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Libri

Un’inchiesta coraggiosa sulle doppiezze di un partito votato al puro potere

Su “Il libro nero della Lega”
di Giovanni Tizian e Stefano Vergine

di Paolo Ortelli / 16 settembre

Archiviate, almeno momentaneamente, le sparate quotidiane dell’ex ministro dell’Interno, è un buon momento per riflettere sull’ascesa di Salvini e sulla metamorfosi di un partito passato senza apparenti scossoni interni dal secessionismo al sovranismo (neologismo, peraltro, che si presta a un uso pretestuoso). Una prima, indispensabile lettura può essere Il libro nero della Lega (Laterza, 2019) che ha fatto parlare i quotidiani di tutto il mondo per aver sollevato con largo anticipo lo scandalo Russiagate.

L’insediamento del nuovo governo Conte a tinte giallo-rosse è infatti una delle poche certezze con cui ci abbia lasciato questa pazza crisi agostana. Un’altra è la fine del mito dell’infallibilità di Matteo Salvini. Che siano da attribuirsi a un eccesso di hybris, a un colpo di sole o a un azzardo consapevole, gli errori di calcolo in cui è incorso il leader leghista invocando pieni poteri dalla spiaggia del Papeete sono evidenti, come sono evidenti i mal di pancia nel suo partito e tra i suoi alleati internazionali.

Eppure sarebbe un errore convincersi che la sua parabola politica sia ormai in fase calante. Se non altro perché, come ha prontamente fatto notare Marco Revelli, i «“salti in avanti” del consenso per Salvini» in quest’anno di governo con i Cinquestelle «coincidono quasi perfettamente con le sue esibizioni di maggior “scorrettezza” e di più ostentata disumanità», e perché dopo l’implosione della maggioranza giallo-verde i sondaggi registrano un arretramento della Lega solo di pochi punti percentuali. D’altra parte, il populismo prospera nella cronica inefficienza e perdita di credibilità – insomma nel «vuoto» – della politica tradizionale, e se il Conte-bis si risolverà in un semplice ritorno alla normalità presto o tardi la Lega tornerà all’incasso.

Il libro nero della Lega, inchiesta dei cronisti dell’Espresso Giovanni Tizian e Stefano Vergine, è un esempio del miglior giornalismo in stile anglosassone, per la capacità di scavare a fondo portando alla luce notizie di prima mano, senza mai perdere la visione d’insieme, e per il lavoro certosino su una miriade di fonti diverse (tutti i documenti più importanti sono riprodotti in appendice).

La prima parte è dedicata agli ormai famosi 49 milioni che la Lega deve restituire allo Stato. Accertate le gravissime violazioni della gestione Bossi sull’uso dei soldi pubblici (che in appello valsero al Senatur e all’ex tesoriere Belsito la condanna per il reato di truffa, prescritto in Cassazione), la magistratura ha imposto la confisca dei rimborsi elettorali ricevuti dalla Lega Nord tra il 2008 e il 2010. Ma nelle casse del partito, passato nelle mani di Maroni prima e di Salvini poi, sono stati ritrovati e sequestrati soltanto 2 milioni. «Non ho mai visto quei soldi», ha dichiarato a più riprese l’attuale segretario, precisando che comunque sono stati spesi in attività politiche. Tizian e Vergine sostengono però il contrario: la Lega avrebbe spacchettato le proprie risorse finanziarie facendole confluire nelle casse di suoi organismi regionali (probabilmente creati ad hoc), in società riconducibili al partito quali Radio Padania o l’associazione Più Voci e – così è convinta la procura di Genova, che ancora prosegue le sue indagini – in strani maxi-investimenti in Lussemburgo.

