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Altre Narratività

Alla ricerca di nuovi autori per effe #6

Scade il 21 ottobre 2016 il nuovo contest dedicato ai racconti inediti

di Redazione / 13 ottobre

Limite: dal latino limes, confine, linea terminale o divisoria, livello massimo al di sopra o al di sotto del quale si verifica normalmente un fenomeno, impedimento fisico, umano oppure divino.
Questo è il tema da cui lasciarsi ispirare per partecipare alla selezione dei racconti per il prossimo numero di effe – Periodico di Altre Narratività, il #6. Una traccia deliberatamente nebulosa, un concetto il cui significato finale sia determinato in maniera esclusiva dall’autore, dalla sua capacità di interpretare e modulare una sostanza vaga e polisemica fino a renderla una cosa netta, chiara, propria.

La partecipazione al nuovo contest è aperta a tutti, autori giovani, meno giovani, esordienti e no.

I racconti, rigorosamente inediti, devono essere inviati all’indirizzo altranarrativa@flaneri.com, in formato .doc, specificando nell’oggetto della mail titolo, nome e cognome. La lunghezza del racconto deve essere compresa tra le 15.000 e le 40.000 battute. La scadenza del contest è fissata alle ore 23 del 21 ottobre 2016 e la partecipazione è gratuita.

Dopo un’attenta lettura, i testi più meritevoli saranno sottoposti agli editor di 42Linee, lo studio editoriale a cui è affidata la cura redazionale del volume, e pubblicati sul prossimo numero dell’antologia periodica effe e su Altre Narrativitàla sezione di Flanerí dedicata ai racconti brevi.

Per chi ancora non lo conoscesse, effe – Periodico di Altre Narratività è un progetto indipendente che coniuga le narrazioni inedite con la creatività di giovani illustratori, con l’intento di creare una «zona franca» in cui autori meno noti siano sostenuti da scrittori già affermati.

Alcuni degli autori comparsi nei volumi precedenti sono: Riccardo Gazzaniga (Einaudi Stile Libero), Marco Lazzarotto (Indiana), Enrico Macioci (Mondadori), Riccardo Romagnoli (Transeuropa), Paolo Zardi (Neo edizioni), Vins Gallico (Fandango Libri) e Demetrio Paolin (Voland).

Sul sito www.42linee.it trovate i volumi precedenti e l’elenco delle librerie in cui è possibile acquistarli.

 

Per ulteriori informazioni:
redazione@flaneri.com
redazione@42linee.it

 

 

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Altre Narratività

Alla ricerca di nuovi autori per effe – Periodico di Altre Narratività #6

Scade il 21 ottobre 2016 il nuovo contest dedicato ai racconti inediti

di Redazione / 21 settembre

Limite: dal latino limes, confine, linea terminale o divisoria, livello massimo al di sopra o al di sotto del quale si verifica normalmente un fenomeno, impedimento fisico, umano oppure divino.
Questo è il tema da cui lasciarsi ispirare per partecipare alla selezione dei racconti per il prossimo numero di effe – Periodico di Altre Narratività, il #6. Una traccia deliberatamente nebulosa, un concetto il cui significato finale sia determinato in maniera esclusiva dall’autore, dalla sua capacità di interpretare e modulare una sostanza vaga e polisemica fino a renderla una cosa netta, chiara, propria.

La partecipazione al nuovo contest è aperta a tutti, autori giovani, meno giovani, esordienti e no.

I racconti, rigorosamente inediti, devono essere inviati all’indirizzo altranarrativa@flaneri.com, in formato .doc, specificando nell’oggetto della mail titolo, nome e cognome. La lunghezza del racconto deve essere compresa tra le 15.000 e le 40.000 battute. La scadenza del contest è fissata alle ore 23 del 21 ottobre 2016 e la partecipazione è gratuita.

Dopo un’attenta lettura, i testi più meritevoli saranno sottoposti agli editor di 42Linee, lo studio editoriale a cui è affidata la cura redazionale del volume, e pubblicati sul prossimo numero dell’antologia periodica effe e su Altre Narrativitàla sezione di Flanerí dedicata ai racconti brevi.

Per chi ancora non lo conoscesse, effe – Periodico di Altre Narratività è un progetto indipendente che coniuga le narrazioni inedite con la creatività di giovani illustratori, con l’intento di creare una «zona franca» in cui autori meno noti siano sostenuti da scrittori già affermati.

Alcuni degli autori comparsi nei volumi precedenti sono: Riccardo Gazzaniga (Einaudi Stile Libero), Marco Lazzarotto (Indiana), Enrico Macioci (Mondadori), Riccardo Romagnoli (Transeuropa), Paolo Zardi (Neo edizioni), Vins Gallico (Fandango Libri) e Demetrio Paolin (Voland).

Sul sito www.42linee.it trovate i volumi precedenti e l’elenco delle librerie in cui è possibile acquistarli.

 

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Musica

Future Nostalgia: come si scrive (con classe) l’album di una superstar mondiale

A proposito dell'ultimo lavoro di Dua Lipa

di Luigi Ippoliti / 8 aprile

Tra il 2015 e il 2018 Dua Lipa ha tirato fuori tre singoli che hanno avuto un successo riconoscibile senza problemi nel termine planetario. Le sue canzoni sono un pop commerciale fatto talmente bene da potersi adeguare un po’ a tutto, camaleontico come il migliore dei progetti di marketing. Roba che un po’ ovunque era possibile ascoltare “Be the One”, “New Rules” o “IDGAF”, da Zara a San Francisco o al supermercato a Parigi, durante l’ordine del nuovo panino di McDonald’s a Londra, magari in una delle infinite playlist home workout su Spotify nel proprio monolocale di Buenos Aires. Tre canzoni che nel 2017 hanno fatto parte del primo album della cantante inglese di origini albanesi e kosovare, Dua Lipa. In questo assurdo 2020 il suo nuovo lavoro, Future Nostalgia.

Cosa abbiamo di fronte a noi quando ci approcciamo al secondo album di Dua Lipa? Rispetto al suo esordio, scrive un album più maturo, coeso, coerente, con un groove intenso che scorre lungo tutte le undici tracce. Future Nostalgia è pieno di anni ’80, ma anche di  anni ’90 mainstream, da Madonna a Kyle Minogue, ridisegnati con quella retromania per solleticare l’immaginario del pubblico del 2020. È una stranissima colonna sonora di Stranger Things scritta da Michael Jackson in grande forma che si diverte a immaginare la prossima decade. C’è Olivia Newton-John con la ripresa della sua famosissima “Physical“: Dua Lipa vuole metterci nel cuore pulsante degli anni ’80. Ma è facile imbattersi anche in sensazioni che rimandino a Giorgio Moroder, quindi ai Daft Punk, soprattutto quelli di Homework. Ma c’è anche l’elettricità inventata dagli ABBA e dai BeeGees.

Future Nostalgia è un prodotto perfetto per quello che vuole rappresentare. Ci si ritrova più volte a strabuzzare gli occhi nel rendersi conto di come non abbia difetti, quantomeno nella forma. Talmente perfetto da procurare piccoli brividi di inquietudine. Non c’è spazio per crepe, qualche angolo smussato male, qualcosa fatta meno bene di altre. Lo ascolti dalla prima all’ultima traccia e non trovi nessun intoppo: coerenza stilistica, un thrill che ti accompagna senza abbandonarti. Precisione, personalità, la voce di Dua Lipa che sa come muoversi nella sofisticatissima intelaiatura strumentale che la circonda e quella combo basso batteria che gira a meraviglia.

Un pop disco funky fatto apposta per essere, oggi, il migliore dei dischi pop disco funky possibili, ma che forse non si ferma solo a questo. Non rimane la patina di uno sterile esercizio di stile. Sembra scritto da un equipe di perfetti robot con un cuore. Future Nostalgia avrebbe invaso negozi e situazioni sociali ovunque. Oggi, in piena pandemia, suona come la colonna sonora perfetta che esce dalle pubblicità degli schermi che accerchiano una Piccadilly Circus deserta.

