmetterli a nostra volta ancora più incomprensibili di quando li abbiamo ricevuti».

Gli artisti di cui ci parla l’autore si nutrivano della coltivazione dei sogni e delle vocazioni: così, seguendo degli aneddoti veri, riportati con fedele ricostruzione storica, emerge un tempo magico che puntava sull’arte e sulla cultura come una religione, come il senso del trattenere le cose che scorrono.

Trevi è bravissimo però a non cadere nel cliché della nostalgia a tutti i costi: la riflessione saggistica e il pathos narrativo e personale, diventano più che altro ottimi spunti di riflessione. E ci ricorda che «qualunque cosa si guardi con un grado adeguato di intensità, diventa letteralmente sovrannaturale, inizia a vivere di una vita propria e imprevedibile».

(Emanuele Trevi, Sogni e favole, Ponte alle Grazie, 2019, p. 224, euro 16, articolo di Antonella De Biasi)

LA CRITICA - VOTO 7/10

Flanerí

Libri

Le domande della malattia

“Fratelli” di Carmelo Samonà

di Federico Musardo / 8 aprile

«Vivo, ormai sono anni, in un vecchio appartamento nel cuore della città, con un fratello ammalato. Nessun altro abita con noi, e le visite si fanno rare. Ultimi rimasti di una famiglia che fu numerosa al tempo della mia giovinezza, ci muoviamo, ora, in una complicata gerarchia di silenzi».

Ormai più di quarant’anni fa, uno degli ispanisti più lucidi del secolo scorso, a cinquantuno anni, si converte alla narrativa e pubblica, anche grazie al sostegno di una piccola cerchia di affetti (tra cui soprattutto Natalia Ginzburg), un brevissimo romanzo: Fratelli (Einaudi, 1978; Sellerio, 2008). Oggi, purtroppo, questa storia non si conosce abbastanza e quello di Samonà è un nome sostanzialmente dimenticato.

Il primo dei suoi tre romanzi, a cui seguiranno poche altre prose, è molto breve e conta appena un centinaio di pagine. Se l’interesse fosse banalmente contenutistico, si potrebbe presentare questo libro in una frase: Fratelli racconta la vita quotidiana di un uomo e di suo fratello, malato di mente. Non è così. Per capire la qualità di questo romanzo, non è possibile accontentarsi della sua quarta di copertina.

Vale la pena riscoprirlo, perché le sue ambiguità strutturali, la grande cura stilistica, l’uso così calibrato del punto e virgola, il punto di vista inedito del narratore su un tema difficile come la malattia mentale, la riflessione sulla natura conoscitiva della letteratura e molto altro consentono senza problemi di annoverarlo tra i grandi romanzi degli ultimi quarant’anni, forse perfino del secondo Novecento. O ancora: l’assenza di una soggettività salda e strutturata, l’importanza del corpo come linguaggio, la serialità rituale delle azioni, la loro rarefazione, il disorientamento temporale che permea dall’inizio tutta la narrazione, la fallacia della memoria dell’io narrante e la precarietà dei suoi ricordi.

Sono legittimi alcuni dubbi sulla reciprocità della ricerca dei protagonisti e più generalmente sul loro rapporto. Il lettore conosce il fratello solamente dal punto di vista di un narratore che usa la parola e attraverso essa commenta i luoghi in cui la lingua non arriva (i silenzi, il corpo e quindi i movimenti, le azioni). La malattia, secondo Samonà stesso un «oggetto invisibile», traccia una linea di confine che il narratore, appurato il fallimento della lingua, difficilmente sa varcare. Nonostante ciò che hanno scritto alcuni commentatori, il tema del romanzo non è il doppio, perché senza il personaggio del fratello malato va da sé che tutta questa storia non avrebbe senso.

Fratelli sarebbe un monologo dell’io e non un incontro con l’alterità. Volponi, Malerba e Sanguineti si erano serviti di strategie narrative e artifici retorici per fingere che a parlare fosse la follia; Samonà, al contrario, sceglie di raccontare la sua storia dalla prospettiva razionale di un narratore che si crede sano e rifiuta di indovinare cosa prova chi soffre di un disturbo psichico. Ecco lo scarto fondamentale che compie rispetto alla narrativa italiana che lo precede: la malattia mentale, la follia, non comunicano più attraverso un linguaggio fintamente folle, o malato, inventato di sana pianta da uno scrittore che si diverte a immaginarsi un po’ pazzo. Scrivendo Fratelli, Samonà offre un’alternativa più rispettosa a chi vuole una trasfigurazione letteraria del rapporto tra la sanità e la malattia senza cedere alla tentazione in cui cadono coloro che, strumentando questa dialettica, creano artificiosamente un linguaggio visionario e allucinato, sperimentale da un punto di vista stilistico e lessicale, per raccontare il mondo dei sani.

