“Filumena Marturano”
di Edoardo De Filippo

di / 17 dicembre 2014

«’E figlie so’ffiglie… E so’ tutte eguale…»

Ancora oggi questa massima echeggia nella nostra mente come se fosse un’idea innata, un detto popolare in dialetto napoletano che è presente alla memoria di tutti e che pare esista da sempre, diffusosi non si sa quando e non si sa dove, e che all’occorrenza viene ritirato fuori. Ma in realtà la sua carta d’identità reca un anno e un luogo di nascita precisi: Napoli, 1946. E ha anche un genitore: il grande drammaturgo, nonché regista e attore delle sue stesse commedie, Eduardo De Filippo, venuto a mancare una trentina d’anni or sono. Il quale la dà alla luce in una commedia in tre atti rappresentata più volte e che è nel cuore di tutti, napoletani e non, Filumena Maturano (Einaudi, 1964).

La trama è arcinota: Filumena è una ex prostituta che si finge agonizzante per costringere il suo convivente Domenico Soriano a sposarla, nonostante questi rivolga le proprie attenzioni a un’altra donna. Scoperto l’inganno, «Don Domenico» è risoluto ad annullare le nozze, finché Filumena gli rivela di essere madre di tre figli cresciuti di nascosto, di uno dei quali proprio Domenico è il padre. Alle sue ripetute richieste per sapere quale sia dei tre, Filumena, impassibile, resiste, sentenziando che «i figli sono figli, e sono tutti uguali».

Il perno della narrazione è ovviamente la ieratica Filumena, apparentemente algida e refrattaria alla commozione. Ma proprio durante lo scioglimento della vicenda, lei stessa si scioglierà in un pianto liberatorio che le permetterà di riscoprire la felicità: «Dummi’, sto chiagnenno…Quant’èbello a chiàgnere…»Come per tutti i personaggi, anche il passato della protagonista viene sviscerato nel corso della narrazione e riassunto dall’ultima battuta rincuorante di Dummi’: «He curruto…He curruto…te si’mmisa appaura…si’caduta…te si’aizata…te si’arranfecata…He penzato, e ’o ppenzàstanca…Mo nun he ’a correre cchiù, non he ’a penzàcchiù…Ripòsate!»

L’umorismo, il sentimentalismo, il legame affettivo, il realismo sono temi che emergono battuta per battuta contribuendo a creare un’atmosfera coesa: pur stando comodamente seduti a casa a leggerla, laFilumena è architettata per far percepire quelle emozioni anche a un lettore, in maniera uguale a  uno spettatore che ha assistito alla recitazione dal vivo (magari qualche decennio fa, con un brillante Eduardo nel ruolo di Domenico Soriano). Il realismo inoltre è accentuato dal valido uso del napoletano, che all’inizio può ostacolare al lettore non avvezzo a tale dialetto un approccio agile e disinvolto al testo ma, con qualche sforzo, la lettura procederà scorrevole, dando l’opportunità a chi legge di entrare in contatto con l’umile mondo della Napoli dell’immediato dopoguerra.

La quotidianità impregna il tessuto narrativo del teatro eduardiano insieme ai piccoli riti della realtà napoletana, con i suoi caffè, la sua devozione religiosa, gli umili mestieri. E a riprenderla oggi, la commedia non può non strapparci un sorriso, facendo al contempo riflettere su questioni attuali. A testimonianza del fatto che il genio di Eduardo, a trent’anni dalla morte, non è ancora deceduto.

(Eduardo De Filippo, Filumena Marturano, Einaudi, 1964, pp. 71, euro 9)

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