[RomaFF8] Giorno 1: “L’ultima ruota del carro” di Giovanni Veronesi

di / 9 novembre 2013

Lultima ruota del carro di Giovanni Veronesi è il film selezionato quest’anno per aprire l’ottava edizione del Festival Internazionale del Film di Roma. Una prova in più della vocazione popolare di questo Roma Film Fest, con la scelta di una commedia nettamente all’opposto rispetto al film di apertura della scorsa edizione, il kolossal tajiko Aspettando il mare.

Ernesto Marchetti è un perdente. Lo sa da quando era un ragazzino. Suo padre ci teneva a ricordarglielo: «In questa casa conti meno di tua madre, e lei non conta un cazzo. Tu sei l’ultima ruota del carro». Scarso a scuola, scarso a calcio, inizia a lavorare presto, Ernesto, col padre tappezziere, così almeno impara un mestiere. Si sposa giovane con Angela, il suo amore di sempre, si emancipa dal padre e si spacca letteralmente la schiena facendo il traslocatore per avere una vita dignitosa. Ma ha un difetto, Ernesto, e non è quello di essere, tutto sommato, scemo. È che è onesto, come è giusto che sia, non come il suo amico d’infanzia, Giacinto, forse scemo pure lui, però pronto a credere alle persone disoneste e a seguirle senza fare domande al punto da finire pure in carcere. Eppure sembra sempre che Giacinto stia un passo avanti: il lavoro, la macchina, la moto, i vestiti eleganti, le feste, le amicizie, la politica con i socialisti e poi con Berlusconi. Casca sempre in piedi. Ernesto non è invidioso, a lui sta bene così, con la sua vita semplice, la sua famiglia, il suo lavoro.

È il film più ambizioso di Giovanni Veronesi, L’ultima ruota del carro, e senza troppi dubbi il più riuscito. Partendo dai racconti personali della vita vera di Ernesto Fioretti, autista di cinema conosciuto attraverso Carlo Verdone, Veronesi e i suoi co-sceneggiatori Ugo Chiti e Filippo Bologna hanno tirato fuori una storia di eccezionale normalità. Non c’è niente di incredibile nella vita di Fioretti, comparsa inconsapevole nella storia del Paese come tutti quanti, e proprio per questo in L’ultima ruota del carro c’è tutta l’onestà di un lavoro che vuole e riesce ad essere semplice e popolare, a guardare senza pretese storiche o sociologiche agli ultimi quarantacinque anni di vita italiana.

La storia di Ernesto non è la storia d’Italia, ma più semplicemente la storia di un italiano che si trova a parcheggiare la macchina in via Caetani il nove maggio del 1978, proprio dietro a una Renault rossa, che conosce per caso un grande artista (Mario Schifano, un ottimo Haber) e ne diventa amico senza capire niente d’arte, che vede nascere, crescere ed esplodere la corruzione in Italia senza preoccuparsi di capire, continuando a fare il suo lavoro.

È un po’ Forrest Gump, un po’ Ugo Fantozzi, Ernesto Marchetti, e non è un caso che proprio il personaggio di Villaggio sia uno dei suoi miti. È un vessato, uno che viene sfruttato dagli altri che si sentono più furbi di lui, ma che nonostante tutto si conserva onesto e continua a rivendicare con orgoglio la sua dignità. Il suo tempo non è scandito dalla storia o dalla politica, ma dalle vittorie della Nazionale di calcio e dalle formazioni della Roma, «la Bibbia» da tramandare al figlio, dalle chiacchiere a letto con la moglie prima di dormire illuminate dai programmi tv di Costanzo e di Vespa.

Retto da un Elio Germano monumentale nel rendere anche solo con il fisico la natura essenziale del personaggio, e supportato da un cast che, seppur di matrice spiccatamente televisiva (Alessandra Mastronardi come Angela, Ricky Memphis come Giacinto, Maurizio Battista, Virginia Raffaele, Ubaldo Pantani, a cui si aggiungono Sergio Rubini e Massimo Wertmüller nella parte del padre), incarna alla perfezione il mondo degli ultimi, L’ultima ruota del carro è un romanzo umano ancora più che popolare, il racconto di una vita e della sua epica semplicità.

È chiaro che Veronesi e i suoi hanno guardato a certo cinema di un tempo, in particolare a C’eravamo tanto amati, ma la volontà che gli ha mossi non è quella di imitare, quanto quasi quella di aggiornare quello sguardo su chi rimane in fondo. Mancano alcuni elementi di completezza nella trama, su tutti il rapporto con il padre, e il finale è pervaso di un buonismo eccessivo, ma è innegabile che uscire dalla routine delle produzioni Filmauro e affidarsi al tandem Fandango-Warner abbia giovato a infondere una linfa nuova al cinema di Giovanni Veronesi.

 

(L’ultima ruota del carro, di Giovanni Veronesi, 2013, commedia, 114’)

 

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