Dua Lipa è destinata a fare incetta di Grammy, a diventare la super star di questa decade: da Madonna passando per BeyoncéRihanna e Lady Gaga, c’è lei.

LA CRITICA - VOTO 8/10

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Libri

Il vangelo laico
di Demetrio Paolin

A proposito di “Anatomia di un profeta”

di Giovanni Bitetto / 7 aprile

Mai come di questi tempi ci sembra alieno quel profluvio di parole, quella verbigerazione di storie, quell’affabulazione continua – una malefica concrezione che ci studia con occhietti piccoli e iniettati di sangue celandosi fra le maglie dell’etichetta “storytelling” – a cui ci sottomette il catino delle patrie lettere. Occorre dosare le parole, perché finalmente le frasi di cartapesta rimbalzano sul muro di gomma della realtà. Auspicando, dunque, che – per molto tempo ancora – rimangano a mezz’aria i pennini tremebondi degli scrittori svegliatisi nella presunta nuova consapevolezza dei tempi di peste, ci troviamo a leggere con diletto chi invece sulla bilancia della letteratura ha da sempre soppesato rigorosamente ogni virgola.

Nel novero, a dire il vero non molto nutrito, c’è sicuramente Demetrio Paolin che già con Conforme alla gloria aveva dimostrato di saper sfidare all’arma bianca le grandi questioni del rapporto fra uomo e mondo. L’indagine di Paolin ha come epicentro l’assurdità del male – o forse sarebbe meglio chiamarlo Male – e la possibilità che ci sia una salvezza per l’uomo, sulla terra o altrove non è dato dirlo. Con Anatomia di un profeta (Voland, 2020) si rinnovano gli interrogativi dell’autore e assumono una forma più libera, speculativa, confessionale.

Libera perché la narrazione di Paolin si sfilaccia in mille episodi, lacerti di un’esistenza che non sappiamo dire se vera o inventata. In Anatomia di un profeta si legano varie traiettorie di vita: quella di Patrick, bambino dall’umore indecifrabile che si avvicina a gradi passi alla morte, quella della voce narrante che si chiede costantemente se in quella porzione di mondo che è stato chiamato ad abitare, le Langhe negli anni Novanta, troverà mai una via di fuga al dolore. A ciò si accompagna una corposa tensione biblica: è narrata, fra la storiografia e l’allucinazione, la vita del profeta Geremia, colui che più di altri ha penetrato il mistero del Male nella Bibbia. Allo stesso modo si evoca il Dio scontento su cui si interrogava Geremia, a riprova che la penna di Paolin viaggia spedita sulla pagina alla ricerca di un qualche nocciolo di verità.

Si diceva anche della portata speculativa di questo piccolo Zibaldone che per comodità chiameremo romanzo. Paolin organizza un prosimetro che alterna momenti prettamente narrativi a intermezzi lirici, seguiamo le tribolazioni del bambino Patrick e ci arrampichiamo nei saliscendi emotivi dei versi di Geremia. Digressioni saggistiche ci spronano a riflettere sulle parabole disegnate dall’autore, sulla dialettica fra creazione estetica – che sia di carattere letterario o religioso, come quelle di Geremia – e tentativo di trovare una catarsi al dolore. Il testo si infrange poi in una miriade di note che precisano, indicano altre vie, ritrattano o approfondiscono ciò che c’è scritto nel corpo principale: una sorta di carteggio con se stesso che Paolin ha voluto mascherare nel racconto di Patrick e Geremia.

Proprio in ciò risiede il punto nodale di Anatomia di un profeta: la portata umana e confessionale di quanto scritto. Fregandosene di collocazioni editoriali e correnti estetiche, Paolin dirige la sua scrittura verso i territori e le domande che gli premono maggiormente. E cerca di rispondersi attraverso la forma più congeniale: che sia la prosa, la poesia, il saggio, l’autobiografismo o la parabola biblica. Si tratta di un tipo di narrazione che si tiene insieme grazie al rigore morale dello scrivente e che, come un testo filosofico, occorre compulsare in maniera proattiva.

Non ci troviamo di fronte a un moralismo bieco, pessimista o antimoderno. Al contrario ritroviamo una voce appassionata, colta sì negli affanni che dona il nostro passaggio nel mondo, ma venata dalla giusta emotività, comprensione, capacità di rispecchiarsi nei mali altrui e nelle vite più disparate, dalle più vicine fino alle esistenze disgraziate. Nelle pagine di Paolin c’è la volontà di allargare lo spettro della comprensione umana di fronte all’ignoto della nostra condizione, e non solo con le armi dell’intelletto, ma soprattutto con la possibilità di implementare l’Altro nel nostro sistema di vita, una sfida al Male lanciata in nome della sopravvivenza.

Ancora una volta torno a pensare che, nel disastro evocato quotidianamente, il compito della letteratura sia saggiare le possibilità della morale umana, in modo da rinegoziare il rapporto fra uomo e natura, e famiglia, e società. Paolin ha scelto di farlo attraverso la simbologia che gli è propria – quella cristiana – problematizzando gli interrogativi e le idiosincrasie della sua vita interiore. Per questo ci dona non tanto un “romanzo” o “romanzo-saggio” o come lo si vuole chiamare, ma una libbra della sua carne. Di certi breviari morali dovremmo fare tesoro, con grazia.

(Demetrio Paolin, Anatomia di un profeta, Voland, 2020, pp. 256, euro 17, articolo di Giovanni Bitetto)
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Libri

Dove non servono parole

Su “La lingua della terra” di Giacomo Revelli

di Cristiana Saporito / 6 aprile

Giorno di quarantena innumerato. Il virus impazza, in un dove x al di là della porta. Si guerreggia ancora in corsia, sfidando la morte a braccio di ferro e noi, soldati semplici e annoiati, ci scaviamo la trincea sul divano, con dosi sempre più esili di resilienza. Le restrizioni continuano, non possono flettersi. Per la nostra conservazione polmonare e il nostro progressivo smantellamento mentale.

Per non uscire di testa usciamo tra altre teste, tra mangrovie di storie in cui sentirci al sicuro. E ci sgomenta leggere una trama qualunque e trovarla così ucronica, tappezzata d’incontri, progetti, saluti, un intero alfabeto di prossimità che abbiamo riposto nell’ultimo cassetto. Assieme a quelli che sembravano dilemmi inossidabili, grovigli di polemiche e dibattiti per i quali al momento il posto è esaurito, a bordo del nostro monotematico pianeta.

Giacomo Revelli, fino a due mesi fa, prima di questa realtà congelata e spettrale, avrebbe proposto un racconto attuale. Che ovviamente speriamo torni ad esserlo presto. Con un titolo azzeccatissimo, La lingua della terra (Arkadia, 2019) si presenta come una vicenda familiare e territoriale. In cui famiglia e territorio costituiscono due vasi comunicanti, raccordati dalle stesse radici. Che nutrono, che annodano, che imbrigliano i passi ma che comunque scongiurano il crollo.

Casa propria è chi si ama e dove si sta, quel polverio sottopelle di gesti, di odori e di voci in cui specchiarsi e assaggiare ogni giorno il proprio riflesso. La “casa” di questo romanzo è la Liguria, più precisamente la zona dei Lüghéi, area preziosa di terrazzamenti, di orti incastrati come segreti e uliveti estorti alle montagne. Un anfratto di mondo dove solo un’efferata pietrosa ostinazione sa negoziare con la terra, dove risuonano verbi arcaici come campane: zappare, falciare, irrigare, ascoltare l’orchestra del cielo, con le sue pulsazioni di battere e levare.

Bedè fa il contadino esattamente come suo padre prima di lui, entrambi conoscono un idioma di sudore e pazienza, indispensabile per coltivare. Per attenersi e ottenere. «Per qualche giorno di sole o di pioggia in più, un intero raccolto può andare a male, oppure arrivano i parassiti, l’oziorinco nel ruscus o la mosca negli ulivi, o le mimose fioriscono troppo tardi o troppo presto. Tutto è regolato da stagioni, cicli e fasi che non avvisano, non ci avvertono, non urlano mai. Passano e basta».