La seconda parte è dedicata alla “conquista del Sud”: la Lega, dopo aver tolto le parole «Nord per l’indipendenza della Padania» dal proprio nome e simbolo, non si è fatta scrupolo di reclutare alla causa politici meridionali riciclati dal vecchio ceto democristiano, dall’estrema destra missina o tra gli uomini vicini a politici condannati per gravi reati come Raffaele Lombardo, Giuseppe Scopelliti o Nicola Cosentino. In alcuni casi, persino da ambienti contigui alla mafia o alla ’ndrangheta. Leggendo di questi personaggi in cerca d’autore, già rimasti orfani dei tradizionali referenti berlusconiani, riecheggiano in maniera sinistra, come ben notano gli autori, le vecchie tesi dell’ideologo della Lega bossiana Gianfranco Miglio, secondo il quale esisteva «un clientelismo buono» da cooptare e istituzionalizzare.

La terza parte del libro è dedicata ai rapporti tra la Lega e la Russia. Dopo una serie di ammiccamenti, nel 2017 tra il Carroccio e il partito di Putin Russia Unita è stato formalizzato un accordo di «cooperazione e collaborazione». La rivelazione di Tizian e Vergine è la trattativa che sarebbe stata avviata (non si sa se conclusa) per finanziare il partito di Salvini con soldi russi in vista delle elezioni europee di maggio 2019: la loro ricostruzione dei fatti è stata ampiamente confermata lo scorso luglio, tra i clamori del mondo politico e dei giornali di tutto il mondo, dal sito di informazione americano Buzzfeed, che ha pubblicato gli audio di un incontro all’Hotel Metropol di Mosca tra Gianluca Savoini, presidente dell’associazione Lombardia-Russia che, malgrado tardive smentite, gestiva i rapporti tra la Lega e Mosca, e uomini russi vicini al ministro dell’Energia e vicepremier Dmitrij Kozak. La riunione è avvenuta il 18 ottobre 2018, mentre Savoini era a Mosca al seguito di un Salvini impegnato in vari incontri con imprenditori italiani ed esponenti del governo putiniano.
Nella conversazione registrata si discute di una fornitura all’ENI di 3 milioni di tonnellate di gasolio da parte della compagnia di Stato Rosneft con uno sconto del 4 per cento sul prezzo di mercato, allo scopo di accantonare 65 milioni per finanziare la campagna della Lega. La contropartita sarebbe di natura politica: l’avvicinamento dell’Italia a Putin, ovviamente a danno della tradizionale partnership con Washington e Bruxelles.

Su quest’ultimo punto, sembra riduttiva la visione degli autori secondo cui la Lega, in perenne necessità di denaro a causa delle vicende giudiziarie legate ai rimborsi elettorali, si sarebbe prestata a divenire una pedina di Putin e della sua politica estera volta a destabilizzare l’UE e le democrazie continentali. Salvini ha avuto modo più volte di dichiarare che «Putin è un grande, lo penso gratis»: se anche togliamo dalla frase la parte che il libro sostiene essere falsa – la parola «gratis» – non sarebbe meno allarmante. Non è solo una questione di finanziamenti occulti, né di un semplice riposizionamento eretico in politica estera. La Russia connection che unisce a Putin la Lega e un po’ tutta l’estrema destra europea, dal Rassemblement National di Marine Le Pen all’AFD tedesca, implica l’adesione a un modello che in vent’anni di governo autoritario in salsa tradizionalista ha trasformato la Russia in gigante politico-militare e nano economico, tanto efficace nel proiettare potenza nello scacchiere internazionale quanto incapace di garantire alla stragrande maggioranza dei suoi cittadini decorosi standard di vita materiale e sociale. Lodare Putin è una palese contraddizione politica per un partito che si propone come rappresentante delle istanze popolari contro le élite.

