“Clelia ovvero il governo dei preti” di Giuseppe Garibaldi

di / 9 gennaio 2012

«Chi potrà negare: essere questa Italia un pandemonio?»
Non si tratta dell’ultima ed ennesima esternazione di “stima” nei confronti del nostro Paese della cancelliera tedesca Angela Merkel, ma delle parole vergate con penna che «troppo sovente s’intinge nel fiele» e affilata «non col gentile temperino ma coll’acuto triangolare, terribile pugnale del carbonaro» dell’Eroe dei due Mondi Giuseppe Garibaldi in Clelia ovvero il governo dei preti (Memori, pp. 288, Euro 15,00), feroce romanzo anticlericale. A pubblicarlo è una casa editrice fondata da un gruppo di giornalisti appassionati di libri, riuniti in una cooperativa, tutti con una lunga esperienza nel mondo editoriale. Memori ha per vocazione la memoria e come merito quello di stanare e rispolverare chicche editoriali o testi ai più sconosciuti di personaggi che hanno fatto la storia della nostra patria.

Edito nel 1870, ma scritto nel 1868, prima della presa di Porta Pia, il romanzo prende le mosse dalla vicenda immaginaria di una bellissima popolana romana, Clelia, la «perla di Trastevere», che un alto prelato spregevole e corrotto, il cardinale Procopio, factotum di Pio XI, vorrebbe concupire, per descrivere la Roma papalina, una città dove dominano l’oscurantismo, il dispotismo e la turpitudine dei preti e di tutto il «clericume, istrumento principale dell’abbassamento e del servilismo» del glorioso popolo romano: «solo il prete poteva cambiar nell’ultimo popolo della terra, questo “che nacque in una regione ove l’uomo crebbe più grande che in qualunque altra contrada del mondo”».

Alla prima parte romanzata segue una seconda più cronachistica che narra gli avvenimenti del 1867, dall’attentato alla caserma Serristori il 22 ottobre al sacrificio dei fratelli Cairoli, dall’occupazione di Monterotondo da parte dei volontari guidati da Garibaldi stesso alla loro sconfitta nella battaglia di Mentana.

Il romanzo fu scritto per convincere la Casa Reale a completare l’unità d’Italia e risolvere definitivamente la “questione romana”.

Ogni pagina trasuda retorica romantica e patriottica e acredine verso il Papato «tabernacolo d’idolatria e d’impostura» e verso Napoleone III, ironicamente chiamato «l’uomo del 2 dicembre» con riferimento al colpo di stato con cui aveva cercato di imitare il più celebre e grande zio: «Schifosa tirannide è quella del prete! Che prostituisce l’Italia allo straniero e la vende per la centesima volta! La più depravata delle tirannidi!». I veri eroi buoni sono quelli che Chiesa e governo considerano briganti, pronti a morire per l’Italia e degni eredi dei Romani.

L’anticlericalismo e l’antibonapartismo portarono i primi editori inglesi a mutare il titolo in Il governo del monaco (The rule of the Monck) in riferimento a Il monaco di Matthew Gregory Lewis, romanzo nero anticattolico di grande successo nell’Inghilterra ottocentesca.

È innanzitutto un libro da valutare per quello che è, ossia un documento storico dei sentimenti visceralmente corrosivi e livorosi di Garibaldi verso la Chiesa. Non mancano nel racconto motivi biografici, tirate oratorie e proposte politiche. Quanto alla qualità letteraria il romanzo lascia un po’ a desiderare se si pensa che fu scritto «nel secolo in cui scrivono i Manzoni, i Guerazzi, i Victor Hugo» come riconosceva lo stesso Generale. L’intenzione è chiara e comprensibile solo se si tiene conto del contesto storico-politico: svelare vizi e nefandezze del pretismo impostore, menzognero e ipocrita che ha fatto della città eterna «un’immensa cloaca».

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