“La grande bellezza” di Paolo Sorrentino

di / 22 maggio 2013

In concorso ufficiale al 66° Festival de Cannes arriva il nuovo film di Paolo Sorrentino, La grande bellezza, viaggio a piedi nella Roma dei salotti salutato dalla stampa internazionale come capolavoro.

Jep Gambardella ha scritto un solo, acclamato, romanzo in gioventù, L’apparato umano, poi non è più riuscito a scrivere nulla, «perché Roma distrae». Tutti però lo ricordano e lo lodano come scrittore, anche adesso che ha sessantacinque anni e scrive di ogni cosa possibile su un giornale che ha «uno zoccolo duro di lettori colti». È la firma di punta, l’opinione che decide, lo sguardo che influenza.

Quando arrivò nella Capitale, a ventisei anni, era in cerca di fortuna e pensava di trovarla frequentando l’alta società del centro e delle feste in terrazza. Adesso ha il potere di farle fallire, le feste. Beve e fuma molto, va a letto quando gli altri vanno a lavorare, è diventato un grosso giornalista di costume e stravede per una spogliarellista di nome Ramona.

Il mondo che abita è fermo a una superficialità che prova a spacciarsi per profonda, che confonde l’ostentazione di cultura con l’erudizione, mescola Proust e Ammaniti e in cui tutti sono artistici e possono scrivere un romanzo o dirigere un film.

La morte di un amore di giovinezza porta Gambardella a cercare segni del se stesso che non è diventato. Rintraccia un amico che non vedeva da trent’anni, pensa di riprendere a scrivere, rigurgita, per un momento, il nulla bilioso in cui vive denunciando il vuoto degli altri, trova il coraggio di andar via da Roma per osservare il naufragio della Concordia al Giglio come la sua direttrice gli chiedeva da tempo. Intanto la Città Eterna mastica e ingoia tutto, sputando via i più deboli, come l’amico Romano, sensibile drammaturgo incapace che torna nella patria Nepi dopo quarant’anni di nausea, mentre tutto continua ad andare, come i trenini delle feste di Jep, senza arrivare da nessuna parte.

Prima ancora di vedere il trailer di La grande bellezza si è iniziato a parlarne come di un La dolce vita del duemila. Gli elementi in comune non sono pochi (il giornalismo, la mondanità, Roma pigra e silente in sottofondo, la struttura a episodi discontinui), ma le differenze li allontanano immediatamente. Gambardella attraversa a piedi la città in solitaria spiandone i dettagli più piccoli, un dialogo rubato, una suora che coglie le arance, e con essi compone il suo mosaico di una Roma parziale, deserta, tutta chiusa nel suo centro, fatta di chiese e monumenti. Mastroianni copre tutto il territorio urbano in elicottero, in macchina nel traffico, a piedi. Visita le periferie più degradate, ogni tipo di realtà umana. La vita dolce che racconta il suo personaggio è quella della mondanità pubblica, dei locali dove si appostano i fotografi, lo spazio di Gambardella e Sorrentino è invece quello esclusivamente privato di un’aristocrazia borghese chiusa in se stessa che non esce dagli attici e dalle ville. Se in Fellini c’era indulgenza e bonarietà nel guardare i vari tipi di miseria rappresentati, La grande bellezza che mostra Sorrentino è invece una galleria di povertà morale e intellettuale orribile in cui nessuno si salva e con cui empatizzare è impossibile.

Qui emerge quello che è il difetto più grande del film di Sorrentino e che lo allontana dal capolavoro. A volte, la rappresentazione del banale rischia di confondersi con la banalità della rappresentazione. Il regista si conferma autore con uno stile riconoscibile e potente. La qualità della messa in scena è elevatissima, grazie anche alla fotografia di Luca Bigazzi, ma la scrittura non sempre riesce ad esserne all’altezza. Sembra puntare più alla letteratura che alla sceneggiatura, riempiendo i dialoghi di citazioni da Flaubert, Bellow, di monologhi e di considerazioni che dovrebbero risultare alte ma finiscono, a volte, per mostrare più del necessario (Romano che spiega perché va via da Roma, la preparazione e l’esecuzione del funerale, l’insistenza sul tema della finzione e del trucco). Gli attori, pur bravissimi, hanno uno spazio di movimento limitato, incombe su di loro uno script troppo dettagliato che li imprigiona senza libertà di sfumare, di sottendere. Sorprendono interpreti comunemente associati al cinema popolare: Ferilli, credibilissima Ramona, stripper con Wojtila tatuato in spalla, Verdone come Romano, coscienza semplice e pura, Buccirosso volgarissimo e ipocrita giocattolaio.

Toni Servillo aggiunge un nuovo ritratto alla sua galleria di perditori che inseguono un riscatto, un orgoglio, uno stile, nel ballo mascherato della società, celandosi dietro il conforto di una maschera pubblica. Jep Gambardella è La grande bellezza del film di Sorrentino.

(La grande bellezza, di Paolo Sorrentino, 2013, drammatico, 150’)

 

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