Samonà non vuole lavorare a un’immagine della malattia. La grande originalità del suo romanzo dipende soprattutto da questo radicale cambio di paradigma conoscitivo. Fratelli è la storia di un rapporto umano, di coppia. Questa prospettiva inedita per raccontare la malattia è solamente una delle ragioni per riscoprirlo: un altro discorso meriterebbe il tema dell’alterità, perché pochi scrittori prima di Samonà hanno saputo interrogare il lettore così a fondo sull’importanza dell’altro per l’esistenza del sé.

Perché leggere Fratelli oggi? Una domanda che ha più risposte. Una tra le tante possibili è dello stesso Samonà, intervistato da Sira Testi a pochi mesi di distanza dalla pubblicazione del romanzo:

«Dal suo libro – domanda la Testi – mi pare emerga un grande insegnamento; l’amore è ancora lo strumento necessario ad appianare le difficoltà apparentemente insanabili che tormentano la vita e le relazioni dell’uomo moderno. Le sembra giusta questa chiave di lettura?»

«Sì, se per amore intende la tensione misteriosa e la volontà di conoscenza che ci spinge verso gli altri, e non dà alla parola – che è vecchia quanto il mondo ed è piena di significati diversi – un’accezione patetica o solo genericamente affettiva. Ma mi domando: è così importante il parere dell’autore in casi come questi? Io credo che siano i lettori, a cominciare da lei stessa, che danno autorità e consistenza a una chiave interpretativa. Il resto lo dirà, ovviamente, il tempo».

Quarant’anni sono sufficienti, non è ancora troppo tardi. Ora, come suggerisce lo scrittore, sta a noi la responsabilità di ricordarlo.

Quasi assente dalle librerie, ignorato da quasi tutti i manuali e dalle antologie, amato oggi da una piccola nicchia di intenditori, come potrebbe, Fratelli, ottenere il riconoscimento che gli spetterebbe? A un appassionato di Calvino o di Manganelli, di Del Giudice o di Lodoli, insomma dei narratori che nonostante il nuovo orizzonte esistenziale della letteratura seppero rinnovarsi, mantenendo allo stesso tempo una certa aderenza a una tradizione più umanistica secondo cui scrivere ha anche una valenza alta e conoscitiva, l’esordio narrativo di Samonà potrebbe senz’altro piacere. Conoscerlo significa anche porsi delle domande profonde sul presente e insieme rinunciare alla pretesa di trovarvi una risposta.

È possibile leggerlo interrogandosi sulle relazioni umane, sulla vita domestica di una malattia. rileggerlo ancora, più volte, per accorgersi che da questo esile libricino nascerà ogni volta un nuovo spunto di riflessione. Le qualità di questo romanzo naturalmente sussistono a prescindere dalla sua modernità. Siccome anche a distanza di anni sa ancora comunicare così tanto, non bisogna compiere l’errore di lasciarselo scappare.

(Carmelo Samonà, Fratelli, Einaudi, 1978; Sellerio 2008 | Recensione di Federico Musardo)

LA CRITICA - VOTO 9/10

Flanerí

Libri

Madama Doré

Stelio Mattioni, “Il re ne comanda una”

di Andrea Rényi / 6 aprile

Dopo più di mezzo secolo dalla prima edizione di Adelphi, la casa editrice romana Cliquot ha ridato alle stampe – e bene ha fatto – Il re ne comanda una (2019) dello scrittore triestino Stelio Mattioni (1921-1997), scoperto e molto apprezzato da un altro grande triestino, il critico letterario e consulente editoriale Bobi Bazlen. Il romanzo era fra i cinque finalisti del Premio Campiello nel 1969, vinto poi da L’airone di Giorgio Bassani.

