“Interstellar” di Christopher Nolan

di / 7 novembre 2014

Ci si aspettava uno science movie, un film di scienza, complesso, incomprensibile nel suo essere fondato su elementi di fisica teorica controllati costantemente durante la produzione dal professor Kip Thorne, esperto mondiale di relatività generale. Invece, Interstellar, l’ultimo, attesissimo, film di Christopher Nolan, finisce per essere soprattutto una riflessione sull’uomo più che sull’universo, un film filosofico più che un film di scienza.

In un futuro non troppo distante una piaga sta distruggendo le coltivazioni di cereali dell’umanità. Va avanti da anni, in un primo momento le nazioni si sono dichiarate guerra per contendersi le risorse, poi si è deciso di abolire gli eserciti, di togliere i fondi alla ricerca scientifica e destinare ogni sforzo dell’umanità all’agricoltura. Cooper era un pilota, un astronauta e un ingegnere. Quando la carestia è iniziata è andato a vivere nella fattoria del suocero con i due figli per coltivare la terra, come tutti. Suo figlio Tom è a suo agio nella dimensione contadina, mentre la figlia Murph è come il padre, vuole di più, continua a sognare quelle stelle che il padre ha visto. Seguendo una traccia di segnali misteriosi che partono dalla stanza della bambina, Cooper e Murph trovano quello che resta della Nasa e scoprono il piano per cercare la salvezza dell’uomo. Da qualche parte, in orbita intorno a Saturno è apparso da poco meno di cinquant’anni un ponte di Einstein-Rosen, un worm-hole, un cunicolo spazio-temporale in sostanza. Sono stati inviati dodici pionieri per cercare un pianeta su cui trasferire l’umanità. Ora Cooper ha il compito di viaggiare attraverso il ponte per vedere che cosa hanno trovato.

Si può non dire altro della trama. Succede molto altro, ma può bastare così. Perché per quanto Interstellar sia un film complesso, denso, il rischio di rivelare troppo allo spettatore è sempre lì dietro l’angolo. Tanto valgono i concetti, molto più della trama, perché in verità Christopher Nolan, in co-sceneggiatura ancora una volta con il fratello Jonathan, dimostra questa volta il pieno limite del suo cinema, già intravisto nei lavori precedenti: l’attenzione estrema alla riflessione che va tranquillamente a discapito della coerenza narrativa, della comprensibilità e dell’approfondimento. Non solo riflessione. Quello che Nolan cerca sempre è la sensazione, il colpo a effetto sullo spettatore. Per raggiungerla si possono fare dei sacrifici sul piano della credibilità (ne ha fatti molti in passato, ne fa ancora), conta solo il risultato.

E lo raggiunge ancora una volta. Perché Interstellar lascerà anche stupiti a tratti per dei momenti di autentica debolezza di scrittura, sia nella trama che nei dialoghi (c’è un «Eureka!» che non può essere perdonato. Non può), ma quello che resta davvero è il senso, il segno, il solco, di qualcosa di grande, di qualcosa da capire, di qualcosa da rivedere. È un film più di filosofia che di scienza, si diceva, questo perché Nolan si inserisce in quella tradizione di fantascienza come opera d’arte che ha i capostipiti in Kubrick e Tarkovskij (soprattutto Solaris) e ha raggiunto nuove dimensioni più pop in anni recenti con Moon e Gravity. Si può definire il genere “fantascienza esistenziale” nel porre al centro della riflessione l’uomo. L’isolamento nello spazio, la distanza dal mondo e dalla vita, il silenzio assoluto e l’immensità in cui si immergono Cooper e compagnia, diventano lo strumento attraverso cui analizzare la condizione umana, il senso stesso dell’esistenza, l’ambiente ideale in cui studiare l’uomo in sé, la sua natura e la sua potenza. La potenza, ecco, perché l’uomo di Nolan ha in sé la capacità di creare il proprio futuro e il proprio mondo. Nell’immensità del cosmo, quando tutto sembra perduto, Cooper scopre di essere non solo creatura dell’universo, ma creatore, dotato della capacità di determinare il possibile. Sommando gli studi sulla relatività generale con la fantasia della fiction, i fratelli Nolan inseriscono una quinta dimensione nell’osservazione del cosmo, una forza in grado di vincere sul tempo e lo spazio, di alterare la gravità e viaggiare nell’iperspazio: l’amore. È l’amore di un padre per la figlia a cui ha promesso che sarebbe tornato, prima o poi e a ogni costo.

A differenza di 2001: Odissea nello spazio, in Interstellar non viene posta un’autorità metafisica a governare l’universo dell’uomo e a indirizzarlo nell’evoluzione. È l’uomo stesso ad essere artefice di sé e dello spazio che abita. È l’uomo stesso il mondo. Come in Gravity (e allo stesso tempo al suo contrario), l’unico collegamento che rimane con la Terra, in ogni momento, è l’amore del genitore. Nel film di Cuarón, l’astronauta di Sandra Bullock deve trovare la forza di superare la perdita per tornare a vivere. In Interstellar, il Cooper di Matthew McConaughey (che continua a infilare ruoli sempre più grandi) ha nella promessa fatta alla figlia il motivo più forte per tornare a casa.

Se il valore preminente dell’amore può suonare come un pericoloso segnale di banalità, i Nolan riescono a evitare di precipitare in facili trappole elevando anzi il discorso a un’idea di amore come appetito così come descritta da Sant’Agostino, come tensione verso qualcosa in grado di realizzare l’uomo, come ragione unica del movimento umano. C’è una poesia di Dylan Thomas che ritorna più volte nel film e che nei suoi versi finali recita: «e tu, padre mio, là sulla triste altura maledicimi / Benedicimi, ora, con le tue lacrime furiose, te ne prego. / Non andartene docile in quella buonanotte. / Infuriati, infuriati contro il morire della luce», che racchiude in sé tutto: il rapporto padre-figlio, l’ignoto, la lotta.

È un film potente, Interstellar, che riesce a parlare ai sentimenti (e in questo fanno molto i protagonisti, tanti, bravissimi) e non solo alla testa e agli occhi. È esteticamente superbo, pieno di scenari che mostrano la capacità visionaria di Nolan e pongono dei nuovi riferimenti nell’immaginario cinematografico, come era già stato per Inception, come sarà per l’idea del tempo geometrico incastrato in un ipercubo. È un film faticoso, che richiede attenzione e una comprensione non solo per la trama, ma anche per i perché, per le scelte, per le debolezze. Sicuramente, è il film più ambizioso di Christopher Nolan, e d’ora in poi ci sarà un prima e un dopo Interstellar.

(Interstellar, di Christopher Nolan, 2014, fantascienza, 168’)

 

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