Ed è proprio qui il limite del libro di Tizian e Vergine, che il titolo e il formato gonfiato ambiscono a proporre come una rassegna approfondita, ma che nonostante il coraggio e il rigore metodologico con cui è stato scritto manca di una prospettiva storica e analitica. Il libro nero della Lega porta alla luce molte delle attuali doppiezze di un partito votato al puro potere, guidato da un leader spregiudicato ed estremista. Ma nel “vero” Libro Nero della Lega (Nord), se mai sarà scritto, non potrà mancare una riflessione sulle contraddizioni di natura più politica e ideologica, come anche sulle linee di continuità e discontinuità di un partito passato quasi con nonchalance dall’autonomismo nordista al nazional-sovranismo xenofobo. Ecco allora qualche spunto per i politologi e gli storici che vorranno cimentarsi:

– A ben guardare, la doppiezza è un tratto costitutivo della Lega fin dall’epoca bossiana. Berlusconiana di governo nel ’94, poi ferocemente antiberlusconiana (con tanto di accuse di mafia lanciate dalla prima pagina della Padania). Federalista, poi secessionista, poi di nuovo federalista ma con toni più timidi, salvo qualche «Roma ladrona» gridato rigorosamente dopo essere usciti dai corridoi dei ministeri romani. E che dire delle posizioni sull’Europa? Pochi ricordano le oscillazioni di Bossi a proposito del processo di unificazione, esaltato in chiave antistatalista per poi passare all’attacco, non senza qualche esitazione, dei burocrati di Bruxelles, mentre al parlamento europeo potevano scatenarsi personaggi come Mario Borghezio (noto per il suo malcelato razzismo e per aver arringato giovani neonazisti francesi suggerendo loro di mimetizzarsi in partiti regionalisti). Più sorprendentemente, oggi pochi parlano delle tensioni interne alla Lega di Salvini in materia economica, tra le dichiarazioni anti-sistema che hanno fatto presa anche al Sud e le tradizionali richieste del Nord liberista (insomma: tra l’ala sovranista di Borghi e Bagnai e l’ala nordista-confindustriale di Giorgetti e Zaia, tra gli afflati nazionalisti e le prospettive di allargamento delle autonomie regionali).

Si potrebbe allora scorgere proprio nella doppiezza una delle linee di continuità fra la Lega di oggi e quella del passato. Una peculiare ambiguità che, finché non si tratta di governare (magari per più di un anno), non rappresenta un limite ma al contrario un meccanismo vincente per la raccolta del consenso: come nota il politologo Fabio Armao, infatti, il populismo leghista «fa riferimento a una comunità talmente indefinita (la gente comune, il popolo) da non aver neanche bisogno di essere “immaginata” e, tanto meno scelta: è la mancanza di attributi e specificazioni che permette a chiunque di sentirsene parte».

– La vera essenza della Lega, in tutta la sua storia, sembra dunque il populismo di destra, cucinato in salsa secessionista tanto quanto sovranista. Il restyling salviniano può essere visto come un uovo di colombo populista: perché non estendere su scala nazionale le stesse retoriche identitarie e le stesse operazioni di costruzione del nemico già sperimentate per anni al Nord, spostando l’obiettivo polemico dal Sud clientelare e fannullone sugli immigrati e i burocrati di Bruxelles? La chiave interpretativa del populismo di destra appare più calzante rispetto a quella del nazionalismo se oltretutto si riflette sul fatto che Salvini non promette di restituire grandezza all’Italia, ma invoca: «prima gli italiani».

Italiani intesi non come comunità nazionale, né come popolo omogeneo capace di riconoscersi in valori comuni, ma come somma di individui operosi e onesti accomunati dall’oppressione fiscale dovuta ai diktat europei, dalla minaccia ai salari e alla sicurezza posta dall’immigrazione, da un generale senso di abbandono. In altre parole, la rivendicazione della sovranità si riferisce più al generico popolo cui sarebbe stata sottratta, che non allo Stato-nazione di cui è prerogativa. Non occorre nemmeno definire un discorso nazionalista, perché non c’è nazione, tanto meno patria, nel sovranismo salviniano.