«Uno scrittore che mi pare del tutto eccezionale. Non somiglia a nessuno, ha un mondo fantastico proprio e di grande forza, ed è misterioso sul serio, senza nessuna compiacenza fumistica» scriveva di lui Italo Calvino a Elio Vittorini, e questo romanzo ne è testimone con la sua trama che sconfina nel surreale, con protagonisti improbabili che però vestono caratteristiche comuni e verosimili, con la sua ambientazione collocata con tanto di indirizzo al centro storico di Trieste, ma allo stesso tempo avulsa dalla realtà e atemporale. Una pièce teatrale, una favola pirandelliana precisa nei dettagli, vivida e inquietante.

Una giovane donna semianalfabeta, oppressa dal matrimonio con un ubriacone e dai debiti che questi ha contratto, si presenta con le sue due figlie alla porta del creditore di suo marito in cerca di una nuova vita che non può che cominciare con il riscatto dei debiti. La casa del creditore si rivela un microcosmo autonomo e completamente isolato dal mondo, comandato da Lui, il creditore.

Ognuno ha un ruolo in quel mondo a parte che comprende un laboratorio che produce qualcosa di misterioso, un giardino che si rivela una giungla, e un harem che Lui domina con complesse regole erotiche. La figlia più piccola sarà presto risucchiata dal padre che assedia, ubriaco, la casa, per riprendersi le sue donne. La figlia più grande, accomodante e lasciva, si inserisce invece nell’ingranaggio, mentre la madre combatte per ricavarsi un ruolo dignitoso, ma soccombe, e anche quando le si offre la libertà sceglie il mondo chiuso.

Il Sessantotto era anche ribellione femminista e Mattioni si rivela un attento osservatore della condizione femminile. Tina, la protagonista, è priva di mezzi economici ed intellettivi, è anche sola, abbandonata a se stessa. Ciononostante vuole provvedere alle due figlie e cavarsela. La sua fuga è un grido disperato, un atto cieco, e difatti finisce di nuovo in una condizione di sudditanza che non sa più abbandonare. Scopre però la sessualità: dopo quindici anni di matrimonio prova per la prima volta il piacere erotico e sarà questo a trovarle un posto nella gerarchia del microcosmo di Lui. Un mondo alienante e alienato, dove in fondo anche il ribelle tollerato è allineato, dove tutti sono infelici, eppure saggiamente accondiscendenti nei confronti del proprio destino. Perché secondo Mattioni combattere contro la sorte è invano.

I personaggi impensabili e la trama imprevedibile non sarebbero comunque sufficienti per spiegare l’effetto magico che questa lettura esercita sul lettore. La lingua colta, densa e precisa, le scelte lessicali a volte sorprendenti concorrono in misura determinante alla seduzione di quest’opera.  «Mattioni scrive divinamente. La sua lingua è schietta, come quella di un thriller di oggi, ma non troverete una parola fuori posto, una metafora poco efficace, un dialogo noioso, non troverete nemmeno un passaggio confuso» dice Alcide Pierantozzi nella prefazione.

Per descrivere Mattioni molti ricorrono alla definizione “kafkiana”. Claudio Magris, uno dei massimi esperti di letteratura triestina, precisa: «Mattioni è stato spesso definito – anche da me – “kafkiano”, ma la sua surrealtà ha poco a che vedere con Kafka e si inserisce piuttosto in quella tradizione fantastica, puntigliosamente descrittiva e sottolineata di Kubin e di altri, inclini – a differenza di Kafka – a spiegare la realtà oscura piuttosto che a farla vivere nella sua nuda oggettività».

 

(Stelio Mattioni, Il re ne comanda una, Prefazione di Alcide Pierantozzi, Cliquot, 2019, pp. 248, € 18,00 | Recensione di Andrea Rényi)

LA CRITICA - VOTO 8/10

Flanerí

Cinema

La paura allo specchio

”Noi“, il nuovo film di Jordan Peele

di Giacomo Sauro / 5 aprile

Jordan Peele è diventato, con solo due film, un regista di culto con uno dei generi più vituperati e triti della cinematografia, l’horror. Scappa – Get Out, la sua opera prima del 2017, e Noi, nelle sale dal 4 aprile, si sono imposti come instant classic. Qualche anno fa se dicevi Peele, dicevi anche Key. Anzi, tipicamente dicevi Key & Peele, il duo comico americano, conosciuto anche dai frequentatori italiani di YouTube, che ha sfornato centinaia di sketch, principalmente su Comedy Central. Andate a (ri)vederli, quando potete, perché c’è tanto tessuto sociale degli Stati Uniti, tante piccole fondamenta per i lungometraggi futuri di uno dei due. Come gli artisti veri, Key & Peele usano la risata per fini a più ampio orizzonte.