Quella linea di sapienza ancestrale si frattura con i figli di Bedè. Il primo, a cui tocca narrare, ha scelto di studiare Ingegneria e, mentre suo padre torna dai campi fangoso e affamato, lui fronteggia un faggeto di equazioni e vettori. Lui sceglie di restare seduto. Suo fratello, più piccolo e scapestrato, quell’estate decide invece d’innamorarsi, di precipitarsi al mare e lasciarsi incantare da una sirena milanese. Starebbe per dipanarsi un tipico inesorabile conflitto generazionale. Che fine farà quella terra, quella scommessa testarda intessuta di reti da stendere, di attese da potare, di grappoli d’olive da raccogliere con fede? Che fine farà quando Bedè sarà finito? Lui da solo a settant’anni non può più gestire l’ammontare del da farsi. E sua sorella, zia Catainìn, è già pronta a sbarazzarsi della sua quota di terreno per acconsentire che si trasformi in cemento.

Ma nel cuore sistolico di questa crisi, un mattino qualunque ai Lüghéi irrompe un intruso, uno straniero con gli «occhi crudi». Bedè resta interdetto, non sa come agire davanti a quel corpo raggrumato nel timore. Non si muove, non mangia, non parla. Non si sa come si chiami né da dove venga. Ma Bedè, nella limpida assenza di un vocabolario comune, cerca altri lemmi. Capisce che quel ragazzo ha solo bisogno di un rifugio, di qualcuno che non lo cacci ancora.

Quel cibo offerto che stagna intatto di giorno, gli avanzi respinti dai figli troppo sazi, viene ingerito soltanto al tramonto e così cominciano a emergere segni ed essenze della sua abitudine. E dopo poco Bedè constata che con quel giovane sbucato dal niente ha più da condividere di quanto stimasse. Lo straniero parla la sua lingua, che è appunto quella della terra. Intelaiata di mosse, di sforzi, di attrezzi pesanti e di fiato corto. Di gambe indurite e ceste e rastrelli e alberi da scuotere. Di rigore e perseveranze.

Le stesse umiltà del sacrificio contadino che un altro Revelli, Nuto, ha scolpito nel suo capolavoro Il mondo dei vinti. Dopo vari decenni, quella stessa terra, drogata, abusata, impoverita, chiede ancora coraggio a chi crede in lei. E lo straniero piombato da un Paese fuori dalla sua cartina, quella di una crociera mai realizzata, è il tempo del futuro piovuto sui Lüghéi. È l’aiuto che mancava. Bedè, che non sa spiegarselo, non ne ha bisogno perché lo sa già. Che un essere umano soggioga tutti i ridicoli tentativi di etichetta.

Il compito più ruvido sarà dirlo agli altri, alla moglie, ai suoi figli, alla gente per cui è un clandestino è tutto racchiuso in quella parola. Che non porta frutto. Che ruba anche l’ombra.

La lingua della terra è una storia di amori e diffidenze antiche. Che Revelli snocciola con pagine nitide e immediate. Molto apprezzabili quelle dedicate ai suoi luoghi, che l’autore culla nel sangue: «Ogni mattina la luce cala dalla collina […], lì prende un verde più acuto e meno severo, un verde da tutti i giorni. Solo allora è veramente giorno su quegli orti ammucchiati uno sull’altro, con quella terra che vorrebbe scappare ma non può, trattenuta dai muretti a secco come braccia che aiutano l’uomo a stringerla a sé».

Protagonista, assieme ai suoi Lüghéi, è certamente Bedè. I suoi figli sembrano un unico personaggio sdoppiato, l’uno che studia e racconta, l’altro che si sporca d’amore. Due lati fragili della stessa età e nessuno egemonizza l’altro, nessuno ha la sua forza attrattiva. È lui, Bedè, il collante e la ricchezza del romanzo, col suo dialetto scuro e ferroso (necessariamente tradotto), i sentimenti elementari e saldi come i suoi silenzi, l’asperità di scorza e la dolcezza del succo.

È lui che lascia sperare che, al di là delle provenienze singole e delle singole istruzioni, esista un solo orizzonte, lo stesso di chi parte e di chi come noi è costretto a restare. L’orizzonte per comprendere quanto in una dimensione di distanziamento imposto siano stupide tutte le altre distanze che reputiamo irrinunciabili. L’orizzonte di chi si ammala, di chi cura e di chi aspetta, perché forse sono solo modi diversi di marciare verso la guarigione. Verso il lieto fine.

 

(Giacomo Revelli, La lingua della terra, Arkadia, 2019, 200 pp., euro 14, articolo di Cristiana Saporito)

 

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Musica

NOI E I NINE INCH NAILS, TRA INCUBI E SPERANZE

Tornano le sperimentazioni di "Ghosts", percorso iniziato 12 anni fa

di Tommaso Di Felice / 3 aprile

Diciamocelo: abbiamo vissuto momenti migliori. Città blindate, servizi ridotti al minimo, crisi economica all’orizzonte. E tanta paura. In tv si alternano catastrofismo e annunci rassicuranti, e il risultato è che negli occhi della gente si leggono timore e senso d’impotenza. La sensazione è quella di ritrovarsi catapultati in un film o in una serie tv dai contorni post-apocalittici e dagli scenari distopici, come Black Mirror o Blade Runner. Nel bel mezzo della pandemia, i Nine Inch Nails hanno appena pubblicato a sorpresa, e gratuitamente, due nuovi lunghissimi album di pregevole musica strumentale, Ghosts V: Together e Ghosts VI: Locusts, figli di una saga iniziata nel 2008.

L’obbiettivo è chiaro fin dalla copertina: i due lavori rappresentano, rispettivamente, la speranza e la fine, la luce e l’oscurità. L‘attuale emergenza sanitaria avrebbe accelerato la realizzazione finale e la pubblicazione.

Partiamo dalle tenebre: Ghosts VI: Locusts è l’essenza della disperazione concentrata in 15 brani, per un totale di 1 ora 23 minuti. L’album nero è quello della paura, dell’ansia, della solitudine. I pezzi sono lunghi e intensi, la sofferenza la fa da padrona ma viene presa di petto, affrontata. Dall’inizio alla fine, le sonorità industrial sono torbide e non lasciano molte speranze all’ascoltatore. Apre “The Cursed Clock” che, insieme a “When It Happens (Don’t Mind Me)” martella i timpani dell’ascoltatore come degli orologi a pendolo e si perdono in prolungate distorsioni simili a interferenze elettromagnetiche.

È l’angoscia il sentimento dominante dell’album nero: da “Around the Corner” e “Another Crashed Car“, passando per l’apocalisse di “The Worriment Waltz” e i sottofondi quasi infernali di “Just Breathe“, l’impressione è quella di trovarsi in un’enorme casa abbandonata o nel peggiore degli incubi: telefoni isolati, lunghi silenzi, distorsioni sonore ed echi spaventosi, come quelli di “Temp Fix“. Se non ci fossero “Trust Fades” e l’altro album, quello bianco e buono, a smorzare la tensione, i Nine Inch Nails sarebbero degli esseri sadici e malvagi.

La luce e la tranquillià, aka Ghosts V: Together, rappresenterebbero invece la speranza e la spinta ad andare oltre quello che stiamo vivendo in questo momento. Tutti insieme. Sebbene gli 8 brani che compongono l’album non sprizzino gioia da tutti i pori e ci sia una certa tensione, il cambio di rotta c’è e si fa sentire: le sonorità diventano più armoniose ed eteree, lasciando spazio alla musica d’ambiente e all’elettronica. La morbida “Apart” e l’apertura di “Letting Go While Holding On” ristabiliscono serenità e calma. La desolazione lascia spazio rinascita. Bisogna però ammettere che il lato oscuro dei Nine Inch Nails, pur essendo benzina sul fuoco, è la parte migliore di questa doppia uscita.

