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Guerra, bibliofilia e mal di denti

A proposito di “Ferrovie del Messico” di Gian Marco Griffi

di Claudio Bello / 28 novembre

Ferrovie del Messico di Gian Marco Griffi, pubblicato all’inizio dell’estate da Laurana Editore, si è imposto velocemente come uno dei più sorprendenti romanzi italiani degli ultimi tempi – e come il caso letterario dell’anno della piccola e media editoria nostrana. Il libro è sembrato fin da subito possedere il fascino contraddittorio di alcuni oggetti di culto (quello di un giocattolo impolverato trovato in soffitta, i cui ingranaggi risultino intellegibili; quello del vecchio vinile che gracchia e pare cantato in un alfabeto sconosciuto; quello di un libro perduto nell’incendio della Biblioteca di Alessandria). Ferrovie del Messico è accessibile ed esoterico, antico e postmoderno, buffo e straziante. Romanzo e antiromanzo.

Poiché qui si sta parlando in primis di un oggetto, è doveroso partire dalla sua mole: Ferrovie del Messico è un libro grosso, fisicamente ingombrante, un monolite bianchissimo (che pure possiede una paradossale leggerezza, quando lo si tiene nel palmo di una mano: lievità forse concessa per grazia dalla Madonna con teschio in copertina). La dimensione materiale, insomma, testimonia da sola l’ambizione. In un passaggio nodale di 2666 di Roberto Bolaño – un nome che ritornerà nel corso di questo articolo – un personaggio si lamenta del fatto che i lettori preferiscano i libri brevi e perfetti a quelli enormi, molteplici e appunto imperfetti (Bartleby a Moby Dick, per fare un esempio): «In altre parole, vogliono vedere i grandi maestri tirare di scherma in allenamento, ma non vogliono saperne dei combattimenti veri e propri, quando i grandi maestri lottano contro quello che ci spaventa tutti, quello che atterrisce e sgomenta, e ci sono sangue e ferite mortali e fetore». Ecco, il romanzo di Griffi è una battaglia campale, per rimanere nel gergo militare, un romanzo lungo, spudoratamente lungo (sulle 800 pagine), e pieno zeppo di personaggi; in una parola, «enciclopedico», come lo definisce giustamente Marco Drago nella postfazione. In questo, i modelli – i «grandi maestri» bolañiani – che si possono accostare all’autore sono tanti: il citato scrittore cileno, ovviamente, e poi Pynchon, Vollmann e in generale i postmoderni americani, Littell, se si pensa a Le benevole, i grandi romanzieri sperimentali di inizio Novecento e, perché no, a tratti anche quelli massimalisti dell’Ottocento – questo però, va detto, è un romanzo fortemente novecentista, nel senso che trasuda nostalgia nei confronti del secolo breve, delle sue sanguinose traversie e dei suoi angosciati interpreti.

Il romanzo è ambientato principalmente in Piemonte, ad Asti, nel 1944, ed è una storia di guerra, resistenza, amore e letteratura. Siamo nella Repubblica di Salò, e Cesco Magetti, il protagonista, milite della Guardia nazionale repubblicana ferroviaria, è un giovane molto poco convinto del proprio fascismo, parecchio idealista ma precocemente disilluso. Nelle prime pagine gli viene assegnato un compito assurdo, che pare provenga dalle più alte sfere delle istituzioni naziste: compilare una mappa dettagliata delle ferrovie del Messico. Il fatto è che all’epoca il Messico era un luogo tanto lontano da sembrare leggendario, figurarsi le sue ferrovie. Cesco è spiazzato, non ha molte idee su come adempiere agli ordini; gli viene in soccorso la bibliotecaria della città, la bella e folle Tilde – di cui lui si innamora all’istante –, che lo informa dell’esistenza di un misterioso libro, Historia poética y pintoresca de los ferrocarriles en México, di un certo Gustavo Adolfo Baz, che potrebbe aiutarlo ma che risulta però in prestito. Comincia allora per il giovane un girovagare caotico per Asti, alla ricerca del libro che pare essere passato per mille mani e adesso non volersi in nessun modo far trovare.

Cesco è l’eroe romanzesco contemporaneo per eccellenza: vaga per la città cercando qualcosa che forse neanche esiste, e al contempo riflette instancabilmente, si affligge, si interroga sulla politica, sull’arte, sul futuro; si dà dello stupido e poi si esalta; ama disperatamente e senza essere ricambiato; di pratico, però, combina ben poco. Tornando al discorso sul romanzo novecentista, si potrebbe insomma affermare che Cesco è un inetto, e la sua inettitudine è rappresentata da un dettaglio marginale ma proprio per questo risolutivo (come per lo Zeno di Svevo lo era la sigaretta): il mal di denti, di cui il ragazzo soffre terribilmente e che non vuole farsi curare, essendo terrorizzato dai dentisti (nota a margine: sarebbe interessante fare un campionario di dentisti e mal di denti in letteratura o nel cinema; a me viene in mente solo il film Il maratoneta, dove Dustin Hoffman veniva torturato da un dentista nazista). Per tutto il corso del romanzo Cesco, disperato per il lavoro, per l’amore e per gli amici perduti negli angoli più oscuri dell’Europa in guerra, continua imperterrito a soffrire per i suoi denti e a non farseli curare. Sul finale si chiarirà come quel dolore del corpo sia simbolo di una ferita più profonda, spirituale, ma la paura di Cesco, anche presa nella sua infantile e fisica banalità, riesce da sola a dare spessore al personaggio, a fissarlo nella mente – e nel cuore – del lettore.

