0.5/ Corri, Corri, Corri!

di / 6 dicembre 2010

We are dancing
We will come and dance near you
I need you – The Who

 

Sandy ed io eravamo stese a due passi dal bordo della piscina. Stordite dall’alcol, guardavamo il cielo sopra di noi. Tutt’intorno, dei lampioni emanavano una luce che in quel momento, per colpa dei Martini bevuti, allungava le stelle rendendole strette e lunghe, simili a palloni da rugby che coloravano il cielo di un arancione fulgido. Provavo a tendere le mani verso l’alto per sfiorarle. Non ci riuscivo e una forte malinconia invadeva il mio corpo.
Degli schizzi d’acqua a volte cadevano a terra, altre volte finivano sulle mie gambe, su quelle di Sandy, sui suoi capelli biondi o sul mio viso. Giravo la testa verso quella pozza d’acqua e mi sembrava di vedere un’altra persona bagnata che festeggiava per un suo tuffo. Un vento leggero scivolava tra il pavimento e la mia schiena e agitava le fronde degli alberi che svettavano all’entrata dell’hotel.
Non riuscivo a muovermi.
“Ragazze, alzatevi. Dovete divertirvi, la festa è appena iniziata”, disse Keith con quegli occhi spiritati, frapponendosi tra me e il cielo.
“Keith”, provai a dire. “Siamo ubriache. È da stamattina che beviamo, ti prego”. Mi sembrava di avere una spugna dentro la bocca.
«È il mio compleanno e non voglio vedervi così. Non fatevi pregare. Anzi, sapete cosa vi dico?». Ci fu una pausa in cui probabilmente si sarebbe aspettato una nostra risposta, ma non lo assecondammo. «Fatemi un regalo, alzatevi». Le sue guance andavano a fuoco creando un contrasto netto con il suo caschetto nero.
Ci prese una per una e ci alzò da terra. Mi girava la testa. Sandy riusciva a mala pena a reggersi in piedi. Si aggrappò a me e mi sorrise con gli occhi chiusi. Sembrava un clown alle prime armi.
«Brave, così», disse. «Non ci capisco più un cazzo, è vero», fece una breve pausa guardando a terra, «ma dobbiamo festeggiare, sono i miei primi vent’anni!». Rise. «Andiamo a fare un po’ di casino», disse e scappò via afferrando una bottiglia di birra lasciata da qualcuno su una sedia.
Piano piano, Sandy riuscì a stare in piedi da sola. Mi guardai attorno. Un gruppo di persone stava facendo una gara di tuffi, altri svuotavano delle bottiglie nella piscina. Alcuni, seduti su una panchina, gridavano e ridevano. Accanto a un albero, notai Peter Noone che fumava con Pete Townshend. I suoi capelli rossi sembravano l’unica mora acerba in un groviglio di rovi. Dall’altra parte, la figura esile di Roger Daltrey, con la sua cascata di capelli biondi, si stagliava su un gruppo di ragazze eccitate che ballavano una vecchia canzone rock.
In quel momento, due ragazzoni vestiti in giacca e cravatta trasportarono due scatoloni su altrettanti carrelli di legno. Si fermarono sotto il portico vicino a una delle tante entrate dell’hotel. Muovendosi con grande eleganza a dispetto della stazza imponente, tirarono fuori dagli scatoloni due torte enormi. Come se avesse avuto un radar, Keith captò la presenza delle torte e si fiondò sotto il portico correndo come un pazzo. Mano a mano tutti quanti si avvicinarono, molti barcollando, e qualcuno gridò «Tanti Auguri!». Uno scroscio di applausi si levò in aria insieme a fischi e urla. Roger si avvicinò a Keith e gli diede una pacca sulle spalle. Sandy si stava riprendendo e gridò: «Auguri!».
Tra il gruppetto di persone che stava di fronte a Keith c’erano alcuni stesi a terra distrutti dall’alcol. Gli altri continuavano a bere e ogni tanto facevano gli auguri al festeggiato che all’improvviso sembrava non avere più forze.
Guardava la torta e si girava indietro. Guardava la torta e fissava qualcosa di fronte a lui.
«Ehi Keith, guarda che dobbiamo mangiarla», disse Peter Noone. Tutti quanti ridemmo e anche Keith abbozzò un sorriso.
Di colpo, risoluto, afferrò la torta, la sollevò e la scagliò contro quei ragazzi che stavano sulla panchina. Quelli, con la faccia piena di cioccolata e crema, ci misero un po’ a capire cosa gli fosse accaduto, poi ammucchiarono pezzi di torta tra le mani e li tirarono addosso a Keith. Lui si abbassò e le granate piene di panna andarono a colpire l’uomo dietro di lui. Accadde tutto in un istante. Fu l’inizio di una guerra.
Tutti si avventarono sulle due torte e iniziarono a tirarsele l’uno contro l’altro, come fossero palle di neve, con l’unico problema che la temperatura sfiorava i venticinque gradi. Corsi via provando a nascondermi dietro un albero, ma Sandy fu più veloce. Arrivò silenziosa dietro di me, un po’ di torta tra le mani me la spalmò in faccia. Appena terminò l’opera d’arte, scappò a gambe levate. «Brutta troia», dissi e iniziai a rincorrerla.
Proiettili dal gusto dolce disegnavano parabole nel giardino dell’Holiday Inn. Molotov alla panna andavano a colpire i muri e le finestre del piano terra. John Entwistle venne colpito da un missile pieno di crema mentre io ne schivavo un paio. Dalle finestre imbrattate, riuscivo a vedere che il combattimento si era spostato anche all’interno dell’albergo.