«La musica – ascoltarla, pensarla, crearla – ci ha aiutati ad affrontare qualsiasi momento, buono o cattivo. Con questo pensiero, abbiamo deciso di lavorare fino a tarda notte e completare questi due nuovi ‘Ghosts’ per aiutarci a mantenere in qualche modo la salute mentale», ha dichiarato Trent Reznor, leader del gruppo. I Nine Inch Nails sono stati sempre prolifici e hanno scelto di regalare due impeccabili gioielli al momento giusto, quello del bisogno. Dal punto di vista stilistico, i due album sono perfetti. Ora ci sentiamo un po’ meno soli, disorientati sì dai frastuoni e dalla confusione di certi “fantasmi”, ma meno soli. Bravi.

 

 

LA CRITICA - VOTO 8/10

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Cinema

La legge della fame

Sul film Netflix "Il buco"

di Francesco Vannutelli / 3 aprile

Su Netflix è disponibile Il buco, confuso film spagnolo di fantascienza socio-politica, critica allegorica del capitalismo e delle distanze sociali che vira in un carnalismo esagerato prima di esporre qualsiasi tesi di rilievo.

In un futuro non meglio precisato esiste una prigione verticale dove si viene reclusi o si va come volontari. Ogni piano ospita due detenuti, in ogni piano c’è un buco. In quel buco passa a intervalli regolari una piattaforma con sopra un’enorme tavola imbandita con ogni pietanza immaginabile. Il buffet viene composto al piano 0 da un gruppo di cuochi e inizia la sua discesa lungo la torre per sfamare tutti i detenuti. Chi è nei piani inferiori deve sperare nella capacità degli altri di autoregolarsi. Goreng è entrato nella torre volontariamente e con due obiettivi: smettere di fumare e leggere Don Chisciotte della Mancia (ogni detenuto può portare un oggetto con sé). Non ha idea del destino a cui si è condannato.

Ha ottime intenzioni e buoni riferimentiIl buco. La prigione- torre si inserisce nel filone della allegorie sociali già sfruttato da Il condominio di Ballard, o per rimanere nel cinema da Snowpiercer dell’oggi pluricelebrato Bong Joon Ho.

La differenza, rispetto ai precedenti, è che la distribuzione sociale è qui del tutto casuale: i detenuti si svegliano ogni mese a un piano differente e devono vivere con risorse sempre diverse.

Ci sono, in potenza, molti discorsi interessanti che si annidano tra le pagine del copione di Il buco. Il ritorno allo stato di natura quando la fame diventa l’unica ragione; l’odio insensato per chi sta meglio e la paura cieca di chi sta peggio; la diffidenza per il compagno di cella; l’irrazionalità come rifugio immediato. C’è una religiosità costante nella ricerca del dio assente che manda il cibo e delle soluzioni per rendergli omaggio.

C’è, più di tutto, una riflessione sul consumismo e sulla incapacità dell’uomo di sfruttare ciò che ha a disposizione senza abusarne, senza prendere più del necessario. La prigione è la rappresentazione di come gli esseri umani sfruttano la natura per fini superflui, senza preoccuparsi degli altri, dell’equilibrio o della giustizia sociale. La totale arbitrarietà della collocazione nella torre porta fa evaporare ogni forma di misericordia e solidarietà, alternando periodi di fame assoluta con lussi sfrenati in cui è impossibile contenersi.

Tutti spunti molto interessanti che rimangono, però, solo come pretesti narrativi. Troppo in fretta, infatti, Il buco lascia prevalere una spettacolarizzazione pacchiana dello schifo, tra cibi spiaccicati, sangue e sporcizie assortite. Le vaghe suggestioni di Buñuel (L’angelo sterminatore soprattutto) e Ferreri (La grande abbuffata) cedono il passo a un gusto horror più dozzinale che si fa anche decisamente confuso nel cammino verso il finale intriso di un messianismo decisamente improvvisato.

Insomma, Il buco poteva essere un ottimo titolo, invece finisce per essere un semplice horror pieno di pretese, una brutta versione di The Cube.

(Il buco, di Galder Gaztelo-Urruia, 2019, fantascienza, 94’)

LA CRITICA - VOTO 4,5/10

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Libri

Ritrovarsi senza orizzonti

“Il dono oscuro” di John M. Hull

di Elisa Carrara / 2 aprile

«Ora non vedo davvero più niente. Non distinguo il giorno dalla notte. Posso guardare fisso il sole senza avvertire il minimo bagliore». John M. Hull è cieco da tre anni quando scrive queste righe, o meglio, quando le racconta ad alta voce, nel tentativo di riempire le tenebre con il suono. È per questo, forse, che il suo è un libro diverso da qualunque altro: Il dono oscuro (Adelphi, 2019), infatti, è la raccolta diacronica di pensieri e riflessioni sulla cecità, sul buio soffocante in cui Hull è precipitato, improvvisamente, a quarant’anni. Frammenti, minuzie, accenni di vita in un libro privo di un inizio e persino di una conclusione, come ci avverte Oliver Sacks nella prefazione, perché «la cecità non ha una fine».

Sprofondare nell’oscurità significa vivere altrove, occupare non-luoghi in cui lo spazio e il tempo sono continuamente ridefiniti. Nella vita di Hull esiste un prima, fatto di cose perdute e ritrovate con un gesto; di belle giornate, in cui quell’aggettivo, belle, aveva ancora un senso condiviso; di feste passate a guardare i propri figli scartare regali e sentirsi parte della loro felicità. Esiste, però, un dopo, oscuro e inimmaginabile, in cui «il vento ha preso il posto del sole» e perdersi significa non avere riferimenti o direzioni.

Tornano alla mente le parole di Marguerite Duras quando nel suo romanzo più celebre, L’amante, cerca di definire quel sentimento, ricambiato, di estraneità alle cose: «Non c’è mai un centro, non c’è un percorso, una linea. Ci sono vaste zone dove sembra ci fosse qualcuno, ma non è vero, non c’era nessuno». Ebbene nel mondo di Hull non esistono più linee, né orizzonti, o almeno non quelli di prima. Chi vede cerca di aiutarlo spiegandogli la strada, usando espressioni come qui e , non sapendo che le parole, contaminate dal buio, non hanno più lo stesso significato. E persino salutare il figlio diventa un’esperienza nuova: all’entrata di scuola non c’è un unico ciao, ma una serie ripetuta, finché la lontananza indebolisce la voce, senza spezzarla, cosicché nessuno dei due provi il dispiacere dell’abbandono, della sparizione improvvisa.

«Oggi non riuscivo a ricordarmi da che parte è rivolto il tre, scritto in numeri arabi. Ho dovuto tracciarlo nell’aria con il dito»: basterebbe questo a far capire quanto sia profondo l’abisso. Eppure in Il dono oscuro non c’è nessuna vittima, perché lo scopo di Hull non è raccontare il dolore (che pure arriva con una chiarezza e un controllo disarmanti), ma comprendere cosa sia la cecità, trovare un senso a ciò che è accaduto, osservare la perdita. Il buio è un tunnel senza fine: si precipita altrove, forse negli abissi dell’anima. Scompare il ricordo delle persone, del loro aspetto, poi rapidamente ci si dimentica del proprio viso: ci si aggrappa a un’immagine, fissa, immobile, magari una foto di tanti anni prima, che la mente conserva ancora da qualche parte. Finché scompare anche quella: non si ha più memoria neppure della luce. Il cervello annulla il dolore, si ripiega su sé stesso, comincia a vivere un’altra vita: senza gli ingombri esterni Hull acquista maggiore lucidità, lavora intensamente e con precisione. La cecità appare allora, davvero, come un dono oscuro, non richiesto, non cercato e, soprattutto, non gradito: accettarlo è la parte difficile. Ma il compito più gravoso, forse, è cancellare ogni cosa, rinunciare a ciò che prima sembrava essenziale. Bisogna ricostruire la propria identità, il mondo, le distanze, gli affetti: non è qualcosa di straordinario o coraggioso, ci avverte Hull, bensì una necessità.

 

(John M. Hull, Il dono oscuro, Adelphi, 2019, 221 pp., euro 20,00, articolo di Elisa Carrara)
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Musica

Alla ricerca della luce

"Gigaton", il sussurrato grido di speranza dei Pearl Jam

di Emanuele Pon / 1 aprile

È il caso di dire che la surreale situazione nella quale ci troviamo, in certi casi, può – provocazione – aiutare.
Gigaton, ultimo disco dei Pearl Jam – l’undicesimo in studio – sembra fatto apposta per farci capire qualcosa di più a proposito di quello che sta succedendo.

