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“Il peso della grazia” di Christian Raimo

di Cristiana Saporito / 30 novembre

Scrivere racconti non è un affare minimo. Ogni creatura, anche alta poche righe, deve avere un corpo perfetto, proporzioni calibrate ai battiti. Deve appagare sguardi corti, anche un soffio di centimetri. Insomma, minuscolizzare è un atto coraggioso. Niente affatto leggero.

Ma è altrettanto vero che un romanzo è pur sempre un romanzo. Malato di bellezza tautologica. È il miracolo, la grande avventura che prende forma. Il primo appuntamento con se stessi e con chi chiamerà “autore” quel nome qualunque sdraiato su un foglio. Un appello incontenibile, a cui ha risposto anche Christian Raimo, traduttore, procreatore di articoli e raccolte di racconti per minimum fax. E adesso, anche romanziere. È questo Il peso della grazia (Einaudi), quello che cade sul suo esordio?

Sicuramente è questo il titolo della sua storia. Quella in cui cammina Giuseppe, ricercatore di fisica applicato da anni a uno studio che promette di andare in fumo. Fatalmente uno studio sulle fiamme. La sua idea è stabilizzare, equilibrare un fenomeno nato per muoversi e non farsi imbavagliare. Turbolento, premiscelato. Ma è possibile architettare il fuoco? Anche quello che non brucia e rosseggia sotto pelle? Quello battezzato mille volte in mille isterici modi diversi?

Il progetto comunque rallenta. Niente fondi, gironi universitari così loffi e macchinosi da non saper essere nemmeno inferno e a Giuseppe non resta che reinventarsi. Prima come precettore e poi, quando in quella stessa casa scarseggiano i soldi per le ripetizioni, si propone come governante per tutta la famiglia, etichetta appena più nobile di quella di “sguattero”, addetto alle pulizie che ha ben poco da dire. Se non combinare il bicarbonato all’aceto e aspettare che la chimica imponga il suo verbo.

Un’esistenza nebulosa, pendolante tra i binari di un treno svogliato. Peppe ha una famiglia scomoda e per questo dispersa; non ha amici, eccetto Lubo, un polacco residente ai margini. Delle parole che sbaglia, della vista che si acceca. Della vita che non gli spetta. Che lo lascia sgobbare per ore senza numero, in un limbo dove le garanzie non riesce a immaginarle. Peppe non ha compagnia, eccetto una fede cattolica in cui si rifugia, ma che, come una coperta di lana vecchia, comincia a pungere i polsi, a irritare la pelle e anche i pensieri. Perché gli altri sono un problema. I loro vestiti, i loro sapori, la flanella banale dei loro gesti. Quella comunità che non riesce a farsi “ecclesia”. Che forse è solo una porta socchiusa, davanti a cui subodorare un po’ di salvezza, nel purgatorio di un’attesa troppo lunga. La grazia non arriva con la preghiera. Sbuffa, arranca senza ingranare le marce dovute.

E poi invece spunta di notte, in un reparto oculistico, in cui accompagna Lubo in seguito a un infortunio. La grazia ha gli occhi di Fiora, il medico in cui s’imbatte. La grazia ha la forma delle sue mani, delle vene che pulsano sotto il collo febbrile. L’unico impatto che riesce a distrarlo, un asteroide di carne a cui non sa resistere.

Perché in fondo l’amore è uno scontro di molecole. Turbolente, mal miscelate. È il continuo tentativo d’imbrigliarle e di ferirsi con le schegge, con gli sforzi evaporati. Nel caso di Peppe è una via di fuga dal grigiore spalmato su ogni giorno. Ma anche la voglia di esserci, di riconnettersi, il palmo teso verso una realtà che altrimenti si opacizza. Che resta sfuocata, perché ha poco da offrire. E da definire.

Lui e Fiora sono entità fragili, ondeggianti su una Roma dissestata, fatta di discariche e muri graffiati senza troppe speranze. L’altro è un fantasma dissolto nelle banchine di una stazione. E riuscire a guardarlo, a strapparlo dall’aria e differenziarlo, è la sfida orticante dei nostri tempi. In cui vortichiamo tra turbini di persone inesistenti. Mollemente confuse tra ciò che scansiamo. Per poi lamentarci di essere soli. Peppe si accorge di Flora, smette quindi di volersi difendere e il romanzo fluisce come una superstite storia d’amore, un algoritmo impossibile sotto un cielo screpolato. Perché il senso è accettare l’Amore come mostro che nutre e poi affama. E infine decide di mangiarci, di finirci come un pasto spogliato.

Una prova in cui Raimo getta tutto se stesso, la massa spessa e nervosa della sua scrittura, delle sue metafore possenti e di un’ironia impietosa. Le prime due pagine sono un esempio straziante della sua visione, un davanzale da cui affacciarsi per intuire il panorama di quello che verrà. Che affonda le dita sul lettore. La pioggia di un debutto in cui l’autore si tuffa senza risparmiar-ci/si. Con un peso ben poco aggraziato. Ma incapace di andarsene dopo l’ultima scena.


(Christian Raimo, Il peso della grazia, Einaudi, 2012, pp. 464, euro 21)