Il passaggio alla regia ha permesso a Peele di ampliare i suoi orizzonti e di riportare sulla bocca di tutti la categoria social thriller. Ecco, più che l’horror, il genere che il regista Jordan Peele sta utilizzando e allo stesso tempo ridefinendo.

Noi si apre nel 1986, nell’iconico luna park sul lungomare di Santa Cruz, in California, dove la protagonista bambina entra quasi inavvertitamente nella casa degli specchi e viene traumatizzata dalla visione di una sua copia gemella. Trent’anni dopo, quella stessa bambina è una madre (Lupita Nyong’o) che va in villeggiatura con marito e figli proprio a Santa Cruz. Una notte un’intera famiglia di loro doppi in tuta rossa, guanti di pelle e forbici d’oro si palesa mano nella mano sul vialetto di casa. Dopo poco i quattro doppelgänger fanno inevitabilmente irruzione, dando il via a un confronto dove i significati metaforici hanno il merito di elevare la godibilità di una pellicola in cui il livello di tensione è costante, stemperato solo dal personaggio del padre (Winston Duke).

La prima parte di Noi, quella in cui conosciamo la famiglia di sosia sinistri, riprende tutti gli stilemi del sottogenere home invasion; più avanti gli ambienti si aprono, noi capiamo (un po’) di più quello che sta succedendo, ma non si perdono alcuni cliché del cinema horror (su tutti: i protagonisti devono essere così gustosi da uccidere che prima di sferrare il colpo mortale si assapora il momento e poi il momento e poi il momento…; con gli altri personaggi si sbriga la pratica e via).

Il secondo film di Jordan Peele è stato prodotto con un budget molto maggiore rispetto a Scappa – Get Out, e si vede. Scenografia elegante, ricco nella sua ombrosità e con una colonna sonora varia e non banale, indice dell’orecchio fino del regista. È soprattutto l’interpretazione di Lupita Nyong’o a dare la spinta film. Il suo doppio ruolo gioca con luci e ombre psicologiche ma anche fisiche, con una pelle e degli occhi che potrebbero essere candidati sin d’ora per la fotografia ai prossimi Oscar. La voce della sua alter ego (degna di un video ASMR) è il rantolo pacato di chi cerca di spiegare Nietzsche dopo aver ricevuto una punizione di Roberto Carlos in pieno stomaco. Terrificante, bravissima.

Noi si apre a più chiavi di lettura, non solo a quella più evidente della lotta ai propri demoni interiori. È la versione in tuta rossa di Nyong’o che risponde serafica alla domanda su chi siano: «Siamo americani» a farci capire che ancora una volta Peele sta parlando anche del suo paese ( e del resto il titolo originale è Us, e US è la sigla degli United States). Prima dell’uscita del film Peele ha provato a mantenere un profilo basso, parlando della sua opera come di un semplice film dell’orrore, ma l’asticella posta da Get Out era lì per essere saltata.

Si impegna per saltarla, Peele, quell’asticella, e non possiamo fare a meno di notarlo; i simboli, i riferimenti e i livelli di interpretazione sono tanti, forse troppi e forse scolastici, e c’è il rischio che lo spettatore analizzi le scene con l’abaco in mano e si perda il piacere della visione. Noi ha un respiro sociale, parla degli ultimi (di lotta di classe e ipocrisia borghese?), ma è anche, soprattutto, un grandissimo film di genere.

Peele ha dichiarato che i protagonisti dei suoi film continueranno a essere afroamericani. Nessun pregiudizio, ma i film coi bianchi sono roba già vista, ha detto. Ha delle idee, questo regista, ed è solo all’inizio. Continueremo a tenerlo d’occhio e pare proprio che non saremo i soli.

