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Libri

“Un gioco e un passatempo”
di James Salter

Una riflessione sul tempo che scorre, ineluttabile

di Virginia Giustetto / 26 novembre

Un gioco e un passatempo di James Salter (Guanda, 2015) è la storia della passione erotica tra Philip Dean e Anne-Marie. Lui, mente brillante ma ribelle, ha ventiquattro anni ed è scappato da Yale; lei è bellissima e di anni ne ha diciotto, fa la commessa e conduce una vita perlopiù modesta. L’amore erotico che lega i due ragazzi è raccontato in prima persona da un narratore voyeur anonimo, che soggiorna per un periodo indeterminato ad Autun, in Borgogna, e qui assiste e rielabora gli incontri intensi e carnali dei due protagonisti.

«Ricordati che la vita di questo mondo non è che un gioco e un passatempo», recita un versetto del Corano, e non ci sarebbe modo migliore per descrivere la passione bruciante che si consuma in una Francia di provincia, confinata nei cieli pallidi e immobili, nelle mattine fredde, nelle antiche glorie che testimoniano che «i giorni del loro splendore sono finiti da un pezzo».

La passione di Dean e Anne-Marie è prima di tutto un gioco, che fissa le sue regole in solitarie stanze di hotel, nelle pause di mezzo tra pranzi e cene silenziose, che si ripete insaziabile di cittadina in cittadina, l’attrazione bruciante di due giovani corpi che si scoprono vivi nella sessualità. Ma è anche e soprattutto un passatempo, che insieme frena e fluttua nella corrente inarrestabile del destino. «Il passato multiforme penetra in noi e scompare», scrive il narratore. «Salvo che al suo interno, da qualche parte, simili a diamanti, esistono frammenti che si oppongono alla distruzione. Lavorando di setaccio, se si osa, e raccogliendoli, si scopre il vero disegno».

Verrebbe da dire che nel testo si scontrano due tempi: quello della storia con la s maiuscola, che corre via con il passare delle stagioni, e quello degli attimi, dei «frammenti che si oppongono alla distruzione». Pur non potendo impedire alla storia di arrestarsi, tali frammenti si elevano affinché siano proprio essi stessi a scandirla. L’appariscente Delage di Dean, macchina presa in prestito da un amico che fa voltare le persone al suo passaggio, è parte determinante di questo processo: accompagnando i due amanti lungo le strade della Francia più autentica e desolata, tradisce la consapevolezza di una corsa che non può arrestarsi.

Lo stile del testo è a pennellate, prende la forma di annotazioni, come rivelato all’inizio del romanzo dalla voce narrante: «Questi sono appunti e fotografie di Autun. Sarebbe meglio dire che sono iniziati come appunti ma sono diventati qualcos’altro, una descrizione di quelli che ritengo essere eventi. Erano destinati a me solo, ma ormai non li nascondo più». Di conseguenza le frasi sono brevi, spesso nominali, modellate sul dettaglio e sulla scelta di descrivere spazi arbitrari di vita lasciando fuori tutto quello che sta nel mezzo – d’altronde «senza i sogni, i fatti non sono che detriti scollegati, perle sciolte ancora da infilare».

«Questa azzurra, indolente città», si legge all’inizio del secondo capitolo, «I suoi gatti. Il suo cielo pallido. Il cielo vuoto del mattino, slavato e puro. Le sue strade cupe, spaccate. Le sue corti anguste. Il lieve odore di marcio all’interno, bucce di arancia buttate negli angoli». L’andamento del testo si adagia su un ritmo che richiama curiosamente il ticchettio di un orologio.

Infine, Un gioco e un passatempo appare anche, per molti versi, una lunga riflessione sulla scrittura. Il rapporto tra Dean e Anne-Marie, filtrato dal punto di vista del narratore, è, per stessa ammissione del primo, una profonda invenzione. «Niente di tutto questo è reale. […] È una storia di cose che non sono mai esistite, sebbene il più debole dei dubbi su questo, la più remota delle possibilità, tuffi tutto nel buio più fitto».

Ed è la forza dell’immaginazione a disegnare i confini degli incontri tra i due amanti, la soggettività e le impressioni di chi scrive a restituire loro una forza e una dimensione reali. Non solo. Il rapporto realtà-invenzione agisce anche a un livello maggiore. Ha a che fare con il nostro modo di vedere il mondo, il nostro modo di creare e ritoccare gli eventi che ci accadono secondo il racconto personale che ne scaturisce o che in un preciso istante ci condiziona. Non esiste mai, in definitiva, uno scarto tra ciò che definiamo reale e ciò che pertiene alla nostra immaginazione.

La storia di Dean, nell’attimo stesso in cui ne veniamo a conoscenza, non può che essere la storia della sua vita, così come ci è dato appurarla. Sia Dean reale, immaginario, la proiezione di un sé così come lo si vorrebbe.

Pur essendo un testo molto diverso, a tratti il rapporto tra i due uomini assomiglia a quello tra Nathan Zuckerman e Seymour lo Svedese in Pastorale Americana di Philip Roth. Scrive Salter: «Bisogna avere degli eroi. Vale a dire che bisogna crearli. E loro diventano reali grazie alla nostra invidia, alla nostra devozione. Siamo noi che li investiamo della loro maestà, del loro potere, che noi stessi non potremmo mai possedere. E in cambio, loro ce ne restituiscono un po’. Ma sono mortali questi eroi, proprio come noi».

Nelle ultime pagine di Un gioco e un passatempo risuonano così le prime di Roth. Non a caso Anne-Marie, senza Dean, diventa «una ragazza qualsiasi, carina, non troppo intelligente forse» e la maestosa Delage perde gradualmente il suo fascino, finché l’orologio elettrico sul cruscotto si ferma per sempre. Se la macchina si arresta è perché la strada è finita. «Silenzio», intima il narratore, «Un silenzio che cala anche sulla mia vita».

Dove finisce l’immaginazione, sembra dirci Salter, termina anche la realtà. È per questo, dopotutto, che continuiamo a leggere e scrivere, mai sazi di ascoltare, di inventare, dopotutto sempre pronti a scommettere sulla forza ipnotica, misteriosa, a ogni modo irripetibile e irreplicabile, del racconto.

 

 

(James Salter, Un gioco e un passatempo, trad. di D. Vezzoli, Guanda, 2015, pp. 253, euro 16)

 

LA CRITICA - VOTO 8/10

Un gioco e un passatempo è la storia di una passione erotica ambientata in una Francia ai margini di se stessa, raccontata da un narratore-voyeur che gioca sul filo sottile che unisce realtà e invenzione. È una riflessione sul tempo che scorre, ineluttabile, e su quello che resta, quando il passato penetra in noi e scompare, lasciando sulla sua scia frammenti sconnessi che si oppongono alla distruzione.