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Cinema

Il mondo è più grande della nostra testa (?)

Su “Sto pensando di finirla qui” di Charlie Kaufman

di Emanuele Pon / 23 settembre

Per avvicinarsi a Sto pensando di finirla qui, ultimo film scritto e diretto da Charlie Kaufman, occorre porre ai blocchi di partenza due domande. La prima è esplicita: chi è Charlie Kaufman? Charlie Kaufman è chi decide di essere a seconda di ciò su cui sta lavorando ma, contemporaneamente, è sempre la stessa persona. Una persona, non c’è dubbio, stramba agli occhi dei più, che di quella stramberia ha fatto il suo marchio di fabbrica declinandola in modi sempre inattesi e più o meno geniali, da Essere John Malkovich (1999) a Synecdoche, New York (2008), passando per il notissimo Se mi lasci ti cancello (2004).

Titoli iconici, che ci hanno insegnato cosa aspettarci da Kaufman e, allo stesso tempo, che da Kaufman possiamo aspettarci di tutto.
La seconda domanda da cui partire è quella, implicita, che aleggia su tutto il film, insieme alla neve incessante che ne è uno dei bassi profondi. «C’è solo una domanda», dice una misteriosa voce fuori campo: non conosceremo né la domanda, né tantomeno chi l’ha posta.

Ecco che, da subito, Sto pensando di finirla qui ci richiama all’azione: esige da parte nostra un ruolo attivo, non di fruizione passiva – in attesa che qualcuno ci spieghi come vanno le cose o che ci dica di stare tranquilli e di goderci lo spettacolo, come nel recentissimo Tenet di Nolan – ma di interpretazione, lettura e partecipazione. Va da sé, questo non è il modello di cinema cui siamo abituati: tutto questo ci spiazza, costringe alcuni di noi a interrompere la visione, a difendersi con l’indignazione o con una risatina isterica.

Non si deve biasimare nessuno, in questo senso: sono fondate le tante definizioni anche negative che vengono date del cinema e della poetica di Kaufman. “Intellettuale”, “snob”, “arrogante”: tutto vero, forse più che mai in Sto pensando di finirla qui. Ci sono, tuttavia, degli autori che su queste parole hanno costruito la loro forza, che in un certo senso si fidano del pubblico a tal punto da disturbarlo programmaticamente. David Lynch, Lars Von Trier, il nostro Charlie Kaufman, ecco cosa hanno in comune: il cinema è azione bilaterale, atto/patto condiviso da entrambe le parti dello schermo, non puro intrattenimento, e non ci sono compromessi.

Il senso di Sto pensando di finirla qui è tutto in quella domanda non posta, nei silenzi e nei vuoti da riempire che essa crea: cosa vorrà dire quella voce? “Chi siamo”? “Dove andiamo”? “Perché”? Non c’è una risposta giusta, non c’è una risposta sbagliata: così funziona la mente umana, così funziona questo cinema che la filma.

Ma quindi di cosa diavolo parla Sto pensando di finirla qui?
Lucy (Jessie Buckley) è una studentessa di virologia; da circa un mese e mezzo frequenta Jake (Jesse Plemons), e i due stanno compiendo uno dei canonici “passi avanti” di coppia: Jake sta portando Lucy a conoscere i suoi genitori, che abitano in campagna. Lucy è consapevole della presunta importanza dell’evento, e forse è proprio questo che fa crescere in lei l’idea di chiudere la relazione. Finirla qui.

A questo punto tutto ciò che c’è di strano, di non lineare nel film – e cioè tutto il film, da qui in avanti – fa il suo ingresso. Un ingresso non trionfale e strombazzato ma sommesso, ritmato, morbido, come l’inverno che arriva attraverso la neve che cade. Questa nevicata accompagnerà tutto il viaggio di Lucy e Jake, all’andata e al ritorno, fino alla fine: una neve allegorica, che simboleggia il film e la mente umana, arrivando piano per trasformarsi a poco a poco in una bufera che copre tutto il resto.

La neve è correlativo oggettivo del pensiero o, ancora meglio, di ciò che sta in maniera bruta dentro la nostra testa, che è a sua volta il contenuto del film. È così che Sto pensando di finirla qui cessa di essere un film “normale”, che lo spettatore possa confinare entro limiti concettuali di sorta, per diventare un viaggio onirico, surrealista e visionario all’interno della psiche umana.

Fa la sua comparsa sulla scena, a questo punto, la più grande influenza per così dire “strutturale” del film, che non è tanto il cinema, quanto il teatro. Sto pensando di finirla qui inizia, a partire dal lunghissimo dialogo di Lucy e Jake in macchina, ad assumere la forma di una pièce teatrale: i due attori assumono registri comunicativi e linguistici diversi, come se interpretassero ogni volta un differente ruolo sul palco. Lucy può così diventare poetessa e, dopo qualche reticenza («non sono pronta a esibirmi qui», dirà: la macchina, becero elemento di realtà quotidiana, diventa davvero un palcoscenico), recitare una poesia che scopriremo non essere sua, guadagnandosi i complimenti di Jake, che a sua volta cita William Wordsworth e i suoi Lucy Poems.

Il primo atto di questo dramma dell’assurdo cinematografico si conclude con l’arrivo alla casa dei genitori; dalle reminiscenze beckettiane, forti e chiare nel paesaggio allucinato di una strada senza destinazione e senza nome, si passa all’influenza di Eugene Ionesco. La casa-fattoria dei genitori di Jake assume i contorni di un ambiente non spettrale ma sicuramente inquietante, dove «la vita può essere brutale», perché gli agnelli che muoiono vengono lasciati a congelare e i maiali vengono mangiati vivi dai vermi senza che nessuno se ne accorga, per poi essere serviti a cena con orgoglio («stasera tutti prodotti della fattoria»).