 

(Noi di Jordan Peele, horror/thriller, 2019, 116’)

LA CRITICA - VOTO 7,5/10

Flanerí

Libri

Di fede, amore e speranza

Intervista a Giulia Caminito, autrice di “Un giorno verrà”

di Germana Urbani / 4 aprile

L’utopia, nel suo essere irraggiungibile, ha in sé una sua specifica forza, un’energia propulsiva di movimento che oggi molti scrittori percepiscono tristemente spenta nel dibattito nazionale. Tra loro c’è anche Giulia Caminito, nelle grandi utopie che hanno scritto e riscattato la storia d’Italia, cerca ispirazione per i suoi libri lanciando indirettamente un messaggio anche alla società.
Guardare per credere la copertina del suo ultimo libro, Un giorno verrà (Bompiani, 2019), unica nel suo genere nell’attuale panorama letterario.
«Non l’ho scelta io, ma quando l’ufficio grafico di Bompiani me l’ha proposta mi è piaciuta subito. È la pagina di un quotidiano di inizio Novecento e già a prima vista racconta di un mondo passato capace di grandi passioni, di genti orgogliose di innalzare la bandiera e di lottare per i propri ideali e la propria fede. Mi è sembrata un’efficace rappresentazione dell’intero progetto».

 

Di fede, speranza e amore, non è solo un riferimento al sottotitolo del libro ma è la sostanza di cui è intessuto l’intero romanzo, ben ancorato alla storia e al territorio in cui si svolgono le vicende di cui scrivi. Da dove viene l’idea da cui sei partita?

Anche in questo caso, come è stato per La Grande A, il nocciolo iniziale viene da una storia familiare. Il bisnonno di mia madre era un anarchico anticlericale vissuto proprio a Serra de’ Conti, un bellissimo borgo marchigiano nell’entroterra di Senigallia. Ho visitato la zona, raccolto materiali a Serra e all’archivio anarchico di Fano. Il movimento anarchico, tra la fine dell’Ottocento e i primi anni venti qui aveva accesi sostenitori: ho immaginato che il capostipite della famiglia Ceresa, Giuseppe, fosse un anarchico della prima generazione, uno di quelli che ha passato la gran parte della vita in carcere. E che fosse stato lui a contagiare i nipoti: Nella, una ragazza ribelle che viene costretta dal padre al convento, e Lupo, il più forte e determinato della famiglia, l’unico che diventerà un anarchico.

 

Hai un chiaro talento nel fondere insieme vicende storiche realmente accadute e trame narrative che nascono e si nutrono del verosimile. L’abbiamo già visto con il tuo primo romanzo, che ti è valso il premio Bagutta per l’opera prima, il premio Giuseppe Berto e il Brancati giovani. Questa volta hai scelto un periodo storico molto lontano e che è anche poco studiato…

È vero, ma proprio per questo trovo che sia un periodo che andrebbe riscoperto. E io ho cercato di raccontarlo. I protagonisti, infatti, incrociano nel loro percorso tutti i grandi avvenimenti di inizio Novecento: la Settimana rossa, la Grande guerra, l’epidemia di Spagnola; sullo sfondo, lo scontro tra socialismo e anarchia, la conversione di Mussolini. In tutto questo un anarchico come Lupo vive delle sconfitte continue: dopo ogni rivolta arrivano poche conquiste e tante rese. È così anche dopo la Settimana rossa, l’Italia non si trasforma in Repubblica grazie a quella ribellione, anzi, la repressione contro gli anarchici si fa più aspra, gli spazi per la lotta ridotti. Eppure Lupo non perde il suo credo politico.

 

Lupo è un personaggio magnetico dall’inizio alla fine, e lo è proprio perché in lui arde forte la fede anarchica. Ma nel romanzo tu proponi al lettore anche un’altra fede, quella religiosa, senza però contrapporle mai. Perché?