Cesco è però solo il cuore di una ragnatela ingarbugliata – uno gnommero di gaddiana memoria – composta di una mirabolante quantità di storie, personaggi, racconti, scenette, enigmi, proclami e follie varie. Griffi si dimostra abilissimo nell’arte incantatoria della divagazione, che è la parola chiave per cogliere lo spirito di Ferrovie del Messico. La trama di questo romanzo-antiromanzo è deformabile, aperta in più punti, mobile. Da una cosa – un episodio, una personalità, un dettaglio – può venirne fuori qualunque altra: un excursus sulle regole del gioco del golf può sfociare così nella descrizione di un bombardamento, e la vita coniugale di Hitler in una disamina sull’eccesso di anglicismi. E poi ci sono i personaggi, tanti, variegati e misteriosi: sono poeti, partigiani, fascisti, viaggiatori, agenti segreti, prostitute, preti, cartografi, becchini, costruttori di ferrovie e altro ancora. La quarta di copertina (bellissima, la trovate qui. Leggetela con piacere, perché il lavoro di scrivere quarte è tra i più delicati del mondo e viene sempre ingiustamente tralasciato) è costituita di un lungo elenco dei personaggi più importanti, che riempie tutte e due le bandelle, e testimonia la pluralità dei caratteri – e delle vicissitudini – in gioco. Ferrovie del Messico è pura letteratura potenziale, esempio di non-finito (e quindi di infinito); è un libro fatto di scatole cinesi che potrebbe anche non concludersi mai, come spiega Marco Drago, in cui c’è sempre un’ulteriore storia che da un momento all’altro salterà fuori a scombinare i piani.

Una combinatorietà di destini e piani di lettura tanto libera e sfrenata evidenzia bene il carattere di gioco del romanzo – “gioco” inteso sia nel senso più intellettuale e postmodernista del termine, sia in quello fanciullesco di schietto divertimento e gusto della lettura. E questo sebbene uno dei temi principali di Ferrovie del Messico sia il luogo per eccellenza del tragico: la guerra. Griffi dimostra infatti una delle più grottesche leggi della narrazione: quando viene utilizzato per raccontare una catastrofe, il tono comico funziona sempre alla perfezione. Il resoconto della Seconda guerra mondiale oscilla tra l’esilarante e l’orrorifico, l’assurdo e il drammatico: è un libro, questo, che fa ridere per lunghi tratti, e che in altri fa piangere. All’epica – e la Resistenza è ovviamente la maggiore fonte di epos della letteratura contemporanea italiana – si aggiunge la commedia; e quindi, accanto a Fenoglio, che è la fonte di ispirazione maggiore visti argomento e luoghi, va citato anche Joseph Heller e il suo Comma 22. Come per lo scrittore americano, per Griffi la guerra e la sua burocrazia sono le espressioni maggiori e più drammatiche della stupidità umana, e come tali vanno raccontate, alla stregua di un disperato romanzo dell’assurdo. Commuoversi e ridere sono allora i due antidoti al nichilismo: «Essere lirici e ironici è la sola cosa che ci protegge dalla disperazione assoluta».

Comicità e tragedia, dunque, divagazioni e inettitudine. Manca però l’ingrediente principale di Ferrovie del Messico, il collante di questo bizzarro groviglio. Si tratta della letteratura, o meglio Letteratura, con la L maiuscola. Ed ecco che si ritorna a Bolaño, che è, probabilmente, il più importante modello di Griffi. Già il titolo, con quell’esplicito richiamo al Messico e al tema del viaggio, strizza subito l’occhio ai cultori dell’autore cileno (e in generale agli appassionati di letteratura latinoamericana). Oltretutto, uno dei personaggi dei Detective selvaggi – Arturo Belano, alter ego dello scrittore – compare in un breve passaggio di Ferrovie. Ma ciò che accomuna di più Griffi e Bolaño è che gli universi letterari di entrambi sono dominati dalla Letteratura. In che senso dominati? Per dirla in modo chiaro: nei loro romanzi la Letteratura è molto più importante di quanto non lo sia nel mondo reale; lì le persone, più o meno tutte, parlano costantemente di libri, ci sono poeti e poesie sparsi in ogni angolo del globo, e qualunque banale attività diviene metafora del processo letterario (uno dei capitoli più riusciti di Ferrovie del Messico è la risoluzione di un cruciverba che a tratti assomiglia a un racconto di Agatha Christie). Insomma, la Letteratura è forma ma anche sostanza del mondo, in definitiva è ciò per cui si vive e per cui si muore. Griffi fa parte di quella schiera di scrittori che provano nostalgia per questo mondo fatto tutto di Letteratura, mondo che forse un lontano giorno è esistito ma di cui ormai non conserviamo memoria: tra questi scrittori-bibliofili si possono per esempio menzionare Borges, citato più volte nel romanzo, Eco, Vila-Matas, Wilcock, e tra i contemporanei sicuramente Mbougar Sarr con il suo notevole romanzo La memoria più recondita degli uomini (titolo che è una citazione, indovinate, di Bolaño). Ferrovie del Messico è, per concludere e dare un’ultima definizione, un romanzo che si divora. Nel mondo della Letteratura con la L maiuscola d’altronde vige una sola morale, o meglio un solo imperativo: leggere, leggere, leggere.

 

(Gian Marco Griffi, Ferrovie del Messico, Laurana Editore, 2022, 824 pp., euro 22, articolo di Claudio Bello)