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Cinema

“Via dalla pazza folla”
di Thomas Vinterberg

Rilettura d’autore di un classico del cinema e della letteratura

di Francesco Vannutelli / 18 settembre

Dopo il grande successo internazionale di Il sospetto – premiato a Cannes per l’interpretazione di Mads Mikkelsen, candidato all’Oscar per il film straniero nell’anno di La grande bellezza – era un po’ difficile immaginare che il danese Thomas Vinterberg, co-ideatore con Lars Von Trier del manifesto Dogma 95, decidesse di affidare il suo ritorno al grande schermo al romanzo vittoriano di Thomas Hardy del 1874 Via dalla pazza folla, già portato al cinema un secolo fa (nel 1915 da Laurence Trimble) e di nuovo nel 1967 con Judie Christie protagonista, senza trascurare la versione graphic novel e poi film Tamara Drew.

Difficile perché è quanto meno lecito definire “distante” il cinema rigoroso di Vinterberg dall’immaginario classico che evoca il romanzo di Hardy e le sue successive trasformazioni, se non altro per l’apparato puramente sentimentale che caratterizza questo tipo di letteratura. Eppure, Vinterberg ha approcciato Via dalla pazza folla senza rinunciare al suo stile votato all’asciuttezza dell’esposizione registica, pur riuscendo a mantenere intatto lo spirito di cinema classico che un film del genere richiama.

Siamo nel Dorset del 1870, Bathseba Everdeen è una ragazza che preferisce il lavoro dei campi alla vita domestica. Rifiuta la proposta di nozze del fattore Gabriel Oak, forte e buono come il cognome suggerisce, per mantenere la propria indipendenza. Quando riceve una grossa eredità decide di subentrare allo zio defunto nella gestione della fattoria di famiglia, senza l’aiuto di uomini e andando contro il costume generale. Alla fattoria la raggiunge Oak che non ha mai dimenticato quel rifiuto e nel frattempo è caduto in disgrazia ed è finito a lavorare come pastore per gli altri. Non è il solo a spasimare per Bathsheba, ci sono anche il ricco Boldwood e il sergente dell’esercito britannico Troy a contendersi la libertà della ragazza.

In fase di scrittura, Vinterberg e lo sceneggiatore David Nicholls hanno deciso di ridurre la mole di cinquecento e passa pagine del romanzo concentrando il film quasi esclusivamente su Bathsheba, senza seguire gli altri personaggi nelle loro vicende personali. In questo modo, Via dalla pazza folla diventa il racconto di una forte personalità femminile che, in un’epoca tutt’altro che incline a riconoscere diritti e libertà alle donne, rivendica il suo spazio di autonomia nel mondo, non solo come moglie di qualcuno ma come persona assolutamente autonoma e sufficiente. Del resto, le lusinghe che i suoi spasimanti hanno da offrirle fanno ben poca presa su di lei rispetto alla libertà di scegliersi ogni giorno, soprattutto a fronte del fatto che gli agi che un marito potrebbe portarle lei già li possiede di suo («Avrete un pianoforte», «Ce l’ho già, il pianoforte»). Bathsheba mantiene una razionalità costante nel valutare le proposte di matrimonio che le arrivano che va al di là del puro elemento sentimentale. L’unico errore nel suo percorso verginale (non ha neanche mai baciato nessuno, ma la morale non c’entra nulla in Vinterberg) lo commette quando a travolgerla è proprio la passione che non aveva mai conosciuto.

Fotografato in maniera sublime da Charlotte Bruus Christensen, che avvolge di colori caldi i personaggi e si esalta nei paesaggi (pochi), Via dalla pazza folla riesce a non esagerare in suggestioni moderne nella descrizione di Bathseba, che è sì una donna in anticipo sui suoi tempi, ma non è un oggetto del futuro infilato a forza in una cornice vittoriana. La versione di Vinterberg cala piuttosto nell’evoluzione della trama che si trascina con eccessiva lentezza verso un finale che è a dir poco scontato. Il regista punta su un racconto frammentato e rapido che non indugia troppo nei momenti di passaggio e si concentra sul mostrare i momenti essenziali, senza approfondire i retroscena. Questo indebolisce le psicologie dei personaggi su cui fanno comunque un ottimo lavoro gli attori, da Carey Mulligan come Bathsheba a Mathias Schoenaerts come Gabriel, ma è soprattutto il Boldwood di Michael Sheen, silenzioso, remissivo e sofferente fino a un exploit di follia, a prendersi la scena.

 

(Via dalla pazza folla, di Thomas Vinterberg, 2015, drammatico, 119’)

LA CRITICA - VOTO 6,5/10

Interessante incontro tra un classico della letteratura vittoriana e un regista dallo stile fortemente personale, Via dalla pazza folla riesce a metà a dire qualcosa di nuovo su un certo tipo di cinema sentimentale in costume, affidandosi soprattutto alle immagini e agli interpreti.