Raggiunsi quello che era rimasto della torta. Appallottolai un miscuglio letale di cioccolata e crema. Ero pronta a colpire Sandy che correva verso gli alberi, quando Keith, completamente nudo, mi tirò qualcosa in faccia. Era molto buono.
Riuscivo a sentire solo le grida delle persone e il sibilo dei pezzi di torta che tagliavano l’aria. Non vedevo nulla. Ero completamente coperta di panna. Un istante dopo, mi ritrovai in acqua. Riemersi con i vestiti completamente bagnati. In qualche modo, mi ero pulita.
Spalancai gli occhi. Pezzi di torta ovunque. Dalle finestre, gli ospiti dell’albergo guardavano increduli quello che accadeva sotto i loro occhi. Qualcuno applaudiva, qualcuno scuoteva la testa o sorrideva in modo sarcastico, qualcuno si stava precipitando giù per le scale per unirsi alla festa prima che fosse troppo tardi
Da lontano, udii il suono delle sirene della polizia diventare sempre più forte. Per esperienza, avrei potuto scommettere sul fatto che fossero tre o quattro volanti. Probabilmente, lo spettacolo che avevamo messo in scena non era stato apprezzato da qualcuno.
Sandy mi vide e si fiondò verso di me.
«Cazzo, e ora che facciamo?», disse.
«Non lo so. So solo che non dobbiamo farci prendere dal panico», risposi.
L’arrivo della polizia aveva creato un impercettibile momento di calma che si trasformò istantaneamente in una fuga collettiva. Molti saltarono la staccionata che divideva la piscina dal parcheggio che dava sull’uscita, ma si scontrarono contro un muro di poliziotti. Altri riuscirono a scappare. Vidi quattro o cinque persone entrare in albergo con la speranza di fuggire da qualche porta o qualche finestra sul retro. Un gruppo di ragazzi tentò di raggiungere i balconi del primo piano arrampicandosi sui lampioni.
Mentre un poliziotto si avvicinava verso di noi, vidi con la coda dell’occhio Keith. Era ancora nudo, correva verso il parcheggio.
«Ragazze, mettete le mani dietro la testa e giratevi», disse il poliziotto.
«Noi non c’entriamo nulla», risposi. Vedevo le gambe di Sandy tremare.
«Non c’entrate nulla? Come mai lei è completamente bagnata e la sua amica ha la faccia sporca di panna?»
Girai lo sguardo verso Keith. Lo vidi entrare dentro una Cadillac bianca. Dopo qualche istante, la macchina iniziò a muoversi, all’indietro. Il parcheggio si trovava su un pendio sufficientemente scosceso da fargli prendere velocità.
«Su giratevi». Insisteva il poliziotto.
«Le ho già detto che non c’entriamo nulla», risposi, provando a prendere tempo. Poi, mordendomi il labbro, dissi: «Senta, ma se io e lei …». Il poliziotto deglutì. Un trucchetto vecchio quanto il mondo. Funzionava sempre.
L’automobile aveva preso velocità. “Cosa sta facendo quel pazzo, perché non frena?” Pensai mentre ammiccavo al poliziotto. Poi immaginai che probabilmente, viste le sue condizioni, non ricordava che le automobili disponessero di un freno.
L’auto andava sempre più veloce. A breve si sarebbe schiantata contro la staccionata. Attorno a noi, il caos assoluto. Sotto il portico, camerieri, cuochi e donne delle pulizie assistevano allo spettacolo, increduli.
Un forte rumore seguito da quello più secco dei pezzi di legno che cadevano a terra invase il piazzale dell’Holiday Inn. Keith aveva spaccato la staccionata. Colsi al volo l’occasione. Afferrai Sandy per il braccio e corremmo via. All’ultimo istante, il poliziotto saltò fuori dalla traiettoria dell’auto impazzita. Per un pelo non fu investito.
Mentre Sandy mi abbracciava, l’auto andò a finire in acqua. Corsi verso Il bordo della piscina. Il pavimento era una poltiglia di acqua, crema, cioccolata, panna e chissà cos’altro. Per poco non scivolai.
Come un antico galeone colpito dalla flotta nemica, l’auto stava affondando inesorabilmente. I due fari anteriori, spenti come gli occhi di un uomo senza più speranze. Il cuore batteva così forte che pensai potesse spaccare la cassa toracica e riversarsi sul pavimento. La paura di non vedere più il mio batterista preferito cresceva ogni secondo. Poco dopo, l’auto si inabissò completamente. Dalle acque mosse della piscina che in quel momento sembrava un oceano, tutto ad un tratto, spuntò la testa di Keith. Mi sentii sollevata.
Neanche il tempo di appoggiare le mani sul bordo della piscina che il poliziotto che poco prima stava per arrestare me e Sandy gli puntò la pistola sulla testa. Con uno scatto felino, Keith si alzò e provò a scappare. Qualcuno gridò: «Corri, corri corri!». Come un pesce appena pescato e lasciato morire su un peschereccio, il tentativo di fuga fu il suo ultimo colpo di coda. Mentre correva, infatti, scivolò su un rimasuglio di torta, batté la faccia a terra e si ruppe un dente.

Passammo la notte in carcere. I The Who furono banditi per sempre dall’hotel Holiday Inn e dalla città di Flint, nel Michigan.

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