È proprio entro queste mura domestiche che Sto pensando di finirla qui scopre definitivamente le sue carte: la madre e il padre di Jake (i bravissimi Toni Colette e David Thewlis) sono due personaggi che incarnano proprio il grottesco estetico, brutti, trasandati, sghembi e pieni di tic. Il resto lo fa la scrittura di Kaufman, che dà vita a un ibrido tra horror e commedia surrealista d’interni, muovendosi tra i classici haunted-house movies e i film di Buñuel: grazie a questa atmosfera capiamo che ciò che viene narrato non sta succedendo.

Lucy perde il suo nome, la sua identità sfuma, ma noi spettatori, dal punto di vista narrativo, assumiamo ancora il suo punto di vista: è per questo che, a metà del secondo atto, il film impazzisce e perde il controllo, proprio come lei, proprio come noi, che cominciamo a mettere in pausa disorientati.

Chi è Lucy/Louisa/Lucia? Non lo sapremo mai, non lo sa nemmeno lei, ma d’un tratto cessa di essere importante. Ciò che conta davvero, adesso, è «il tempo che passa attraverso le persone, come il vento»: è questo che Kaufman fa scorrere attraverso gli occhi e i gesti della giovane studentessa/infermiera/cameriera, che vede i genitori di Jake in vari momenti della loro vita. Non vediamo uno spazio reale, assistiamo piuttosto alla spazializzazione, alla visualizzazione del tempo, o almeno di una percezione di esso, del tempo di una mente. Ma la mente di chi? Di Jake: eccolo (forse) il vero protagonista!

Così comincia il terzo atto di Sto pensando di finirla qui: il viaggio di ritorno nella notte spazzata dalla bufera. Anche questa volta, come all’andata, la macchina è teatro del tentativo di verbalizzare il proprio inconscio senza freni, una sorta di stream of counsciousness di joyciana memoria in cui Lucy/Louisa/Lucia si trasforma in critica cinematografica e recita (letteralmente, guardate qui) una recensione di Una moglie di John Cassavetes, e in cui Jake monologa a proposito di Guy Debord e David Foster Wallace. Di nuovo un viaggio interminabile, rotto nella sua monotonia però dalla sosta in una gelateria che sembra (è?) uscita da un altro tempo. Si riparte, con un’altra oggettificazione del grottesco: due gelati da mangiare durante la tormenta di neve.

All’altezza del quarto atto il film, ormai decisamente esploso in mille pezzi come la mente di Lucy/Louisa/Lucia, quella di Jake e la nostra, si rivolge su sé stesso, e ci riporta a qualcosa che ci ha accompagnato per tutta la sua durata senza che noi ce ne accorgessimo. Sì, perché chi era quel bidello che abbiamo visto per tutto il tempo in un montaggio alternato rispetto al viaggio dei due giovani?
Siamo finiti con la macchina di Jake davanti al suo ex-liceo: un bidello, una scuola con un pick-up parcheggiato nella neve, avremo sicuramente delle risposte!

Sto pensando di finirla qui si fa apertamente beffe (in maniera anche, va riconosciuto, potenzialmente molto indisponente) di quelli, tra noi, che ancora a questo punto pensano che avranno delle risposte: verranno messi K.O. dal finale.

La verità è che non c’è un senso nel tempo, nell’invecchiare, nel perdere la memoria, nell’assistere alla degradazione e al decadimento del proprio corpo e del proprio cervello, o di quello di qualcun altro; non c’è un senso nella speranza, che è quella cosa che gli uomini si sono inventati per far fronte alla consapevolezza che un giorno moriranno tutti; non c’è un senso nel voler lasciare una traccia imperitura nel mondo, e quindi nel voler essere all’altezza delle aspettative che gli altri hanno di noi; non c’è un senso nel guardarsi da fuori e giudicarsi in base alla quantità di aspettative rispettate, di premi ricevuti, di oggetti posseduti, di livelli superati, di obiettivi conseguiti; non c’è un senso nel guardare un film e nell’esserne rapiti tanto da rimanere con gli occhi fissi oltre i titoli di coda, nella certezza amara che la vita non è come nei film; non c’è un senso nel guardare questo film, che non ha un senso, ma li ha tutti quanti.

In tutto questo non c’è un senso, ma lo facciamo lo stesso. Perché lo facciamo? Perché abbiamo una mente e una coscienza, purtroppo o per fortuna. E il risultato è il pensiero più umano e anti-umano che ci sia: Sto pensando di finirla qui.

Ecco perché Kaufman è così geniale, ecco perché disturba così tanto, ed ecco di cosa ci parla: non di Lucy e della sua interiorità, non di Jake e delle sue debolezze, ma di due menti che possono essere le menti di tutti. Dalla nascita ai vermi nascosti sotto la pancia, che ci mangiano vivi senza che nessuno se ne accorga.

(Sto pensando di finirla qui, Charlie Kaufman, 2020, drammatico, 135’)

 

LA CRITICA - VOTO 9/10

Sto pensando di finirla qui parla del viaggio di Lucy e Jake. Del viaggio di Lucy. Del viaggio di Jake. Di Lucy. Di Jake. Del viaggio. Di te, di me, di noi, del senso, un po’ di tutto. Un altro ritratto in movimento della mente umana, dei suoi mostri, del suo tempo e del suo linguaggio (ammesso che ci siano, o che ce ne sia uno per tutti), a opera del visionario scrittore/produttore/regista Charlie Kaufman. Genio e follia sono serviti.