Gigaton richiede tempo, probabilmente (anche) perché ne ha richiesto a sua volta: è il primo disco dei Pearl Jam in sei anni e mezzo, dai tempi di Lightning Bolt (2013).
Non solo: sei anni e mezzo di gestazione per un disco che, con 52 minuti di durata, è il più lungo della storia dei Pearl Jam. Fatto di per sé significativo, se si tiene conto della sempre più radicata mentalità d’ascolto “di brano in brano”, magari pure in shuffle.
I fan sono impazziti: Gigaton li ha messi di fronte al sempre più difficile compito di sedersi ad ascoltare un disco – consumandolo: vi ricordate quell’antico modo di dire, “quel disco l’ho consumato”? –, la quarantena e i social network hanno fatto il resto.
Così, Gigaton è all’improvviso un capolavoro assoluto, oppure un fiasco totale.

Qualcuno è arrivato a dire che Eddie Vedder canta male, tanto per rendere la portata delle autorevolissime critiche comparse in internet.
Per Gigaton ci vuole pazienza: questo non è il tempo della pazienza, abbiamo dimenticato da tempo come si fa ad essere pazienti, ed è per questo che la quarantena ci uccide a questo livello.

Gigaton non è una pietra d’angolo nella storia della musica: è bene chiarirlo subito, soprattutto dal momento che si sta parlando dei Pearl Jam, che di dischi fondamentali ne hanno sfornati almeno due o tre. Ma attenzione, qui viene la parte più importante: il disco è lontanissimo dall’essere un fiasco totale.
Si tratta di un disco denso, di non immediato accesso; un disco che, specialmente ai primi ascolti, costa fatica. Ma una cosa è certa: Gigaton ripaga chi sa aspettare, chi si dispone con umiltà a cercare di capire le architetture sonore e concettuali che lo sorreggono.

I Pearl Jam, innanzi tutto, si divertono: la prima impressione, ad un ascolto generale, è proprio che questi sopravvissuti (gli unici, o quasi…) del grunge siano riusciti a sopravvivere proprio facendo di testa loro, spesso anche contro il parere dei fan. Poi è arrivata l’inclusione nella Rock and Roll Hall of Fame: ora sono leggende, lo sanno, perciò fanno ancor più di testa loro. Questa è l’atmosfera che si respira. Ecco perché, per la prima volta, in Gigaton sentiamo influenze a cui non eravamo mai stati abituati.

La genialità, di solito, sta nel ripartire da un tono generale consolidato, per rimettersi in gioco: i Pearl Jam lo hanno sempre fatto – basti pensare a No Code, Yeld, Binaural, Riot Act – e Gigaton è una delle conferme migliori e più forti in tal senso. Solo dei giganti come loro potevano riuscirci: cinque – ormai – padri di famiglia che si divertono a suonare e non perdono l’amore, né la capacità, o il continuo desiderio, di sperimentare, di creare qualcosa di nuovo.

L’onestà di un’operazione del genere porta con sé sbavature, ed è per questo che Gigaton non è il forziere del tesoro con 12 riff a’ la Alive che molti fan desideravano. Ma “Alive” è un – fenomenale – pezzo del 1991, ed è questo che Vedder e soci non dimenticano: allora, da un certo punto di vista, Gigaton non è una macchina infallibile, ma qualcosa di più.

I singoli avevano anticipato qualcosa di nuovo, e di grosso: “Dance of the Clairvoyantsspariglia le carte, esplode il sound e lo ricompone, con una linea ritmica tutta da ballare e più di un’eco della new wave elettronica degli anni ‘80, quella fatta di Depeche Mode e di Cure. Eddie canta altissimo un testo anch’esso, come tutti quelli di Gigaton, altissimo – anzi, profetico in modo inquietante, ma d’altronde di chiaroveggenti si parla –, e l’esperimento funziona alla grande. Per dare un colpo al cerchio e uno alla botte, esce “Superblood Wolfmoon”: un brano più riconducibile al repertorio degli ultimi anni, ma i Talking Heads sono lì dietro l’angolo, nel canto e nel ritmo. Poi arriva Gigaton, in tutte le sue sfaccettature.

È curioso notare come i momenti più prolissi del disco siano proprio quelli in cui si è di fronte al classico Pearl Jam Sound: la schitarrata iniziale di “Who Ever Said” è eccellente, ma il brano si perde un poco nella seconda parte. Sembra quasi che Eddie e i ragazzi stiano jammando in studio tutti insieme: a sentire Josh Evans – produttore di Gigaton e rinfrescante mente dietro a tutto il viaggio – è esattamente questo che è successo, quindi lasciamoli divertire.

La seconda accelerata del disco è affidata a “Never Destination” e “Take The Long Way” che, dal canto loro, sono gli unici pezzi davvero dimenticabili di Gigaton: la prima è un chiaro omaggio agli Who di Quadrophenia (si sa, sorta di testo sacro per Vedder), mentre nella seconda Matt Cameron sforna una composizione che sembra una b-side di Superunknown dei Soundgarden, altra sua anima musicale.

Il resto di Gigaton è una scoperta dietro l’altra: il primo blocco del disco è concluso dalla cavalcata epica di “Quick Escape“, pezzo che oscilla tra i Led Zeppelin di “Kashmir” e gli Who, specie nel ritornello, e si conclude con un immenso assolo di McCready, che riecheggia quello di “Hey Joe” di Jimi Hendrix.

Segue un dittico in cui il ritmo rallenta: “Alright” è una ballata ipnotica scritta da Jeff Ament, che ricorda le ricerche sonore di Binaural. Il suo suono elettronico ed avvolgente trascolora nella maestosaSeven O’ Clock“, senza dubbio il pezzo più ricercato di Gigaton, quello che ha richiesto al gruppo più lavoro. La fatica è ripagata: la canzone è uno dei migliori mid-tempo dei Pearl Jam, spaziando dai Pink Floyd di “Comfortably Numb”, evidenti nel ritornello, alla prima apparizione di un’influenza “nuova”, i R.E.M., in coda.

L’emozione vera e definitiva arriva con l’ultimo blocco di Gigaton, una sinfonia essenziale in quattro movimenti: si parte da “Buckle Up“, contributo personale del “chitarrista artigianale” Stone Gossard, una strana ninna nanna ipnotica e avvolgente, dal sapore beatlesiano, dove si stende, come la coperta di Linus, la voce di Eddie, che la farà da padrona da qui fino alla fine del disco.

Chi è stato a uno dei concerti solisti di Vedder in Italia non può non trovarsi con la pelle d’oca di fronte a “Comes Then Goes“: chitarra acustica, voce e poco altro, se non un arpeggio blues, il senso del tempo che passa, e la presenza del compianto Chris Cornell che aleggia su tutta la canzone.

La band rientra, ma sottovoce, con “Retrograde“: ballata corale e ispirata, in bilico tra la classica Just Breathe e le melodie dei migliori R.E.M., che fanno capolino di nuovo, tra inattesi inserti quasi prog.
Gigaton si conclude con un pezzo che i fortunati di Firenze Rocks 2019 hanno già ascoltato dal vivo, insieme a pochi altri nel mondo: “River Cross” è una poesia più che una canzone, la preghiera laica dei Pearl Jam, la loro messa universale officiata da Eddie e dal suo strabiliante pump organ del 1850.

Parole e musica dal sapore antico, per guardare al futuro: Gigaton parla di questo, dei possibili modi per reagire, per costruire un futuro, possibilmente alternativo a quello che vediamo sulla copertina, con un ghiacciaio in via di scioglimento. Possiamo arrabbiarci o chiuderci in noi stessi, anche con un po’ di sano egoismo, ma sarà sempre una presa di posizione individuale.
La verità, però, è che anche il peso della nostra energia si può misurare in gigatoni, se la usiamo nel modo giusto, se diamo vita a quella che Leopardi chiamava social catena.

