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“Fine impero” di Giuseppe Genna

di Roberto Nugnes / 18 settembre

«Prima della fine si festeggia sempre», esorta zio Bubba che, come Caronte, afferra il protagonista disorientato dell’ultimo romanzo di Giuseppe Genna, Fine impero (minimum fax, 2013), e con lui ci trascina nelle cronache decadenti contemporanee.

L’occhio del narratore, all’inizio, sembra sonnolente, si apre e si chiude, e si fonde con quello del protagonista, alle prese con la morte – quella più dura, innaturale – del proprio figlio. Genna si sofferma da subito sugli attimi, bloccandoli, in sospeso, per descriverne ogni aspetto, e congelarne così sensazioni, stonature e incongruenze. Intorno, Milano e la sua provincia, la Brianza, con gli scheletri di un passato florido e recente, e quel che resta di una città “da bere” e di un paese intero, alla fine del suo impero, o presunto tale.

Lo scrittore fallito, quarantenne, trasformatosi in gossipparo, quasi per spirito avventuristico, si lascia trasportare dall’onda travolgente dello show biz, senza opporsi, come a voler andare fino in fondo, per cercare così un punto d’arrivo, magari il più profondo e sporco possibile.

Ogni avvenimento ci riporta così alla storia recente italiana, raccontata quasi esclusivamente dalla stampa scandalistica, in cui i protagonisti hanno volti e movenze sgargianti di agenti tuttofare di improvvisate star televisive, di nani e ballerine; inevitabile, inoltre, l’incontro del suddetto circo con il mondo del potere e quindi della politica.

Le notti così si susseguono, abbagliate, allucinate, fatte di alcol, droga e sesso. E tuttavia, nonostante il continuo stato d’ebbrezza che pervade lo scenario nebbioso, il nostro uomo dimostra di non abbandonare mai la reale percezione della vita vera, essendo così allo stesso tempo protagonista e spettatore critico di un’aberrata realtà parallela; vede la falsità, osserva attonito la decadenza, e come un reporter di frontiera fornisce il resoconto delle sue giornate.

Nonostante tutto, sembra voler andare a ritroso, risalire alle origini di quello che ha classificato come fine impero. E allora, mentre gli ultimi fuochi vengono esplosi, c’è tempo per tornare alle radici, attraverso flash continui e nitidi, e analizzare cos’è che ha generato tutto ciò. E allora ecco che ritornano alla mente gli albori delle tv private, con la nuova offerta dilagante di lustrini e paillettes, gambe scosciate e seni in bella mostra, iconografia dei rampanti anni Ottanta; e il conseguente sogno diffuso di poter toccare con mano, a tutti i costi anche se solo per poco, l’apice di un successo veloce.

Infine, l’incontro con una donna, narrato attraverso brevi e ripetute aperture d’occhi che ci riconducono al prologo, alla più innaturale e inconcepibile delle morti, quasi per prendere coscienza di ciò che è accaduto e della sua irreversibilità.

Lo scrittore procede per immagini, con stile e ricercatezza, mentre la sintassi è formata spesso da più strati, che però mai si sovrappongono, dando vita a pagine potenti e poetiche. E tutto ciò può bastare, a dispetto di una trama ridotta all’osso, e di una parte centrale priva di eventi dinamici e ricca di fermi immagine.

Giuseppe Genna è parte del coro che unisce i migliori narratori dell’ultimo decennio, e di una certa ritrovata, giovane e inascoltata coscienza sociale, che ci sta dicendo di smetterla di far finta che intorno a noi non ci siano macerie.

(Giuseppe Genna, Fine impero, minimum fax, 2013, pp. 237, euro 15)