Perché non si possono raccontare quegli anni a Serra de’ Conti tralasciando il fatto che proprio lì c’era un convento di clausura guidato da una badessa, la Moretta, dalla fede bollente che, senza uscire mai dalle mura del convento, riuscì ad aiutare la gente del borgo con generosità e impegno. In Un giorno verrà riprendo la storia realmente accaduta e documentata di questa grande donna, la cui statua è tutt’oggi visibile nel museo in cui il convento è stato trasformato. Era una donna nera, rapita nel suo paese in Africa, e venduta come schiava all’età di otto anni. Riscattata da un prete, arrivò in Italia dopo un lungo viaggio in mare agli inizi dell’Ottocento e finì in convento. Qui fu prima una ribelle dispettosa. Poi, invece, si innamorò di Dio e nel suo nome divenne fortissima. Quel che mi ha colpito di questa donna è che ha vissuto l’intera esistenza chiusa dietro un muro, eppure da lì è riuscita a esercitare un potere deciso e, pur sottostando alle gerarchie ecclesiastiche, è rimasta nella Storia alimentando e trasformando la vita della comunità con la sua fede. Misticismo e anarchia hanno molto in comune e i conventi furono luoghi in cui vennero messe in pratica in piccolo molte dinamiche auspicate dall’anarchia per la riorganizzazione sociale».

 

 

Lupo e Clara, la badessa, hanno un loro fuoco che li muove e li illumina. Gli altri personaggi di Un giorno verrà invece subiscono delle imposizioni. Vuoi dire che chi è protagonista della sua vita è l’uomo o la donna che si concede una grande passione, una fede?

In parte è proprio così. Nella famiglia Ceresa, Luigi, il capofamiglia, è un uomo pavido, opportunista e anafettivo, incapace di amare i propri figli. Un uomo che si cura solo dei propri interessi e sarà proprio questo a portarlo all’estinzione. La moglie è cieca, un po’ in tutti i sensi, mentre i loro figli muoiono quasi tutti tranne tre: Lupo, il bambino bestia, scuro; Nicola, il piccolo troppo fragile per fare qualunque cosa e una femmina, Nella, cresciuta dal nonno con ideali anarchici, costretta al convento dal padre. Luigi pensa di poter ricoprire senza sforzo il proprio ruolo di capo famiglia e di bottegaio, ma sotto i suoi occhi la famiglia si sbriciola e l’attività va in malora, senza alcuna credenza dalla sua, Luigi è l’uomo che patisce e non sa procedere nella disgrazia, diventare altro da sé, rinascere.

 

È proprio Nella il legame tra la vita del convento e quella oltre le mura, a Serra, dove vivono due fratelli diversissimi tra loro come Lupo e Nicola…

Sì, Nella è la sorella che Lupo e Nicola non hanno mai conosciuto, sparita da casa prima della loro nascita. Attorno a lei c’è un silenzio che nasconde un segreto. E anche il sentimento di fratellanza che lega i due ragazzini non è semplice. Nicola è fragile, impacciato, ha terrore di tutto: è un bambino di mollica. Lupo invece è la personificazione della forza cieca, dell’opposizione assoluta verso la chiesa e il potere in generale. Dovranno capire come essere fratelli senza famiglia, in cosa credere, come stare vicini e come crescere lontanissimi.

 

Uno dei temi di Un giorno verrà è la fratellanza. Perché lo trovi così importante?

Durante il mio percorso universitario ho approfondito il tema della fratellanza durante la Rivoluzione francese, quando si decise di inserirla nella triade rivoluzionaria per la presenza nelle città delle confraternite. Poi la fratellanza si è inabissata politicamente. Sono rimaste vive la fratellanza e sorellanza grazie a Dio o grazia al padre/madre, quindi per legami di fede o di sangue. La domanda a cui è difficile rispondere è: si può essere fratelli e sorelle, senza padre/madre e senza Dio? Il compagno politico è il fratello o è l’amico pubblico? Sono riflessioni a cui ho dedicato alcuni studi e che hanno nutrito anche le due coppie di fratelli e sorelle di Un giorno verrà.

 

Come scrittrice hai deciso di combattere anche un’altra battaglia, denunciando la palese estromissione delle donne dal canone del Novecento. Al contempo cerchi di riportare alla luce voci di autrici di grande valore che la storia della letteratura ha dimenticato.

Sì, è una battaglia a cui tengo. Provo a parlarne insieme a molte e molti altri dove posso e tutte le volte che posso. Ho fatto degli esperimenti in qualche liceo che mi hanno lasciata profondamente amareggiata. I ragazzi e le ragazze conoscono poco e male le scrittrici nel nostro Novecento, in molti non sanno neanche chi sia Elsa Morante. La situazione non migliora negli studi universitari monografici e non, né tanto meno nei manuali per la formazione sia liceale che accademica. Rimane forte l’impegno di associazioni, fondazioni, studiose e studiosi che da anni cercano di mantenere vivo questo patrimonio di donne e pensatrici. Io arrivo dopo, ma provo a fare la mia parte nelle scuole, nelle librerie o biblioteche, ovunque vengano ben accolte le nostre letterate e il loro lascito.