Basta stare insieme, condividere la luce, e andremo avanti.
Share the light, won’t hold us down.

LA CRITICA - VOTO 8/10

Flanerí

Libri

Giorni di fuoco

Torna in libreria “Violette di marzo” di Philip Kerr

di Domenico Ippolito / 31 marzo

Con Violette di marzo (Fazi, 2020) ambientato a Berlino durante le Olimpiadi del 1936, Philip Kerr ci scaraventa dentro il viaggio nerissimo del detective privato Bernie Gunther. Un thriller politico attraverso il quale il protagonista ci svela la corruzione dell’apparato del potere nazionalsocialista.

Berlino, 1936. Grete e Paul Pfarr, una giovane coppia dell’alta società cittadina, sono morti nel proprio letto, nel rogo della loro casa incendiata. La Kriminalpolizei della capitale tedesca indaga, ma il padre della ragazza, il magnate Hermann Six, vuole che qualcuno arrivi a qualcosa prima degli inquirenti. Quel qualcuno si chiama Bernie Gunther e quello che cerca è una collana di enorme valore.

Non dev’essere facile la vita di un detective privato a Berlino durante il nazismo, specie se indaga sul duplice omicidio della figlia di un miliardario e di un rampante militare, entrato nelle grazie del capo delle Ss Himmler. È terribilmente complicato, anzi, se l’incendio risulta doloso e la collana sparita dovrebbe finire nelle grinfie del Nsdap, il partito nazionalsocialista, visto che la donna non ha lasciato testamento e le ultime volontà del marito sono quelle di dare tutto al Terzo Reich.

Una storia cupa e cattiva, che diventa affascinante se a indagare è un ex poliziotto dotato di una lingua al vetriolo, col quale ama castigare i pesci piccoli e grandi che sguazzano nel nutrito acquario nazista. Specie le Violette di marzo, cioè gli opportunisti saltati sul carro del regime dopo che nel marzo del 1933 Hitler ha preso il potere. La casa editrice Fazi ripubblica un classico del poliziesco politico firmato dallo scrittore britannico Philipp Kerr: il protagonista di questo romanzo, una figura difficile da dimenticare, si muove dentro una Berlino dipinta a tinte fosche, che di giorno però torna a brillare come la vetrina del regime, appositamente ripulita per gli imminenti Giochi olimpici, che deve mostrare al mondo l’efficienza organizzativa del Reich.

La scrittura di Kerr è affilata e precisa, i dialoghi serrati e impazienti, pieni di sarcasmo, le pennellate di realismo sono secche ed efficaci. L’autore di Violette di marzo è abilissimo nell’imbastire una trama fitta di intrighi e colpi di scena che utilizza la capitale tedesca come monumentale scenografia, lasciando muovere il suo protagonista lungo il celebre viale Unter den Linden, la scenografica Potsdamer Platz, i grandi palazzi di Berlino, per far vivere anche al lettore il folle sogno di grandezza, che si trasformerà in un incubo mortale, dei suoi nuovi padroni.

Violette di marzo è il primo libro della cosiddetta trilogia berlinese del romanziere, che tratteggia già così un degno erede della tradizione hardboiled, che si muove come il suo illustre predecessore, il Marlowe di Chandler, durante gli anni Trenta. Bernie Gunther è un donnaiolo, ama bere, è il classico antieroe troppo aderente alla realtà delle cose per opporsi apertamente al regime. Il detective sa perfettamente che deve stare al gioco se vuole continuare a essere libero, però non abbassa mai la cresta di fronte alle violenze dei suoi antagonisti in divisa: la sua sfida è quella di svelarne la corruzione profonda, l’ipocrisia abissale dei nuovi arrivati e la forma mentis psicotica di un gruppo di esaltati, capaci di plasmare un’intera nazione dentro il male assoluto.

(Philip Kerr, Violette di marzo, trad. Patrizia Bernardini, Fazi, 2020, pp. 318, euro 15, articolo di Domenico Ippolito)
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Libri

Mappamondo femminile

Su “L’atlante delle donne” di Joni Seager

di Francesca Ceci / 30 marzo

Oltre 2 miliardi di persone non dispongono di servizi igienici di base come bagni o latrine; circa 1 miliardo deve defecare all’aria aperta. «Per le donne tutto ciò è particolarmente umiliante, soprattutto durante le mestruazioni, e le obbliga a cercare posti isolati dove però sono a rischio di stupri e violenze».

Le ragazze appartenenti alla fascia più povera della popolazione mondiale sono 2,5 volte più propense a sposarsi o ad essere date in sposa rispetto alla percentuale più ricca. In India l’età media del primo matrimonio è di 20 anni per le donne appartenenti al ceto più ricco, di 15 anni per il più povero. Nella Repubblica Dominicana metà delle donne più povere si sposa a 17 anni a fronte dei 21 delle più ricche.

In Brasile nel 2015 sono state uccise 4762 donne. In Francia ogni 3 giorni una donna viene uccisa dall’attuale o precedente partner. In Argentina ogni 30 ore viene commesso un femminicidio. Ogni anno circa 14.000 donne sono uccise in Russia.

Sono solo alcuni esempi delle centinaia di casi raccontati in L’atlante delle donne (ADD editore, 2020), un’analisi dettagliata e approfondita della situazione in cui vivono le donne in ogni angolo del mondo.

Joni Seager è una geografa femminista e un’esperta di politica globale, consulente delle Nazioni Unite e dell’Unesco su progetti di politica di genere e ambientale. Ha pubblicato per la prima volta L’atlante delle donne nel 1986, aggiornando da allora il lavoro di indagine alla luce dei miglioramenti e dei progressi raggiunti, testimoniando allo stesso tempo lo stagnamento di situazioni, luoghi e mentalità che impediscono ancora oggi il riconoscimento e soprattutto l’attuazione di una condizione di parità effettiva tra gli uomini e le donne.

Il libro è un contenitore di mappe che sono lo specchio di una società in lento divenire, spesso immobile nonostante le parole proclamate e le promesse sospese da mantenere. È un reportage di dati che sono il ritratto della vita quotidiana delle donne del mondo, delle cause e delle conseguenze che sono il frutto di scelte sociali e di consapevoli volontà maschiliste.

Seager spiega che uno dei motivi per cui il 51% delle persone sieropositive è composto da donne sta nella differenza di potere tra i generi nelle relazioni sessuali; che anche se le cure per il cancro sono progredite negli ultimi anni e negli Stati Uniti se ne ammalano maggiormente le donne bianche, quelle che ne muoiono di più sono le donne afroamericane.

I dati raccolti dall’autrice non si limitano a un report statistico ma forniscono una serie di spunti da approfondire per potersi avvicinare a capire cosa significhi essere oggi donna, ragazza, bambina in Mali piuttosto che in Pakistan o in Messico.

Apprendere che il 50% dei rifugiati mondiali sia costituto da donne vuol dire interrogarsi su cosa questo comporti, chiedersi che percentuale di queste rifugiate sia oggetto di sfruttamento sessuale lungo i chilometri che sono costrette a percorrere o nei campi profughi che da posto sicuro possono trasformarsi in luogo di sfruttamento e violenza.

Sapere che in alcuni paesi arabi e africani l’omosessualità è un crimine soggetto a pena di morte significa fermarsi a pensare come l’incombente criminalizzazione aleggi sulla vita quotidiana di ogni persona gay e lesbica che ogni giorno rischia di imbattersi in forme di abuso fisico e morale, in delitti d’onore e stupri cosiddetti correttivi come punizione della propria “non-conformità”.

È questo che fanno le ricerche svolte da Seager in L’atlante delle donne: conducono a un primo approccio alla scoperta, ai numeri, alle curiosità; e poi inducono ad alzare un velo, a voler scoprire di più, ad addentrarsi in ogni paese colorato di viola o di verde per poter capire come se la passano lì le ragazze.

