[RomaFF8] Giorno 2: “Dallas Buyers Club” e “La luna su Torino”

di / 10 novembre 2013

La storia vera di Ron Woodroof è alla base di Dallas Buyers Club di Jean-Marc Vallée, primo film statunitense in concorso ufficiale alla ottava edizione del Festival Internazionale del Film di Roma che ha già riscosso premi e consensi tra Toronto e San Sebastian.

Ron è un elettricista bifolco texano degli anni Ottanta. Va a letto con chi gli capita, tira cocaina, beve e fuma molto, scommette sui rodeo, vive in una baracca. Negli ultimi tempi ha perso molto peso, ma non ci ha fatto caso. Vive in mezzo a zotici ignoranti come lui, che deridono Rock Hudson perché ha contratto l’Aids e se lo merita perché è omosessuale. Un giorno ha un incidente sul lavoro, perde i sensi, viene portato in ospedale. Gli fanno molte analisi e scoprono che ha l’Hiv e trenta giorni di vita che gli restano. Non ci crede, lui non è “frocio”, non si buca, si sbagliano. Non si rassegna, si infuria, poi si informa, realizza che è vero. Inizia a comprare illegalmente un farmaco che la Food & Drugs Administration sta testando, poi trova un nuovo metodo oltre la frontiera, in Messico e capisce che funziona. Vive ancora per sette anni e mette su, con l’aiuto del travestito Rayon, il Dallas Buyers Club per importare legalmente i farmaci e aiutare gli altri malati.

È la parabola di un uomo orribile, Dallas Buyers Club, perché Ron inizia come ignorante alcolizzato omofobo e finisce come paladino dei diritti dei malati di Aids, etero o gay che siano. Non lo fa per i soldi, all’inizio sì, poi lo fa solo perché è giusto. Intraprende una lotta impossibile contro il governo e l’FDA interessati a fare utili testando i farmaci senza preoccuparsi di migliorare le condizioni di vita dei pazienti. A Ron non interessa debellare il virus, sa che non c’è modo di farlo. La sua lotta si rivolge interamente alla cura dei malati, non della malattia, a garantire ai sieropositivi la possibilità di vivere nel modo migliore possibile il tempo che rimane.

Il regista Jean-Marc Valée rende il mondo dei tossici, degli omosessuali, dei malati, senza pietismo o impennate di lirismo. Sono sporchi, distrutti, stanchi, brutti e li mostra per quello che sono, con l’aiuto della fotografia di Yves Bélanger, con i loro volti cianotici e i corpi magri.

Matthew McConaughey si cala nei panni extrasmall di Woodroof trasformandosi nel fisico e tirando fuori la sua migliore interpretazione. Accanto a lui Jared Leto, nel corpo ibrido di Rayon, conferma, tredici anni dopo Requiem for a dream, di trovarsi perfettamente a proprio agio nei panni di personaggi devianti.

 

 

Torino è a cavallo del quarantecinquesimo parallelo, esattamente lungo la linea che taglia a metà l’emisfero boreale, a metà strada tra il Polo Nord e l’equatore. La linea del mondo taglia in due la città come il Po, la divide in due parti, la fa vivere in bilico. In bilico vivono anche i tre protagonisti di La luna su Torino, nuovo film di Davide Ferrario presentato fuori concorso al RomaFilm Fest.

Maria lavora in un’agenzia di viaggi dentro il centro commerciale “45° parallelo”. Organizza i viaggi per gli altri, ma sogna di partire lei. Sogna una vita diversa, magari come attrice, magari con un uomo che possa prendersi cura di lei, magari semplicemente lontano da lì. Dario è uno studente di lettere non interessato a quello che studia. Vuole scrivere, raccontare storie, e nel frattempo lavora al bioparco a stretto contatto con i pinguini, i lemuri e la tartaruga Ursus di centoquaranta anni. Ugo ha ereditato una fortuna quando i suoi genitori sono morti in un incidente aereo. Non ha mai lavorato un giorno nella sua vita, non ha mai dovuto fare niente, nemmeno prendere la patente. Cucina molto bene e va in giro in bicicletta. Vivono tutti e tre insieme in collina nella villa di Ugo . All’inizio Maria e Dario pagavano un affitto, poi Ugo ha smesso di chiederlo. Adesso però il loro equilibrio è messo a rischio dall’ipoteca che grava sulla casa. I soldi stanno finendo e presto dovranno lasciare tutto.

È un film delicato e bizzarro, La luna su Torino, come lo sono i suoi protagonisti. C’è molta poesia, con Leopardi citato sin dall’intestazione, forse troppa, e una leggerezza scollegata da ogni dimensione di reale: Ugo, Dario e Maria non vivono nel mondo, sono leggeri, sognatori. Come la loro città sono divisi in due tra la possibilità del cambiamento e la paura che li tiene sempre lì. Forse basterebbe riuscire a guardare più in là, oltre il muro o la siepe che da tanta parte eccetera, per rendersi conto che la Mongolia in fondo è sullo stesso parallelo o che senza andare così lontano basta cambiare casa.

A dieci anni da Dopo mezzanotte, e a quattro dall’ultimo lavoro di fiction, Tutta colpa di Giuda, Davide Ferrario torna a raccontare la propria città accarezzandola con la telecamera (la sequenza iniziale con immagini notturne riprese dall’alto). C’è sempre molta levità, nei suoi film, molto amore per il cinema coniugato con un linguaggio mai banale. La luna su Torino (il titolo internazionale, 45th Parallel, è più pertinente, oltre che più suggestivo) ne è un ulteriore conferma.

 

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