“Atlante delle isole remote” di Judith Schalansky

di / 20 giugno 2014

Ho sempre pensato che vivere su un’isola influenzi il modo di ragionare di un individuo, condizionandone la forma mentis, costringendolo a scegliere, in maniera inconsapevole, tra due opposte reazioni: circondati dal mare su tutti e quattro i lati cardinali, alcuni tendono a sentirsi al sicuro, come vivessero in un microcosmo sospeso sull’acqua, con l’illusione che ogni cosa sia più o meno sotto controllo; altri invece non fanno altro per tutta la vita che desiderare di oltrepassarlo quel mare, e si affannano e si arrovellano quali moderni Dedalo pur di raggiungere una meta che risulterà alla fine illusoria, poiché crescere su un’isola significa, volenti o nolenti, appartenerle.

Qualche tempo fa, poi, mi è capitato di sfogliare l’Atlante delle isole remote di Judith Schalansky (Bompiani, 2013) – volume di una bellezza antica, non a caso vincitore del Primo premio della Fondazione dell’arte del libro e del Premio per il design della Repubblica Federale di Germania –, e di trovare una frase che mi sembrava potesse sintetizzare alla perfezione l’idea che avevo in testa: «Il paradiso è un’isola. Anche l’inferno».

Ora Judith Schalansky non è cresciuta, né vissuta su un’isola – e del resto il sottotitolo è chiaro: «Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò» –, ma la capacità con cui ha carpito la doppiezza che si cela dietro il concetto di isola mi ha sorpreso, al punto da farmi proseguire nella lettura di questo libro così particolare, fatto di cartine in scala 1:125.000 e di brevi narrazioni storico-antropologico-geografiche stupefacenti.

«Santa Kilda, tu non esisti. Il tuo nome è solo un sussurro del popolo degli uccelli che vive su un paio di alte rocce all’estremità del regno, al largo delle Ebridi esterne. Si può osare la traversata fin lì solo quando il vento soffia da nord-est. // L’unico villaggio è composto da sedici casupole, tre case e una chiesa. Nel cimitero giace il futuro dell’isola: al momento della nascita i bambini godono di buona salute. […] Tra il settimo e il nono giorno muoiono due terzi di tutti i neonati, più maschi che femmine».

Cinquanta isole, dunque, la cui caratteristica principale è la lontananza, quindi l’irraggiungibilità. Luoghi disabitati o scarsamente abitati; terre dai nomi astrusi o assolutamente simbolici; narrazione essenziali, capaci di esprimere la solitudine, la disperazione, la rassegnazione per le distanze incolmabili e la durezza della natura, ma anche l’euforia dell’esplorazione e l’estasi della scoperta. Isole così lontane dalla terraferma e dalla madrepatria da non rientrare mai nelle cartine politiche dei rispettivi paesi di appartenenza – in larga parte Regno Unito, Francia, Russia e Stati Uniti. Storie brevi così incredibili da sembrare inventate, quasi che all’autrice non bastasse la strana conformazione territoriale di questi luoghi, ma volesse far immergere il lettore in una dimensione onirica, come nella migliore tradizione della letteratura insulare, o quasi desiderasse mostrare una serie di diapositive del secolo scorso, ultima testimonianza di chissà quale incredibile percorso circolare.

«Il desiderio di un sosia segreto che vive dall’altra parte della Terra, a testa in giù, con i piedi rivolti verso i nostri, incatenato dalla forza di gravità alla stessa sfera. I nostri antipodi abitano alle stesse longitudini, ma alla latitudine opposta; […] Ma qui, alle Antipodi, non abita nessun essere umano, tra le rocce fanno capolino solo un paio di otarie e qualche pinguino con il ciuffo colorato».

La verità è che l’Atlante delle isole remote, con i suoi elementi geografici – non mancano riferimenti a latitudine e longitudine, così come ai chilometri quadrati di superficie e al numero degli abitanti, o ancora la distanza dalla terraferma e le principali date storiche luogo per luogo –, e le sue cartine color carta da zucchero, è esso stesso un’esplorazione. Un’esplorazione dell’immaginario collettivo della lontananza, capace di mostrare approdi in quella alterità che spinge alcuni di noi a sperare di trovare un luogo migliore, più ospitale, capace di farci dimenticare l’inferno terrestre delle nostre quotidianità; o che conforta invece gli altri, i timorosi dell’ignoto, lasciando credere loro che non c’è posto più sicuro e certo di quello in cui stanno già vivendo.


(Judith Schalansky, Atlante delle isole remote, trad. di Francesca Gabelli, Bompiani, 2013, pp. 143, euro 21,50)

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