 

(Joni Seager, L’atlante delle donne, ADD editore, 2020, trad. Florencia Di Stefano-Abichain, 208 pp., euro 19.50, articolo di Francesca Ceci)

 

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Libri

Quando l’opera è schiava del suo autore

“La ragazza nel portabagagli” di John O’Hara

di Alessandro Chiappanuvoli / 28 marzo

Sono convinto che quando si affronta per la prima volta un autore sia bene leggere il libro senza informarsi sulla sua biografia, e che questa condizione dovrebbe valere ancor più se l’autore in questione è un tizio eccentrico come John O’Hara, un uomo non certo facile, come ci ricorda Stefano Friani nella sua postfazione a La ragazza nel portabagagli, edito da Racconti edizioni (2019) – primo volume della trilogia Prediche e acqua minerale di prossima pubblicazione.

«Il ricordo del suo temperamento del resto è tanto unanime quanto lapidario. Era un rissoso e aveva orari irregolari, beveva troppo e non le mandava certo a dire».

Ma John O’Hara è anche l’autore recordman di 247 racconti pubblicati su The New Yorker, lo scrittore di romanzi come Appuntamento a Samarra e Venere in visone molto apprezzati da Hemingway e di sceneggiature che sono diventate film con attori del calibro di Rita Hayworth, Elizabeth Taylor, Frank Sinatra e Gary Cooper; un autore tanto amato dal pubblico, quanto discusso dalla critica «senza riuscire però a scrollarsi mai del tutto di dosso l’etichetta snobistica di “scrittore di prima fascia tra quelli di seconda”», etichetta sulla quale ragioneremo in seguito. Il personaggio O’Hara, insomma, travalica, invade il campo della sua opera ed è arduo mantenere neutro il giudizio. E qui mi taccio, cosciente di aver già detto troppo.

Torniamo al libro, adesso. La ragazza nel portabagagli è un racconto lungo. La sua trama si sviluppa nell’arco di un trentennio e ci viene racconta come lucido ricordo dalla voce narrante del protagonista, Jim Malloy – vero e proprio alter ego di John O’Hara.

Jim è uno scrittore in erba della Pennsylvania che si arrabatta a New York tra lavori minori per riviste e per case di produzione cinematografica. È scaltro, ha la lingua veloce, sa leggere le situazioni in cui si trova e ha una viscerale passione per la mondanità. Per essere un irlandese di provincia che non ha potuto frequentare l’università si barcamena molto bene nell’alta società newyorkese, bazzicando sia i country club sia gli speakeasy, i bar clandestini dell’America proibizionista. Siamo all’inizio del “secolo breve”, sta per scoppiare il primo conflitto mondiale, il cinema è all’alba dell’avvento del sonoro, Wall Street e il “dollaro facile” vivono il loro sogno idilliaco: mai come allora si è avuta l’impressione che la ricchezza potesse essere alla portata di tutti.

Per una settimana Jim ha il compito di fare da accompagnatore e di soddisfare i bisogni di una diva di Hollywood, Charlotte Sears, arrivata nella Grande Mela per discutere degli sviluppi della sua carriera con l’agenzia per cui sono entrambi impiegati. In segreto, però, Charlotte è a New York anche per un altro motivo, incontrarsi con l’uomo che ama, Thomas Rodney Hunterden, un oscuro quanto discusso affarista di Wall Street, che ha in comune con Jim la città natale, Gibbsville.

Tra festa mondane, speakeasy, camere d’albergo e residenze lussuose di ricchi personaggi newyorkesi si dipanerà un intrigo tutto amore e affari che non potrà che coinvolgere il lettore fin dentro le sue conseguenze più fosche. Uno spaccato dell’America bene che richiama le tinte dorate del Grande Gatsby di Fitzgerald ma che al contempo trae alimento delle torbide contraddizioni di una società classista quanto puritana, liberalista quanto ipocrita.

Da un punto di vista stilistico, La ragazza nel portabagagli mostra aspetti abbastanza netti: la struttura è sottile, quasi invisibile, le descrizioni delle ambientazioni e dei personaggi sono pressoché assenti, le riflessioni sono ridotte all’osso, le scene sono affidate a dettagli scarni, tutto, dagli intrighi della trama all’interpretazione della vicenda, è affidato, concentrato nei dialoghi. Dialoghi talmente verosimili, dettagliati, carichi di impeccabili similitudini, che se tenessi un corso di scrittura creativa, di certo li farei studiare ai miei allievi.

Ed è proprio in questa tecnica magistrale che si esprime a parere della critica, come ricorda Friani, il grande potenziale di O’Hara, la sua capacità di rendere realistica una storia mondana e familiare un ambiente elitario, animati da personaggi dai modi formali, eccentrici, snob persino, che poco hanno a che spartire con il lettore medio.

«I personaggi di O’Hara sembrano essere più che realistici, più che veritieri; hanno bisogno di parlare, e nella schiettezza e ineluttabilità delle parole ormai pronunciate suscitano qualcosa che assomiglia forse alla pietà».

Si crea così una sorta di implicita complicità, molto simile a quella che si può provare per i protagonisti di una soap opera, ma carica anche di un’umanità straniante, per certi versi innocente.

In chiusura, quindi, torniamo sull’etichetta che grande parte della critica ha affibbiato a O’Hara: è uno scrittore di prima fascia da riscoprire o è uno «scrittore di prima fascia tra quelli di seconda»? Sbilanciandomi – conscio del limitato materiale sul quale esprimo il giudizio – propenderei per dare credito alla critica. Utilizzando una bassa metafora calcistica, direi che O’Hara è un top player da Serie B, uno di quelli dotati di tecnica sopraffina ma condizionati da un carattere difficile che nella serie cadetta garantirebbe trenta goal a stagione, ma in Seria A potrebbe offrire solo sporadici colpi di classe. Uno di quei calciatori, insomma, che si potrebbe amare solo prendendolo così com’è: tutto genio e sregolatezza.

La ragazza nel portabagagli è dunque un libro da studiare più che da leggere, un’opera dalla quale rubare i segreti del mestiere, la tecnica del dialogo, in attesa che si dipani del tutto la foschia che ancora aleggia intorno al suo autore; un autore ingombrante, forse non di prima categoria, ma senza dubbio magistrale quando gioca nel suo campo con le sue armi.

(John O’Hara, La ragazza nel portabagagli, trad. di Vincenzo Mantovani, Racconti edizioni, 2019, pp. 128, euro 13, articolo di Alessandro Chiappanuvoli)
Flanerí

Cinema

Storia di un’appartenenza tribale

Su "Ultras" di Francesco Lettieri

di Francesco Vannutelli / 27 marzo

È Ultras il primo film della collaborazione tra Netflix e Mediaset a sbarcare sulla piattaforma di streaming, passo iniziale di una possibile nuova via per il cinema italiano con spazio per nuovi talenti e generi meno battuti dalle produzioni tradizionali.

L’esordio è affidato a Francesco Lettieri, classe 1985 da Napoli, all’opera prima dopo essersi fatto un nome come il regista della musica italiana. Sono suoi, infatti, i videoclip di alcuni dei nuovi cantanti e gruppi più conosciuti e apprezzati: Calcutta, Carl Brave e Franco 126, Thegiornalisti quando ancora c’erano, e, soprattutto, Liberato.

È infatti il rapporto con il cantante misterioso il precedente che più si nota in Ultras, per stile e ambientazione. Liberato ha curato la colonna sonora del film, con anche un brano inedito, “We Come from Napoli”, prodotto da 3D dei Massive Attack, non nuovo alle colonne sonore per il cinema italiano. Un suo brano, “Herculaneum”, faceva parte della colonna sonora di Gomorra di Matteo Garrone (premiato tra l’altro con il David di Donatello in uno dei tanti momenti imbarazzanti nella storia della manifestazione).

Non è solo 3D a creare un legame tra Garrone e il primo film di Lettieri. Sono tanti gli elementi che Ultras sembra riprendere dal cinema del regista romano, nell’estetica della miseria, nel rigore formale. Sicuramente, la scelta di Aniello Arena come – ottimo – protagonista amplifica ulteriormente l’effetto déjà-vu con un altro dei film di Garrone, Reality.