(Giulia Caminito, Un giorno verrà, Bompiani, 2019, pp. 240, euro 16)
Flanerí

Musica

Il miracolo mancato di Niccolò Contessa in È sempre bello

A proposito dell'ultimo album di Coez

di Luigi Ippoliti / 3 aprile

A febbraio le strade di Roma e Milano vengono tappezzate di poster anonimi. Lo sfondo è rosso, le frasi brevi. In alcune si intravede una ragazza con un panino in mano. Niente di più. È la campagna pubblicitaria del nuovo album di Coez, È sempre bello, uscito lo scorso 29 marzo.

Che sia un caso o no, la presenza di Niccolò Contessa nella scrittura e nella produzione di quest’album fa supporre che dietro a questa scelta di marketing ci possa essere una sua intuizione. Se c’è, infatti, qualcuno in Italia che riesce a creare attesa attraverso l’anonimato, nascondendosi, è proprio il leader de I Cani: gli albori della sua carriera sono stati segnati dai suoi concerti con in testa un sacchetto di carta – tanto che, all’epoca, si vociferava potesse essere un progetto segreto di Max Gazzè o di Max Pezzali.

E il tocco di Contessa si sente. Non come sarebbe stato necessario, ma è facile scontrarsi con alcune sue tipiche soluzioni: per esempio l’attacco di “Catene”, che potrebbe benissimo uscire dal periodo di Glamour. Perché Contessa avrebbe potuto raddrizzare la cifra stilistica dell’album, aprire la scrittura di Coez verso altre dimensioni, provare a sperimentare nuovi linguaggi, ma di fatto è riuscito semplicemente ad assecondare i tempi che corrono.
È inquietante, infatti, quanto sia facile riconoscere certe inclinazioni melodiche e timbriche a volte alla Calcutta, a volte alla Tommaso Paradiso.

Bisogna ricordare, inoltre, che Coez una volta era un rapper. Ora viene cantato anche da personaggi illustri della politica, ma le sue origini ci raccontano altro. L’immagine Coez rapper è tenuta in segreto in un qualche museo archeologico della musica italiana. Figlio di nessuno è un album che appartiene a un passato che non ha avuto alcun futuro. L’artista dalle origini campane è, oramai, in tutto e per tutto uno degli esponenti dell’itpop. Da Non erano fiori – siamo nel 2013, la rivoluzione de I Cani è già in atto – passando per Niente che non va, fino al grande successo con Faccio un casino ma siamo in piena contro rivoluzione calcuttiana – Coez ha riproposto tutto il prontuario del perfetto cantautore da cameretta che scrive cori da stadio.

Se i primi due si rifacevano palesemente a Cesare Cremonini, padre putativo involontario dell’itpop, gli ultimi due sono il risultato di un modo di intendere il processo artistico come fine e non come causa.

E se in Faccio un casino poteva esserci ancora qualche spunto interessante (l’atmosfera che si respira in “Still fenomeno”, spazzata poi via dalla furba e impalpabile “Faccio un casino”), in È sempre bello ci troviamo in un abisso retorico appesantito all’inverosimile da una poetica che sa di adulti che scrivono come adolescenti per adolescenti per riempire i palazzetti di adolescenti – fatta eccezione per l’aliena “Vai con Dio”, che sembra scritta da un Vasco Rossi millenial. E se portare i giovanissimi nei palazzetti o nei teatri,come sta facendo in questo periodo Carl Brave, non è un male, è fondamentale tracciare delle linee . Come esiste una letteratura per ragazzi, ma non alla Le avventure di Huckelberry Finn di Mark Twain, dove i destinatari finali erano gli adulti, sarebbe onesto catalogare questo universo come musica per ragazzi, dove i destinatari finali sono i ragazzi.

Con È sempre bello Coez non riesce a togliersi di dosso quella patina che, oramai, lo rende uguale agli altri. Niccolò Contessa non riesce nel miracolo, anzi. La collaborazione artistica tra i due finisce per dare alla luce un album mediocre di cui non si sentiva la necessità.

LA CRITICA - VOTO 4,5/10