[Best 2013] I libri

di / 21 dicembre 2013

È tempo. Di prendere le misure dovute. A chi? Al tempo, appunto. S’imbraccia un metro (possibilmente con le braccia lunghe), s’inforca lo sguardo pensoso, quello all’indietro, e si va in sartoria. Per capire che taglia porta quest’anno. Quanto ha larghe le spalle, friabili i piedi. E allora fioccano i video, le collezioni di angosce che salutando da lontano sembrano sempre più innocue.
La girandola di aneddoti, gli intingoli piccanti in cui è stato sfizioso immergere le chiacchiere. Gli incidenti più arroganti, la calamità più sadiche, le relazioni più croccanti. E il cappotto è pronto. Sarebbe spiacevole quindi sottrarsi al gioco, perché anche Flanerí ha in caldo il suo album. A restare incollati sono i libri più interessanti del 2013, ovviamente per noi, ben sapendo che il pubblico ha già decretato il suo podio, impalmando Dan Brown con il suo Inferno (Mondadori), Khaled Hosseini con E l’eco rispose (Piemme), e lo sconosciuto Joel Dicker con La verità sul caso Harry Quebert (Bompiani). Quindi, se siete qui è per andare altrove. Per esempio in questi dieci titoli.


1) Anna Bolena, una questione di famiglia, di Hilary Mantel (Fazi). Laddove Wolf Hall ha lasciato socchiuso il racconto, riprende fiato la corte di Enrico VIII. Intrighi e condanne a bordo di un anno cruciale per le sorti d’Europa. Il 1535 dipanato con maestria. Con la scioltezza capace di non farcelo sentire sepolto.


2) Yellow Birds, di Kevin Powers (Einaudi). Esordio eccellente. Ritratto di un’amicizia stuprata dalla guerra, che fucila l’innocenza prima ancora della vita. Diciottenni  spediti ad uccidersi, per non tornare mai più, anche se risparmiati dal mirino. L’Iraq come il Vietnam, come l’incubo sfinito di ogni conflitto.


3) I Melrose, di Edward St. Aubyn (Neri Pozza). Meccanismo maestoso in quattro romanzi. Affresco impietoso dell’upper class inglese. Generazione sfatta troppo intenta a stordirsi per provare realmente a conoscersi. Apoteosi fulminante dell’autodistruzione ai piani alti. Per apprezzarne meglio il tonfo.


4) Dieci dicembre, di George Saunders (minimum fax). Ancora nessun romanzo per quest’autore, a cui “sono bastate” le sue raccolte di racconti per incastrare la sua voce tra le più sferzanti della narrativa americana. Visionario e realista, lancinante e aggraziato. Capace di filmare donne appese tra gli alberi e famiglie qualsiasi. Insomma, quasi tutto e il suo contrario, nell’equilibrio impossibile dei grandi scrittori.


5) Fisica della malinconia, di Georgi Gospodinov (Voland). Andirivieni di passato, presente e futuro. Un ragazzo oltrepassa tutte le porte a causa della sua empatia, che lo fa scivolare nelle storie degli altri per insegnarci che in ognuno di noi i tempi sono odori, mescolati nel sangue.


6) We are family, di Fabio Bartolomei (E/O). Una vertigine. Un festival di bolle pieno di sostanza. Al Santamaria è un bambino prodigioso, come lo è la sua forza narrante. Un’infanzia rocambolesca, dove nulla è comune, normalità inclusa. Identikit di una famiglia surreale e del suo Paese intorno, che si sforza di crescere mentre invecchia a dismisura. Delizia autentica.


7) 35 morti, di Sergio Alvarez (La nuova frontiera). Colombia. Walzer di lutti, schegge e abbandoni. Il protagonista affonda l’esistenza nel bianco e nero disperante di questo romanzo. Mangia morte ogni giorno per 35 anni. E resta anonimo, perché soffre come/con il suo popolo, attraverso le sconfitte di quella stessa terra.


8) Backstage, di Gilberto Severini (Playground). Una lunghissima lettera immaginaria a un editore reale, una sorta di testamento spirituale di uno degli scrittori più lirici e capaci che abbiamo nel nostro paese.


9) Il blu è un colore caldo, di Julie Maroh, (Rizzoli Lizard). Graphic novel dove sfila la vita di Clémentine, che crede di essere un’adolescente qualunque finché non sbuca l’amore, a raccontarle una storia inattesa. Di esclusione e passione. In anni ancora non facili per due ragazze che si amano. Essenziale e dolente.


10) Un genio nello scantinato, di Alexander Masters (Adelphi). Parabola accecante di Simon Norton, cervello debordante fin da piccolo, quando palleggiava con la tabellina del 91. Una carriera di trionfi e poi lo schianto, un errore di calcolo dopo il quale il matematico si dileguò dall’Accademia. Per rintanarsi al buio, in un seminterrato di plastica e latta dove l’autore, suo affittuario, lo ha conosciuto. Cartoline da un delirio tutt’altro che depresso.


Ora la domanda è d’obbligo. Dove siete voi in questa foto ricordo?

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