“Stella distante” di Roberto Bolaño

di / 4 aprile 2013

C’è una cosa su tutte che ho imparato leggendo i romanzi – l’ultimo in ordine di tempo, Stella distante (Adelphi, 2013), nella nuova traduzione di Barbara Bertoni – e i racconti di Roberto Bolaño: qualunque situazione descriva, qualunque cosa accada ai suoi personaggi, non bisogna mai dubitare di questo autore, bisogna fidarsi ciecamente di lui, come se fossimo seduti all’interno di una macchina sparata a folle velocità contro il peggio immaginabile e lo scrittore fosse il nostro autista. Perché Bolaño è un demiurgo scatenato che ha una visione totale delle cose, che manipola e trasforma, riordina e dà nuovo significato a ciò che già esiste, creando infiniti germogli pronti a sbocciare, come fiori magici o piante carnivore, o a morire del tutto, boccioli prematuri lasciati a seccare tra le pagine di un libro.

Stella distante, come precisa lo stesso Bolaño, nasce come ampliamento dell’ultimo capitolo di La letteratura nazista in America (Sellerio, 1998), che trattava, a suo dire «in modo forse troppo schematico», la storia del tenente della Forza Aerea Cilena Ramírez Hoffman, così come Amuleto sarà il prosieguo di uno dei capitoli di I detective selvaggi.

Tema centrale di questo quarto, breve romanzo dello scrittore cileno è la vita di Carlos Wieder, figura poliedrica e misteriosa: prima giovane poeta avanguardista; poi, durante la dittatura di Pinochet, vile e spietato assassino, artista acrobata che scrive poesie in cielo, volando su un aereo, e macabro fotografo; infine anonimo regista di snuff movies. Il narratore, alter ego dell’autore, ne ripercorre la vita come un investigatore: confronta ricordi, raccoglie testimonianze, rivive attraverso la corrispondenza con l’amico Bibiano O’Ryan momenti della loro giovinezza adombrati da questa «stella distante» che è Wieder.

A fare da sfondo alla ricerca ossessiva della verità c’è la violenza della dittatura cilena, i cui lampi di orrore tuonano lasciando tra le pagine del romanzo echi di morte e desolazione. Senza dubbio, uno dei meriti di Bolaño sta proprio in questo, nel saper raccontare il Male, quello che Fate in 2666 definirà, con le parole di Guadalupe Roncal, «il segreto del mondo», attraverso storie periferiche, minori ma altrettanto cruente rispetto a episodi di rilevanza storica, come possono essere, appunto, le torture e gli omicidi politici del regime di Pinochet.

Notevoli sono inoltre i racconti nel racconto: le brevi parentesi aneddotiche, cioè, che lo scrittore cileno apre nel bel mezzo della narrazione, creando quell’ipertestualità tipica delle sue opere. Ne sono un esempio le digressioni sulla vita dei poeti Juan Stein e Diego Soto. O ancora la storiella, quasi «una favola», del giovane Lorenzo, il quale, nonostante sia povero, omosessuale e senza braccia – aveva subito l’amputazione di entrambi gli arti superiori in seguito a una scossa elettrica – piuttosto che suicidarsi preferisce «diventare un poeta segreto».

Con Stella distante Bolaño riesce a porre un ulteriore tassello in quell’universo che sarà la sua opera omnia, giocando con il lettore, ammaliandolo con la sua ironia, il suo humour, e convincendolo infine che non c’è nulla di più falso della verità.


(Roberto Bolaño, Stella distante, trad. di Barbara Bertoni, Adelphi, 2013, pp. 147, euro 16)

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