“Non sapevamo giocare a niente”
di Emma Reyes

Un’infanzia trasformata in un feroce e avvincente romanzo

di / 30 luglio 2015

L’intensa ondata di calore di quest’estate ha fatto seccare tutte le piantine amorevolmente curate da mia madre nei vasconi del mio balcone. Inizialmente sconsolata, ho pensato a tutta quella buona frutta rinfrescante e dalla polpa zuccherosa, che tanto mi piace, che sarà rovinata dalla siccità.

Poi però mi sono ricordata di quella volta quando mio nonno intrattenne una conversazione  con un vecchio contadino, vicino della casetta che conservava ancora nel suo paesino natale, quando non arrivavo neppure ad aprire le maniglie delle porte.

Mio nonno quell’estate si rallegrava con l’uomo pensando al buon raccolto prodotto dalla primavera piovosa appena da poco trascorsa e dunque propizia alla crescita di piante forti e resistenti. Con nostra grande sorpresa, il saggio contadino affermò invece che con tutta quella pioggia le piante avevano messo solo radici superficiali per cui sarebbe bastato un breve temporale per distruggere tutto il raccolto. Se invece all’inizio le condizioni fossero state sfavorevoli, le piante per arrivare all’acqua e al nutrimento del sottosuolo avrebbero potuto mettere radici più profonde.

Mi è ritornato in mente questo episodio leggendo Non sapevamo giocare a niente, il memoir epistolare  della pittrice colombiana Emma Reyes (Edizioni SUR, 2015), in cui l’artista, fino ad ora per me sconosciuta, volge il suo sguardo a ritroso ricostruendo, in ventitre lettere (titolo originale Memoria por corrispondencia) all’amico Germán Arciniegas, giornalista, saggista, storico, politico e diplomatico colombiano, gli eventi che hanno scandito la sua triste e sfortunata infanzia.

La semplicità quasi infantile della sua scrittura, che richiama l’ingenuità del tratto dei suoi quadri di nature morte e gente comune, l’ho trovata intensamente e profondamente letteraria.

La corrispondenza inizia nell’aprile del 1969 per terminare quasi trent’anni dopo nel 1997. Senza risentimenti né rancori verso qualcuno, preoccupandosi solo di essere chiara nel suo stile giustificato da una alfabetizzazione tardiva, Emma racconta la sua infanzia a partire dal suo ricordo più remoto, quando viveva in una stanza senza né finestre né bagno nel quartiere San Cristóbal di Bogotà, nei primi anni Venti, insieme alla sorella più grande di un anno e mezzo Helena e a un altro ragazzino soprannominato Pidocchio, sotto la protezione della algida e imperturbabile signora María, che nessuno di loro osava chiamare mamma: «In quegli ambienti si nasce sapendo cosa sono fame, freddo e morte».

Emma non sa chi siano i suoi genitori né da dove provenga il suo cognome (una leggenda ipotizza sia nipote del presidente Rafael Reyes).

Un giorno nella loro casa di Bogotà arrivò «un signore molto alto e magro, che non era vestito come gli altri uomini del quartiere […] un politico famoso, forse sarà Presidente della Repubblica», che si portò via Eduardo, ossia Pidocchio: «Credo che fu in quel momento che tra me e Helena nacque una specie di patto segreto e profondo; il sentimento inconscio di essere sole e di appartenere l’una all’altra».

Successivamente, esasperata dalla misera esistenza a Bogotà, la signora María, grazie a una lettera di raccomandazione di Roberto B., uno degli uomini più ricchi di Boyacá, riesce ad ottenere un lavoro presso la bottega del cioccolato di Guateque: «se è vero che esistono dei fatti nella nostra infanzia che ci segnano per sempre, dovrò dire che quel famoso calesse, che pose fine alla nostra vita nella stanza del quartiere di San Cristóbal (protettore dei viaggiatori) rappresentò l’inizio di un’esistenza che avrebbe avuto come caratteristica e come scuola l’inclemenza dei duri sentieri d’America e più tardi i favolosi sentieri d’Europa».

A Guateque vi rimarrà, tra i maltrattamenti della signora María e l’affetto della domestica Betzabé, fino al grande incendio che devasterà la parte bassa del paesino in occasione della corrida e della visita del Governatore.

Emma tornerà per poco a Bogotà. Dopo un breve periodo a Fusagasugá, verrà definitivamente abbandonata insieme alla sorella e finirà nel convento di Santa Maria Ausiliatrice dove rimarrà quindici anni sino alla fuga.

La difficile integrazione con le altre compagne, tutte povere e abbandonate, i rapporti tesi con alcune monache arcigne e frustrate, il duro lavoro quotidiano (lavare ma soprattutto cucire), la costante paura del peccato e del diavolo inculcatele dall’ambiente claustrofobico del convento («Non ci era permesso chiedere spiegazioni su niente, qualunque cosa riguardasse il mondo era peccato, punto e basta.»), sono narrati con tale felicità e spontaneità di scrittura che persino Emma si stupisce delle sue capacità mnemoniche: «Ti sembrerà strano che io riesca a raccontarti nei dettagli e con tale precisione i fatti di un’epoca così lontana. Lo penso anche io, un bambino di cinque anni che abbia una vita normale non potrebbe ricostruire con tanta fedeltà la propria infanzia. Noi due, Helena e io, la ricordiamo come fosse ieri e il perché non te lo so spiegare. Non ci sfuggiva niente, i gesti, le parole, i rumori, i colori, per noi era già tutto chiaro».

Finito di leggere in un giorno, Non sapevamo giocare a niente mi ha rinfrescato e fatto estraniare per poco dalla calura estiva, ma non mi ha tanto rinfrescato la memoria su quale sia il ricordo più remoto della mia infanzia. Allora ho riflettuto sulla mia fragilità e ho pensato vuoi vedere che quel vecchio contadino alle pendici dell’Etna aveva ragione?

(Emma Reyes, Non sapevamo giocare a niente, trad. di Violetta Colonnelli, edizioni SUR, 2015, pp. 208, euro 15)

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LA CRITICA

La storia di Emma Reyes, raccontata in Non sapevamo giocare a niente, libro dell’anno quando uscì in Colombia nel 2012, è stata una sorprendente scoperta che stimola a indagare sulla vita e sull’opera di questa donna straordinaria che non ha mai dimenticato il “fanciullino”, pascolaniamente parlando, che è in lei.

VOTO

8,5/10

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