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“Orange Is the New Black” di Jenji Kohan

di Martina Baratta / 22 gennaio

Il 2013 è stato un anno fortunato per la Netflix, società statunitense che si occupa anche di streaming: grazie a serie come House of Cards e Hemlock Grove si è assicurata un futuro prospero coinvolgendo ampie fasce di pubblico. Quello femminile in particolare, non ha potuto fare a meno di appassionarsi a Orange Is the New Black, una fortunata produzione di Jenji Kohanmessa a disposizione dalla Netflix l’estate scorsa, che tornerà tra qualche mese con la seconda stagione.

La storia è ispirata alle memorie di Piper Kerman, che ha raccontato in un libro la sua esperienza in un carcere femminile; anche la protagonista della serie si chiama Piper ed è una deliziosa biondina con fidanzatino al seguito e un passato un po’ scomodo: oltre ad aver avuto una relazione omosessuale, la sua ex, Alex, era invischiata in un traffico di droga che finisce per coinvolgere anche Piper. Una volta accusata, quest’ultima sceglie di costituirsi per scontare la pena di un anno nel carcere di Lietchfield, dove vivrà la difficile esperienza della convivenza forzata e imparerà a sopravvivere adattandosi alle dure leggi del carcere e le sue gerarchie.

Chi ha avuto il piacere di seguire Oz o Prison Break ritroverà dinamiche simili in Orange Is the New Black, anche se ovviamente la dose di violenza è ridotta al minimo e i toni sono più leggeri: anche qui però ogni personaggio ha una storia personale da raccontare, la motivazione per cui si trova in prigione, lati nascosti che non emergono se non attraverso stralci di vita in cui li vediamo prima di Lietchfield. Ognuno ha il proprio ruolo: c’è chi comanda la cucina, la fidanzatina un po’ ingenua che sogna il matrimonio, la transessuale, la guardia corrotta e quella che si innamora della detenuta.

Qualcuno potrebbe obiettare che si tratti dei soliti cliché da prigione, in questo caso però è il modo in cui la storia viene raccontata a rendere la serie unica nel suo genere: prima di tutto, abbiamo una visione quasi esclusivamente femminile, fatta eccezione per il fidanzato di Piper e le guardie. In secondo luogo, finalmente qualcuno si è sforzato davvero nel caratterizzare i personaggi e dar loro una personalità credibile e soprattutto reale, tanto che ognuno di noi può facilmente identificarsi in ciascuno di loro.

Il perno principale è l’amore omosessuale che vede come protagonista Piper, da una parte desiderosa di una vita tranquilla e normale con il suo ragazzo e dall’altra ancora attratta dalla trasgressione e dall’ avventura, preda di tensioni non del tutto sopite nei confronti di Alex che suo malgrado ritroverà a Lietchfield e con la quale instaura un rapporto di amore/odio.

L’amore viene trattato nelle sue varie forme e diventa l’unica spinta per andare avanti: tutto ciò che esiste al di fuori della prigione è infatti solo un conforto mentale, è all’interno che si creano legami e si cercano contatti pelle contro pelle, per non sentirsi sole o per tenersi vive nell’attesa – per alcune lunga, per altre meno – di poter tornare a una vita normale. Col tempo però la vita fuori dal carcere si trasforma in un miraggio o in una visione straniante al punto che l’unico luogo in cui sentirsi al sicuro e costruirsi gli affetti diventa la comunità, un gruppo di donne che hanno da spartire la solitudine e la mancanza di certezze e prospettive.

Da recuperare assolutamente se ancora non la conoscete e consigliata anche al pubblico maschile (non solo per le grazie delle protagoniste). Se invece l’attesa per la seconda stagione è difficile da affrontare vi suggeriamo il libro della Kerman, sebbene gli eventi narrati nel telefilm abbiano preso una strada differente, intuibile già dal cliffhanger dell’ultimo episodio.