“Gobbi come i Pirenei” di Otello Marcacci

di / 7 febbraio 2012

Qualche giorno fa mi sono trovata in una situazione imbarazzante. Ero seduta nella sala d’attesa di uno stimato professore. Benché la stanza fosse piena, non volava una mosca. Gli altri pazienti stavano compostamente seduti in silenzio. Al massimo potevano scambiarsi qualche parola sussurrata. Per ingannare il tempo, come mio solito, mi ero portata un libro, Gobbi come i Pirenei, romanzo d’esordio di Otello Marcacci, edito da Neo Edizioni, giovane casa editrice indipendente abruzzese che anche nella nuova collana Dry (che ha come simbolo un simpatico cavatappi) ha il coraggio di puntare sugli esordienti.

Mi immergo nella storia a tal punto che, dimentica del luogo in cui sono, comincio a ridere, ma a ridere di brutto. Alzo gli occhi e mi ritrovo purtroppo di nuovo catapultata nella dura realtà con mille sguardi che come saette mi fulminano schifati, scuotendo la testa in segno più di disprezzo che di compassione. Gioventù bruciata! Qualcuno avrà pure pensato di fare istanza al governo Monti per includere nella manovra “salva Italia” la riapertura dei manicomi. Eppure mi dichiaro sana di mente (almeno credo) perché Gobbi come i Pirenei è davvero un romanzo divertente come raramente mi è capitato di leggere. Divertente ma non solo. Perché oltre a essere un romanzo ironico offre anche molte occasioni per fermarsi a riflettere sulla propria vita.

Tutti siamo un po’ Eugenio Bollini, uno tra tanti, un figurante che vive un profondo disagio interiore che maschera sapientemente con l’umorismo.

Eugenio Bollini, ciclista professionista, è un mediocre, un perdente, uno che molla alla prima difficoltà. Infatti non è mai riuscito a finire un Tour de France e gli unici trofei vinti sono stati «i classici portachiavi ricordo» messi in palio dagli organizzatori delle gare ciclistiche. Ha un figlio, Lapo, con cui vorrebbe mantenere un buon rapporto dopo che si è lasciato con la bella, ma superficiale moglie Carolina. Vorrebbe che Lapo fosse orgoglioso di lui. A livello affettivo è diviso nella scelta tra due donne molto diverse fra loro, una modella polacca e un’avvocatessa dall’intelligenza straordinaria. Tutte e due bellissime.

È un anarchico come suo padre, ama Jim Croce ed è uno tifoso della Viola, antijuventino per eccellenza (parola d’ordine «Juve merda»). Non ha peli sulla lingua ed è un simpatico gaglioffo. Ha una madre «scassacazzi», donna Lucia, che non fa altro che rammentargli i suoi fallimenti, una sorella gelosa dell’affetto paterno e un padre, Giorgio, «persona tenerissima, autorevole e mai autoritario», suo primo tifoso: «Adoravo mio padre perché è stato un maestro di vita e mi ha sempre supportato senza farmi sentire inadeguato». È lui a spingerlo a intraprendere la professione ciclistica perché il ciclismo, quello vero di Coppi e Bartali, non quello dopato di oggi, è una palestra di vita: «Mi parlava dell’onore e della dignità di quello sport che chiamava a raccolta persone di ogni censo e razza e che premiava solo chi sapeva resistere al dolore e alla fatica senza lamentarsi. Uno sport che univa in sé, allo stesso tempo l’individualismo e il senso di squadra. Per lui il ciclismo sapeva insegnare a salire e scendere non solo le montagne, ma anche le asperità della vita e, con esse, le fortune e i dispiaceri».

Eugenio ralizza di essere a un punto di svolta nella sua vita proprio quando diventa consapevole della sua mediocrità. Scopre di non essere né un genio né un campione, ma bensì di far parte di quella categoria di persone affette dalla «sindrome del Q.I. 130»: «…Noi della classe 130 percepiamo su di noi tutto il male del mondo senza avere la possibilità né di guarirlo né di ignorarlo». Da qui nasce il suo disagio interiore frutto della comune discrasia fra ciò che da bambini si pensava di diventare e ciò che veramente si ottiene e diventa da adulti nel mondo dopato (non solo del ciclismo) di oggi. La realtà si rivela spesso infatti non all’altezza delle proprie ambizioni e questo disagio è ancora più acuito, forse, se si vive in una provincia come Lucca. Dalla provincia spesso si fugge. Ma il punto è riuscire a far pace con se stessi e avere fiducia nelle proprie possibilità perché prima o poi la vita ti regala sempre un’altra chance. Filosofia tanto banale quanto complessa.

E questo Eugenio cerca di farlo a suo modo, che è un modo umoristico, in senso pirandelliano, facendoci ridere e piangere. La promessa fatta al padre di finire il Tour assume un significato simbolico di chiusura di un cerchio per avere la possibilità di aprirne un altro e cominciare finalmente una vita più vera nella piena accettazione dei propri limiti.

Accanto a Bollini si muovono tutta una serie di personaggi memorabili caratterizzati con grande cura. Impedibili sono, per esempio, le sortite telefoniche in toscanaccio del Duca, nelle situazioni più inopportune (persino un funerale) e dagli effetti tragicomici. Situazioni che l’autore sa orchestrare sia grazie all’agile ritmo della scrittura sia grazie allo humour del protagonista screziato da una sana ironia iconoclasta. E mentre continuo a sorridere leggendo le ultime parole del capitolo finale, mi convinco che anche un buon gregario, «uno che si muove nella penombra e che si uccide di fatica, anche se sa che non vincerà mai», può finire sotto le luci della ribalta senza alcun merito e guadagnarsi tanti tifosi che si immedesimano in lui, godono e si commuovono per una vittoria comunque morale.


(Otello Marcacci, Gobbi come i Pirenei, Neo Edizioni, 2011, pp. 288, euro 15)

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