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Libri

Quando il libro giallo ingloba la psicoterapia

Intervista a Giuseppe Lago, autore di “La fuoriuscita”

di Simone Mercurio / 8 marzo

Giuseppe Lago è uno psichiatra e psicoterapeuta con la passione per la scrittura. Negli anni ha pubblicato diversi saggi sulla psicoanalisi e la psichiatria e alla fine 2017 un romanzo La fuoriuscita (Alpes Italia) esito della riflessione sulle responsabilità del terapeuta nei confronti del raggiungimento dell’equilibrio e della guarigione del paziente. Lo scrittore dimostra di padroneggiare non solo la materia di cui è specialista ma anche la gestione di una trama complessa, e l’approfondimento di personaggi estremamente reali. Nella trama, la protagonista Martha Weber, un’artista di trent’anni, entra nello studio dello psichiatra Livio Spada. Racconta di essere fuoriuscita da un gruppo terapeutico che frequentava da otto anni. Il gruppo è gestito da Adele Lussari, psichiatra affascinante e anticonvenzionale, che ostenta un atteggiamento ribelle nei confronti dell’ambiente scientifico-culturale che la circonda, proponendo il suo metodo alternativo chiamato “psicoscienza”. Il racconto mette in “scena” il rapporto tra paziente e psicoterapeuta in chiave letteraria. Una relazione importante ai fini sia della drammaturgia del romanzo che, come si vedrà, ai fini terapeutici e medici, per la vita intima, affettiva e relazionale di chi si sottopone alle sedute.

Nella trama, attraverso le figure antitetiche dei dottori Livio Spada e Adele Lussari, lo scrittore/psicoterapeuta – già Direttore dell’Istituto Romano di Psicoterapia Psicodinamica Integrata e consulente per Skytg24, Tgcom e Virgin Radio – mette in contrapposizione e racconta le differenze tra un percorso psicoanalitico “sano” incentrato sul benessere e l’equilibrio del paziente, e quello invece dove la figura dello psicoterapeuta si erge quasi a guru con i suoi fedeli proseliti.

 

Dottor Lago, in La fuoriuscita cita anche un suo lavoro precedente, L’illusione di Mesmer, per trattare del tema della suggestione e dell’asservimento che ne può conseguire. Il personaggio di Adele fa proprie le convinzioni del medico e filosofo tedesco Franz Anton Mesmer per creare la sua “psicoscienza”. Ci vuole parlare delle motivazioni che l’hanno spinta a studiare colui che è stato definito in passato un precursore della psicoterapia?

Mesmer viene considerato, a mio avviso erroneamente, come il precursore della psicoterapia e perfino della psichiatria moderna, quando al massimo lo si può vedere come il precursore delle tecniche suggestive, delle quali peraltro non era nemmeno consapevole, convinto di essere lui, col potere del fluido magnetico delle sue mani, ad agire sugli altri. L’illusione di Mesmer (Castelvecchi, 2014) ha ottenuto molti consensi, ma ha anche allarmato chi vedeva Mesmer in una luce positiva e non invece come andrebbe visto, cioè come colui che mistifica e riporta la magia nella cultura empirista del Settecento. Furono i medici saggi dell’Ottocento a scoprire che si trattava di influenza psicologica e come tale utile per bendisporre il paziente alle cure e nulla più. Lo stesso Freud usò la suggestione nei primi anni di professione, per poi sostituirla con la psicoanalisi, la sua grande scoperta, ossia la scoperta che è possibile far riflettere le persone su se stesse, tralasciando l’alone di mistero e le tecniche magiche, ottenendo così la maturazione delle persone stesse e non il loro perenne bisogno di rivolgersi ai taumaturghi. Adele Lussari, nonostante il secolo che abbiamo alle spalle, continua a spargere mistero e ombre avvolgenti nel terreno della relazione terapeutica, proponendosi come un essere speciale, in nome di una fantomatica “psicoscienza” che ha più a che fare con Scientology che con qualcosa di evidente scientificamente.