– Si ha l’impressione che raramente l’elettorato si aspetti dalla Lega soluzioni efficaci ai propri problemi: sembra piuttosto accontentarsi di sentirsi ascoltato nei propri malesseri e rancori. Ancora una volta: il populismo di destra imperversa nel vuoto di una politica che ha ormai culturalmente e istituzionalmente interiorizzato il principio TINA (there is no alternative). Prendendo spunto dal recente libro di Revelli La politica senza politica (Einaudi), possiamo dire che il rapporto con l’elettorato non viene più impostato sulla rappresentanza (fare gli interessi dei rappresentati), ma sulla rappresentazione (far identificare i rappresentati in un discorso o in un leader a prescindere dalla concretezza ed efficacia delle azioni che ne discendono), grazie all’uso efficace dei social network (la cosiddetta Bestia), i quali permettono una comunicazione disintermediata con i cittadini. La politica diviene performance, messa in scena di pose discorsive tanto agguerrite quanto vuote. Il paradosso è che il populismo di destra si giova della propria inutilità: i problemi non vengono risolti, e persistendo alimentano il rancore di cui si nutre il populismo, in un circolo vizioso.

– «Prima gli italiani, nella fattispecie prima i rosarnesi». Nel libro di Tizian e Vergine spunta questa dichiarazione con cui un navigato politico calabrese spiega le ragioni del proprio passaggio alla Lega. Una frase emblematica di un’altra dimensione fondamentale del populismo leghista: quella territoriale. Le mappe della distribuzione dei voti elettorali mostrano chiaramente che la frattura tra centro e periferia (intesa come sobborghi urbani ma anche come provincia) è tornata decisiva. Le ragioni non sono solo culturali, ma anche e soprattutto economiche; basti guardare ai differenziali dell’andamento del PIL pro capite tra grandi città e città medio-piccole. Ecco perché tra una diretta Facebook e una foto su Instagram, da anni Salvini – armato di un vasto guardaroba di felpe – gira l’Italia soffermandosi in particolare nelle cittadine, nelle campagne, nei capoluoghi più decentrati, senza smettere nemmeno da ministro dell’Interno. È in periferia e in provincia che si annidano il disagio e le scorie della crisi economica, il rancore e il senso di abbandono, terreno di coltura del populismo. Ed è lì che Salvini ha concentrato i suoi sforzi di propaganda, ricorrendo alla carta del campanilismo (ecco uno dei tratti dell’identità italiana) nel solito gioco populista della rappresentazione che si sostituisce alla rappresentanza.

– Qual è, in definitiva, il vero orizzonte socio-politico della Lega? L’economista Stefano Palombarini lo riassume ricorrendo a un’espressione efficacissima, «liberismo autoritario». Ossia: riprendiamo le leve della sovranità economica e ribelliamoci ai vincoli al rapporto deficit/PIL, ma per fare la flat tax. Una politica economica folle che l’ex capoeconomista del Fondo Monetario Internazionale Olivier Blanchard ha definito «espansione fiscale restrittiva»: sforare i parametri di spesa imposti dal Fiscal compact al fine di ridurre le tasse ai ricchi, con un effetto negativo sull’economia nel suo complesso. Possiamo dunque collocare la Lega all’ala destra del neoliberismo, con cui condivide la sconcertante abitudine alla lotta di classe al contrario: togliere ai poveri per dare ai ricchi. Aggiungendo un elemento ancor più sconcertante: il consenso elettorale degli stessi poveri, delusi dal tradimento delle sinistre che avrebbero dovuto rappresentarli. Le retoriche xenofobe e populiste di Salvini stanno riuscendo nel capolavoro di restituire alla destra italiana i tradizionali livelli di consenso, sostituendo il sostegno della grande industria, che ormai si affida al PD, con quello dei ceti popolari. Nel segno dell’immortale gattopardismo italiano.

Mentre tiriamo un sospiro di sollievo nel vedere Salvini (momentaneamente) disinnescato, c’è da auspicare che Il libro nero della Lega sia un punto di partenza per una battaglia culturale ormai ineludibile contro il populismo di destra, da combattere senza snobismi e senza limitarsi all’indignazione social.

(Giovanni Tizian e Stefano Vergine, Il libro nero della Lega, Laterza, pp. 336, 18 euro, articolo di Paolo Ortelli)