“Synecdoche, New York” di Charlie Kauffman

di / 17 giugno 2014

È datato 2008 Synecdoche, New York, l’esordio alla regia dello sceneggiatore pluripremiato Charlie Kauffman che tra a partire dalla fine degli anni Novanta ha scritto alcuni tra più interessanti film visti al cinema negli ultimi anni (Essere John Malkovich, Confessioni di una mente pericolosa, Se mi lasci ti cancello).

Caden Cotard è un regista teatrale di successo. Da anni mette in scena Morte di un commesso viaggiatoredi Arthur Miller, reinterpretandolo ogni volta in una nuova versione. Sua moglie, Adele, è una pittrice che lo lascia, senza più tornare, per andare a esibire a Berlino portandosi appresso la figlia bambina Olive. È la prima crepa della sua vita noiosa e ripetitiva. Un incidente domestico gli rivela l’esistenza di una malattia a cui i medici non sanno dare nome ma per cui continuano a prescrivere pillole e cure. L’addetta al botteghino, Hazel, da cui è attratto senza il coraggio di cedere, non vuole più vederlo dopo che l’ha respinta. Suo padre muore. Per cercare di mettere ordine nella sua vita decide di allestire un nuovo spettacolo che la rappresenti, in modo tale che lui, osservando dall’esterno, possa dirigere e comprendere.

L’identità, il rapporto con se stessi e con i ricordi, l’illusione del tempo. Sono temi classici del cinema di Kauffman. È l’idea, generale, di poter controllare la vita dall’esterno, di essere demiurghi di se stessi, di creare il passato e il futuro dirigendo il presente. Arrivando alla macchina da presa per la prima volta, Kauffman porta all’estremo i temi della sua scrittura presentando un personaggio che, nel momento in cui la sua vita inizia a scivolare via dal suo controllo rigoroso, impone la finzione sulla verità, la costruzione teatrale sulla vita per evitare di precipitare.

È l’ossessione dell’artista creatore di dirigere quello che succede. Incapace di comprendere il crollo del suo mondo, Caden Cotard lo rappresenta in una messa in scena che diventa sempre più grande, che richiede sempre più tempo per essere realizzata, finché non finiscono per confondersi realtà e finzione, replica e verità.

La sineddoche è, stando alla definizione Treccani, «figura retorica che risulta da un processo psichico e linguistico attraverso cui, dopo avere mentalmente associato due realtà differenti ma dipendenti o contigue logicamente o fisicamente, si sostituisce la denominazione dell’una a quella dell’altra». Il titolo del film è anche un gioco di parole con Schenectady, la contea di New York dove Caden vive, ma il linguaggio sineddotico è prevalente come rappresentazione simbolica costante del mutamento.

Caden vede la sua malattia e le sue paranoie trasmesse in televisione, esternalizza in proiezioni fisiche le sue debolezze. Come Caden fa anche Kauffman, lasciando parlare gli oggetti e le suggestioni (la casa perennemente in fiamme comprata da Hazel, il mondo esterno che collassa mentre vanno avanti le prove e quello interno di Caden che cede con il suo fisico). Come Pasolini ha più volte sottolineato, riprendendo Roland Barthes, il cinema è in sé un linguaggio prevalentemente metonimico, che mostra attraverso singoli oggetti, inquadrature, scene, simboli che potrebbero essere, altrimenti, anche incomunicabili. Con il suo Synecdoche, New York, Charlie Kauffman radicalizza l’idea della rappresentazione simbolica in una infinita serie di rimandi tra interiore ed esteriore, tra percezione e immaginazione.

Il mondo che Caden abita perde i confini della realtà per assumere sfumature che lo confondono sempre più con la rappresentazione. Si osserva osservando Sammy, l’attore che lo interpreta, che per vent’anni lo ha spiato a sua volta imparando tutto di lui, si conosce vedendo se stesso rappresentato, e intorno a lui tutto quanto perde il proprio valore originale per diventare simbolo, parte per il tutto, sineddoche.

Synecdoche, New York è un film estremamente complicato, strutturato e quasi inintellegibile. Proprio per questo lascia una traccia di incomprensione sospesa, di ammirazione repressa dal dubbio di aver assistito a un manieristico esercizio di stile postmoderno.

È un’occasione, comunque, per rivedere sullo schermo Philip Seymour Hoffman, straordinario in uno dei rari ruoli da protagonista della sua carriera.

(Synecdoche, New York, di Charle Kauffman, 2008, drammatico, 124’)

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