 

Nel suo libro le figure di Adele Lussari e Livio Spada sono in contrapposizione come il buio e la luce, la suggestione e l’approccio scientifico, la paralisi e la crescita. Il confronto è brutale e genera un conflitto in cui la donna, che si erge a regina su un podio sopraelevato rispetto agli adepti, viene detronizzata e smascherata da Livio. Quale sarà, secondo lei, il destino di Adele? Si è immaginato un seguito della sua vicenda?

Assolutamente sì. La vicenda ha un seguito e lo sto già progettando e immaginando ampiamente. Anche perché non si tratta solo di fantasia ma di allegoria, ossia del riflesso narrativo di realtà presenti nella nostra società e nel mondo della psicoterapia in particolare. Lo smascheramento di Adele e della sua contorta mistificazione non coincide, purtroppo, con la fine del sistema carismatico da lei innescato. Coloro che si sono alimentati col mito della perfetta “psicoscienziata”, della donna “unica al mondo” e “sana per definizione” non abbandoneranno facilmente il loro mito, che ne illumina le esistenze grame e sostanzialmente mediocri. Insomma, seguaci e discepoli, anche senza la guida cui sono stati devoti per anni, si affretteranno a costruire un luccicante tabernacolo dove rinchiuderne l’essenza. Quindi costruire, intorno al sacrario di quella che fu la sua incontrastata superiorità, una realtà settaria e ben salda nel mantenere i riti e le abitudini inculcate loro dalla “meravigliosa” Adele. Insomma, né la morte né l’assenza di Adele impediranno alla massa da lei indottrinata di “santificarla” e continuare a riunirsi nel mausoleo dei fantasmi (e delle balle colossali) da lei stessa evocati negli anni.

 

Negli interessanti dialoghi tra la protagonista Martha e Livio cerca di tratteggiare un ritratto positivo e corretto di terapia come “relazione”: un rapporto aperto in cui non c’è il terapeuta che detiene e mostra la verità al paziente sprovveduto ma in cui si realizza uno scambio ad armi pari. Il paziente alla fine deve potersi salvare da solo. Martha lo capisce, e si sente pronta per affrontare il mondo. Quando si comprende che una terapia è giunta al termine, così come succede quando si mette la parola “fine” in un romanzo?

La sua è una domanda interessante e degna di chi conosce e apprezza l’arte narrativa. Che fa tutt’uno con l’arte della relazione. Il fine della psicoterapia è la fine della psicoterapia stessa. I veri terapeuti lo sanno e lavorano perché questo momento si avveri, sapendo che non è un momento da cercare a tutti i costi ma arriva da sé come frutto del lavoro psicoterapeutico. Come un limite esistenziale che non si può evitare ma non incombe perché è semplicemente la vita!
Martha ha avuto il coraggio di “uscire fuori”, di rinunciare a certezze condivise con decine e decine di persone. Se fosse vissuta solo cinquant’anni prima, non avrebbe trovato Livio Spada con la sua formazione psicologica e neuroscientifica, merito delle scoperte della scienza che circondano l’inizio del terzo millennio. E invece Livio esiste, e non è un prete né un epigono di Mesmer. Il personaggio di Livio si è formato con le nuove conoscenze in campo psicologico e in campo medico. Livio sa che i fattori comuni della psicoterapia sono tre: l’alleanza terapeutica (ossia il legame affettivo alla pari), l’opportunità di una nuova esperienza emozionale da far vivere al paziente nel setting (per fargli superare i traumi subiti nello sviluppo), l’attività di mentalizzazione (ossia l’apprendimento e la gestione in proprio di una funzione riflessiva finalmente autonoma). I tre fattori hanno però un negativo, rappresentato dalla prassi di Adele Lussari, la quale si muove con l’attitudine oracolare di rivelare una verità non nata dentro la mente del paziente ma dentro quella della stessa Adele, di imporre al paziente il carisma della infallibilità e perfezione della terapeuta, di indottrinare e spingere il paziente verso un modello di personalità astratto, presente nella mente della terapeuta, la quale ne detiene la gestione e la convalida a vita.