Ultras racconta la storia di Sandro, cinquantenne a capo del gruppo di tifo organizzato Apache. Non può seguire la sua squadra allo stadio per il daspo e alcuni giovani membri approfittano della sua assenza, e di quella di altri componenti storici, per cambiare regole ed equilibri. Sandro, però, non sembra troppo turbato dall’ammutinamento. Sente che è arrivato il momento di cambiare vita, o almeno di provarci.

Chi pensa che Ultras sia un film sul calcio sbaglia. Lo sguardo di Lettieri (anche sceneggiatore insieme allo scrittore Peppe Fiore) si ferma sul tifo organizzato come fenomeno antropologico ancor più che sociologico. Senza dilungarsi in riflessioni, mostra la natura quasi animalesca di questi assembramenti maschili accomunati dal pretesto della passione calcistica. Non è un caso che non si veda neanche un fotogramma di calcio giocato. Non è un caso che i protagonisti vengano mostrati impegnati a fare altro quando ci sono le partite. Non è importante il campo o il risultato: per gli ultras conta solo l’appartenenza al gruppo.

Le ottime intenzioni del regista esordiente, però, si vanificano nella voglia eccessiva di mostrare senza raccontare. Tutto rimane fermo alla superficie, senza mai un’immersione alla ricerca di un qualche tipo di profondità. Così, anche il protagonista Sandro, che pure domina la scena anche quando è assente, rimane bidimensionale, senza una vera coerenza di azioni e intenzioni.

Lettieri ha una sua identità di regista già messa in chiaro nei videoclip, con alcuni passaggi diventati già dei marchi di fabbrica, soprattutto per l’uso di zoom e movimenti di camera avanti e indietro. La sensazione che suscita Ultras è però quello di una somma di suggestioni prese dal cinema italiano degli ultimi vent’anni. Sicuramente la scelta di personaggi e ambientazione non aiuta, perché una parte del pubblico è ormai saturo di storie più o meno criminali tra le classi disagiate del napoletano. Ultras alla fine è una specie di compendio di Gomorra film e serie e di tutti i savianismi che ne sono derivati fino a La paranza dei bambini.

(Ultras, di Francesco Lettieri, 2020, drammatico, 106’)

LA CRITICA - VOTO 6/10

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Libri

Anime e mura: la poetica di Shirley Jackson

di Elisa Bisson / 26 marzo

Giornalista, saggista e soprattutto scrittrice: Shirley Jackson è stata autrice dei più iconici racconti horror del ventunesimo secolo, in grado di lasciare un segno nelle menti tormentate dei suoi lettori. Tra di esse spicca quella di Stephen King che non manca di annoverare la Jackson tra i suoi più mostruosi maestri. Eppure il suo contributo non è ancora stato pienamente riconosciuto o, quantomeno, non le è stato ancora accreditato il successo che ha tutt’oggi il suo allievo.

Opera di punta, rilanciata anche dall’omonima serie televisiva Netflix (IMDb 2018), è di certo L’Incubo di Hill House (Adelphi, 2004) edito per la prima volta negli Stati Uniti nel 1959. Una perla meno riconosciuta è inoltre Abbiamo sempre vissuto nel castello (Adelphi 2009) romanzo dall’aura gotica del 1962. L’elemento comune delle due opere è il morboso legame tra i personaggi e le sinistre, spettrali, immobili case che li ospitano.

Il tema della vita domestica è il perno su cui fluttua Abbiamo sempre vissuto nel castello: due sorelle orfane e uno zio disabile abitano nella vecchia e maestosa residenza di famiglia, teatro di drammatici omicidi. Tutti i membri della famiglia dei personaggi sono stati infatti avvelenati nella stessa casa con dell’arsenico nello zucchero: l’omicidio sembra infine ricadere sulle spalle della figlia maggiore, Constance, che vive pertanto reclusa insieme alla sorella minore Mary Kathrine. Le mura domestiche sembrano, dalle descrizioni, rimaste cosparse del passato, curate maniacalmente dalle due protagoniste in modo da renderle immuni dal tempo: ogni oggetto viene preservato e ogni usanza familiare viene costantemente rivissuta, ripercorsa all’infinito in un tetro sipario giornaliero costellato da battute sempre uguali scambiate tra i tre abitanti.

«Dentro però il salotto era una meraviglia. […] Constance saliva su una scala per lavare i vetri fino in cima, insieme spolveravamo le statuine di porcellana Meissen sulla ciminiera […] lustravamo i pavimenti e rattoppavamo i piccoli strappi nel broccato rosa dei divani e delle poltrone. Non sopporto di vedere in disordine il nostro salotto diceva sempre mamma […] e adesso invece eravamo noi a mantenerlo lustro e scintillante».

Fa da sfondo la casa che, rimasta com’era dal tempo dell’assassinio, diventa la sacra reliquia del passato, venerabile e soffocante, ma allo stesso tempo garante della tiepida immobilità che rappresenta. Fornisce allo stesso tempo un rifugio contro un presente demonizzato che sembra averli rigettati e rifiutati. L’ossessione per le porcellane, il broccato, i letti, le stanze, i barattoli da conserva impilati in cantina, persiste anche dopo la distruzione della casa da parte di un incendio doloso: senza tetto e per metà divorata e annerita dalle fiamme, la magione Blackwood diventa il nido in cui ripararsi contro l’esterno, anche dopo le incursioni dei curiosi e odiosi paesani.

«Noi rimarremo qui insieme per sempre, vero Constance?».

«Tu vuoi restare qui per sempre Merricat?».

«Dove potremmo andare, se no?», le chiesi, «c’è un posto migliore per noi? Chi ci vuole, là fuori? Il mondo è pieno di persone orribili».

 

 

Con le sbarre alle finestre, le tende tirate e il cancello chiuso con il lucchetto, la recita interrotta dall’incendio riprende ancora più serrata e opprimente, le due sorelle continuano decise a portare avanti le tradizioni di famiglia a colpi di pranzi e cene, battute e silenzi, tra cocci e distruzione. La sacra routine diventa un ulteriore motivo di elaborazione del lutto, rivissuto dopo la vandalizzazione della loro dimora. Intanto, fuori dalla casa gli esterni continuano ad affacciarsi desiderosi di vedere le sorelle assassine, inventando storielle che diventano poi leggende per spaventare i bambini e degenerano poi in offerte rituali (per l’appunto cestini con vivande e manicaretti) per propiziarsi quei due invisibili spiriti abitanti del relitto.

In questo modo, senza alcun accenno di paranormale, Shirley Jackson ci descrive la genesi di una storia di fantasmi che nulla ha di realmente spaventoso se non l’ossessivo ripetersi del passato che avviene tra le mura della casa collassata.

Con lo stesso meccanismo agiscono i più tangibili spettri che vivono in Hill House: il male, il malsano è insito nelle pareti, nei soffitti, nelle stanze irregolari della casa solitaria e magnifica. I rumori, gli scricchiolii, i cani che abbaiano e i passi nel corridoio portano all’isteria gli occasionali ospiti della dimora, facendo emergere le paure più profonde e i loro traumi rendendoli così i veri mostri da temere: ci si trova infatti facilmente ad inorridire per le azioni della turbata protagonista piuttosto che per i topoi più scontati del genere, che qui diventano i rumori sinistri delle nostre menti cigolanti.

«Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà.[…] Hill House, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; Dentro, i muri salivano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola».

Altrettanto rumorosa doveva essere la mente della stessa autrice che più volte ha raccontato della deprimente vita casalinga che conduceva, prigioniera di un matrimonio infelice che l’aveva costretta a rinchiudersi e infestare le tristi pareti della sua casa: è naturale perciò domandarsi quanto gli incubi della Jackson siano stati alle origini di quelli di molti lettori (Esquire 2018)

Le mura finiscono dunque per far emergere irrimediabilmente fantasmi di traumi non elaborati che trovano il nome di paurose visioni o vecchi miti. Sono i personaggi stessi a creare i propri spettri e a lasciare che infettino queste mura silenti e immobili che diventano scenario di una ghost story, condannano e allo stesso tempo proteggono dall’esterno, unico vero teatro degli orrori rispetto al quale forse sono preferibili le case infestate.