“Boyhood”
di Richard Linklater

Un film unico, incredibile, imperdibile

di / 22 gennaio 2015

Raccontare la normalità, quella vera, in cui non succede nulla: il quotidiano della crescita, delle piccole emozioni che diventano enormi nelle percezioni individuali, delle amicizie e degli amori, delle delusioni. È quello che fa Boyhood di Richard Linklater, di ritorno nelle sale italiane a distanza di tre mesi dalla prima distribuzione dopo aver raccolto un Golden Globe come miglior film drammatico, miglior regia e uno per Patricia Arquette come migliore attrice non protagonista, e sei candidature ai premi Oscar tra cui quelle pesanti per il miglior film, regia e per la sceneggiatura originale.

Anche senza premi, Boyhood è già il trionfo di Linklater, che questo film lo ha ideato, cresciuto, coltivato, che se lo è scritto, diretto e prodotto, e con cui ha dimostrato, ancora una volta, che la vita vera è la più grande storia che si possa raccontare, senza artefici, senza drammi. «La vita imita l’arte molto più di quanto l’arte non imiti la vita», ha detto una volta Oscar Wilde. Qui non c’è imitazione, c’è una vita possibile che scorre parallela a quella reale.

Dopo la trilogia ventennale di Jesse e Celine, che si conoscono, si sposano e alla fine vanno in crisi tra Prima dell’albaPrima del tramonto Before Midnight, Linklater ha portato a un livello ulteriore la sua idea di cinema come flusso unico di narrazione e ha raggiunto il capolavoro, il momento da ricordare nell’intera storia del cinema, non solo nel suo percorso professionale. Perché Boyhood, che racconta l’infanzia e l’adolescenza di Mason (Ellar Coltrane), dagli otto ai vent’anni, e la storia dei suoi genitori separati (Arquette e Ethan Hawke) e della sorella Samantha (Lorelei Linklater) intorno a lui, ha una storia produttiva mai vista prima. I dodici anni che passano sullo schermo sono dodici anni effettivi, del mondo reale. Linklater e la sua troupe si sono visti ogni anno per una settimana per realizzare un capitolo, un momento della storia di Mason, e la crescita, i cambiamenti che si inseguono sullo schermo, sono cambiamenti reali, centimetri che si aggiungono, corpi bambini che cambiano, crescono e si sviluppano, rughe che si ramificano sui volti dei genitori.

È stata un’impresa unica, che non ha precedenti e che è difficile immaginare possa avere imitatori in futuro. Il valore di Boyhood, comunque, va ben oltre il period movie e l’innovazione produttiva.

Quello che Linklater è riuscito a fare è la descrizione più autentica della vita quotidiana, con il suo semplice scorrere di fatti qualunque che finiscono per diventare memorabili. Non ci sono drammi insuperabili, non ci sono momenti di sconvolgente eccezionalità. L’occhio dello spettatore, abituato ad aspettarsi lo straordinario dal racconto filmico, che sia esso sentimentale o brutale, viene ingannato più volte (l’andamento crescente dell’alcolismo del patrigno, o la scena nella casa in costruzione).

Il punto è che lo scorrere della vita reale è fatto di episodi dall’apparenza trascurabile che diventano fondamentali, dettagli che si osservano con la coda dell’occhio, singole parole. Ecco, Boyhood riesce a replicare esattamente questo, quella somma di normalità che costruiscono l’eccezionale. In maniera diversa rispetto alla storia di Jesse e Celine che si distribuisce nell’arco di vent’anni e che lo spettatore ha accompagnato crescendo insieme ai protagonisti, capitolo dopo capitolo, la crescita di Mason viene posta come fatto compiuto, come un momento finito di cui è possibile seguire le tappe.

Ed è nella normalità assoluta del racconto che Boyhood arriva a un livello ulteriore, perché raccontando un’infanzia come tante, Linklater riesce a raccontare la perenne adolescenza di una nazione, di quegli Stati Uniti lontani dalle grandi città, sospesi tra tradizione, patriottismo e religione, tra vocazioni artistiche e lavori nei fast food.

Senza pretendere di spiegare, senza voler analizzare o studiare o far osservare Boyhood si limita a guardare e a far guardare la cosa più normale e allo stesso tempo eccezionale dell’uomo: la vita.

 

(Boyhood, di Richard Linklater, 2014, drammatico, 165’)

 

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LA CRITICA

Un progetto unico e perfetto che deve entrare nella storia del cinema. La storia di Mason e della sua famiglia che si muove intorno a lui, che cambia forma, che si perde e si ricompone. È un film, è un documentario, è una serie di fotografie, è storia e scienze sociali. Boyhood è vita vera, eccezionale nella sua normalità, nel suo scorrere regolare in una forma quasi non filmica. È il ritratto di un’epoca.

 

VOTO

9/10

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