 

Trovo molto interessante in La fuoriuscita l’unione del romanzo incentrato sulla psicoterapia con una trama che strizza l’occhio al genere giallo. Ha altre letture di questo tipo da consigliare?

Della commistione tra psicoterapia e giallo non mi sembra ci siano molti esempi. È più facile che il giallo inglobi la psicoterapia, deformando gli psichiatri e gli psicoterapeuti nella banale legge del contrappasso che li vuole più malati dei loro pazienti. Consiglierei invece dei veri libri gialli scritti da un bravo collega psicoterapeuta, Marco Sparvoli (Il canone Pachelbel, Per tutti Nina, Tra gli occhi e il cuore –Alpes Italia), nei quali c’è una bella ambientazione romana e un investigatore protagonista (Commissario Bruno Bruni).

 

Nel romanzo cita i film The Truman Show e Viale del tramonto. In entrambi si sperimenta l’inganno e l’illusione, come accade ai seguaci della Lussari. Nel suo saggio Orientamenti diagnostici in psichiatria e psicoterapia clinica fa ricorso ancora una volta al cinema per spiegare delle patologie mentali. In che misura l’immaginario filmico è di ispirazione per la sua attività di scrittore?

Moltissimo! A un certo punto, non distinguo più il cinema dalla letteratura, anche se la scrittura ha la sua importanza. Tuttavia, per aver svolto nei miei anni giovanili un corso di sceneggiatura con Age (il grande Agenore Incrocci, sceneggiatore di tantissimi film della commedia all’italiana come La grande guerra e C’eravamo tanto amati ndr), Furio Scarpelli, Ettore Scola ed Ennio De Concini, credo che la scrittura possa rappresentare la struttura del cinema. Il regista, poi, usando le immagini rende la scrittura “bozza” del vero prodotto finale che scorre sotto i nostri occhi con ventiquattro fotogrammi al secondo. Essendo così intricata la commistione tra cinema e letteratura, credo che noi tutti scrittori nati in epoca cinematografica pensiamo e scriviamo per immagini e siamo influenzati dal cinema e dalla letteratura a giorni alterni.

 

Il terapista fa un lavoro che somiglia a quello dell’editor. Ha davanti un materiale da comprendere e su cui intervenire per restituirlo nella sua forma migliore. Pensa che essere uno psichiatra la avvantaggi nel mestiere di scrittore?

Sì, nel senso che per raccontare vicende umane credibili ci devi essere stato dentro non solo in prima persona ma anche per interposta persona, ascoltandone e vivendone le emozioni e gli affetti. Ricordo che Age ci raccontava che per esercitarsi nell’arte della sceneggiatura, lui e i suoi amici sceglievano delle persone a caso e le seguivano per strada, immaginando in base ai loro comportamenti storie e vicende inventate. Ebbene, uno psichiatra e psicoterapeuta non ha bisogno di fare ciò, in quanto può approfittare di un’infinità di memorie esplicite dei suoi pazienti ma soprattutto di memorie implicite, ossia di emozioni suscitate in lui dalle vite umane rivelate e illuminate nel setting della cura.

 

Sta lavorando su una nuova storia ha detto. Vuole darci qualche anticipazione?

Ho in mente il secondo volume dopo La fuoriuscita. Non proprio un sequel ma una serie di vicende scaturite da quanto esposto nel primo volume. Il piacere di veder vivere i personaggi di La fuoriuscita (e le domande che mi fate lo rendono possibile) dà luogo a un prosieguo naturale della storia. Quest’ultima si presenta prima in modo emozionale e piano piano prende forma in modo filmico, delineando la trama. La scrittura invece so già che sarà una sofferenza, non nel senso del dolore ma dello sforzo di rendere intellegibile e chiaro il processo narrativo nato nel soggetto abbozzato e “sognato” dentro di me. Però mi sento un po’ avvantaggiato, in quanto mi sembra di potermi riferire allo stile del primo libro, per cui avrò buon gioco a riprenderlo e usarlo come registro narrativo dominante anche per il seguito.

 

(Giuseppe Lago, La fuoriuscita, Alpes Italia, 2017, pp. 275, euro 19)