“Il comandante del fiume”
di Ubah Cristina Ali Farah

di / 8 dicembre 2014

Nel mondo di Yabar la musica è importante: zia Rosa la ascolta, Sissi la studia e la canta, il Sibarita la suona e mamma ha una voce davvero bella, e quand’è felice intona canzoni somale. A lui, però, la musica non piace proprio, perché «ti cambia le cose dentro la testa, il modo in cui le vedi e le senti», mentre per concentrarsi bisogna stare in silenzio. E a dirla tutta, troppe volte quand’era piccolo mamma Zahra alzava il volume della radio per impedire a suo figlio di origliare conversazioni telefoniche che un bambino non dovrebbe stare a sentire.

Per non parlare poi dello studio: «il problema della scuola è che a volte ti fa odiare persino gli argomenti che prima ti interessavano», spiega Yabar per giustificare la sua insofferenza a qualsiasi forma di istruzione istituzionalizzata. Alla notizia della seconda bocciatura, perciò, la volontà materna si impone sul ragazzo con un provvedimento che si spera dia una scossa al suo ciondolare indeciso e irrequieto: un mese di punizione a Londra dai parenti somali, impacchettato e spedito lontano da Roma e dai suoi punti di riferimento affinché maturi un po’ di sano giudizio.

Nel portafoglio di Yabar c’è una fotografia del padre, un collage grottesco ottenuto dalla ricomposizione di alcune fototessere nelle quali il suo viso non era mai intero. L’uomo picassiano guarda inespressivo quel figlio adolescente che pescando nei ricordi non arriva più a dare consistenza all’aspetto paterno, e persiste nella memoria come un alone confuso, senza volto. Tanti anni prima, di fronte alla scelta tra patria e famiglia, il padre scelse la prima, partendo alla volta della Somalia per combattere nella guerra civile in nome di testarde ideologie.

Ubah Cristina Ali Farah ne Il comandante del fiume dà voce a un personaggio vibrante di spavalderia e ingenuità, che si scherma dietro una finta baldanza per compensare le insicurezze che accompagnano il suo percorso di crescita. Yabar è un Holden Caulfield postcoloniale, italiano figlio di quella diaspora somala che ha sparpagliato un intero popolo nel mondo, fuggito in massa da una guerra tra clan che ha rotto tutti gli equilibri, riducendo a brandelli una nazione che sopravvive nei ricordi degli esuli, nella memoria collettiva.

La geografia dei luoghi nel romanzo è tracciata secondo l’esperienza che ne fa il protagonista stesso: la scrittura infatti fotografa impressioni sparse, che tuttavia danno solidità agli spazi della vicenda con più concretezza di descrizioni minuziose. C’è la Roma quotidiana di Yabar, tra bighellonate nel quartiere Ostiense e passeggiate lungo il Tevere, la Londra dei parenti materni, dove il ragazzo viene catapultato in un microcosmo somalo incastrato in una vita autoreferenziale da sobborgo, e c’è la Mogadiscio dell’infanzia, che riemerge in frammenti da ricordi aggrovigliati, custodita nella sua mente di adolescente come una cartina sgualcita e lacerata in alcuni punti.

Il comandante del fiume è un romanzo di formazione, un percorso di ricerca della propria identità, il ritratto di un’individualità complicata, sgretolata e scomposta dall’esperienza diasporica. Nell’estate della sua seconda bocciatura a Yabar tocca fare i conti con i retroscena della sparizione del padre lontano, maturare per diventare un po’ più uomo, e scontrarsi con molte paure, superandone pure qualcuna. E alla fine, a questo ragazzo, non si può non voler bene.

(Ubah Cristina Ali Farah, Il comandante del fiume, 66thand2nd, 2014, pp. 208, euro 16)

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