“Sicario”
di Denis Villeneuve

La lotta alla droga lungo un confine non solo geografico

di / 22 settembre 2015

Da quando il canadese Denis Villeneuve ha attraversato il confine ed è sbarcato negli Stati Uniti ha fatto di tutto per imporsi come regista da tenere assolutamente sotto controllo. Del resto, già il suo ultimo film in francese, La donna che canta del 2010, lo aveva imposto all’attenzione internazionale e gli era valso, tra le altre cose, una nomination all’Oscar per il miglior film straniero. Nel 2013, per far capire a Hollywood che intendeva comunque mantenere un certo stile, uscì con due film quasi in contemporanea, prima Prisoners, progetto già preso e lasciato da tanti altri registi, poi Enemy, rilettura personale di L’uomo duplicato di José Saramago, con Jake Gyllenhaal che si impegnava per ricordare a tutti che è un grande attore.

Adesso con Sicario cambia confine scendendo ancora più a sud per arrivare alla frontiera che separa Stati Uniti e Messico. L’agente dell’FBI Kate Macy, esperta in sequestri di persona, viene scelta per essere inserita in una task force speciale incaricata di combattere il traffico di droga attraverso il confine. Kate non conosce il vero scopo della missione e non capisce i metodi del misterioso caposquadra Matt e del suo collaboratore Alejandro, ma è decisa ad andare fino in fondo per trovare i responsabili della morte di alcuni suoi uomini durante l’ultima missione. Quello che non sa è che il vero scopo della task force è di decapitare uno dei più importanti cartelli del narcotraffico messicano.

Sicario è uno di quei film in cui il genere si sposa perfettamente con il cinema d’autore, in cui attraverso una forma narrativa vicina all’intrattenimento puro si riesce a fare anche arte, per usare parole scomode. È impossibile non pensare al cinema migliore di Michael Mann guardando il nuovo lavoro di Villeneuve, sicuramente assimilato nella sua capacità di costruire eroi solitari in mondi spietati. Qui non c’è un uomo al centro, c’è una donna, forte, che a un certo punto capisce che la stanno sfruttando e lo accetta perché sa che sta succedendo qualcosa con cui lei non è in grado di confrontarsi, non con il codice che fino a quel momento ha seguito. Matt e Alejandro portano Kate nelle zone del grigio più scuro della legalità e delle azioni governative, del caos funzionale alla costruzione dell’equilibrio. Il confine non è solo geografico, ha un valore più esteso, tra quello che è giusto e quello che non lo è, tra quello che è necessario e i modi per raggiungerlo.

Sarà l’ambientazione, sarà Josh Brolin (fa, bene, Matt), sarà la fotografia superba di Roger Deakins, ma viene in mente, accanto a Mann, Non è un paese per vecchi dei Coen e di Cormac McCarthy per la brutalità dell’uomo contro se stesso. C’è meno simbolismo e più aderenza al reale, ma l’eco si sente. Di Mann, Villeneuve riprende la tecnologia applicata alla regia, il senso costante dell’innovazione. Da McCarthy, più che dai Coen, prende insieme allo sceneggiatore Taylor Sheridan la psicologia e il dubbio costante su cosa sia il bene e cosa sia il male. Da se stesso, riprende la ferocia umana di fronte alla perdita (già in Prisoners) e il sospetto che chi sia deputato a controllare non si impegni a farlo realmente e lasci prevalere altri interessi.

Villeneuve riesce a fondere lo spettatore con Kate, a trasmettere lo spaesamento dell’agente di fronte alle cose che accadono e alla velocità con cui le accadono intorno. Kate Macy non capisce praticamente nulla di quello che vede, e lo spettatore con lei. Ogni tanto la visione si allarga in una coralità che mostra brandelli di qualcosa che sta a chi guarda mettere insieme, come fossero dettagli da cogliere nella visione d’insieme, come se, tutto sommato, quello che importasse davvero è la figura intera e non le sue parti.

Dietro la perfezione visiva di Sicario e all’ottima prova di tutto il cast (Emily Blunt come Kate, ma soprattutto Benicio Del Toro nei panni di Alejandro, spiegazzato e inquietante come non si era mai visto) si muove il sospetto che la costruzione costante della tensione serva a nascondere una certa debolezza della trama e dei suoi sviluppi, dei suoi passaggi troppo veloci, delle sue spiegazioni lasciate passare così senza troppa cura. Basta fermarsi al primo livello di visione, però, per trovare un film di rara potenza.

(Sicario, di Denis Villeneuve, 2015, azione, 121’)

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LA CRITICA

Impeccabile sul piano della regia, dell’immagine e della recitazione, Sicario conferma il canadese Denis Villeneuve come uno dei più interessanti registi di Hollywood. Come con i suoi precedenti lavori americani, però, la perfezione visiva e la maestria nel costruire la tensione non sono supportati da uno sviluppo della trama all’altezza della qualità stilistica.

VOTO

7,5/10

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