“Il Romanzo della Nazione”
di Maurizio Maggiani

L’Italia è una terra desolata abitata da una storia sbagliata.

di / 4 dicembre 2015

Il Romanzo della Nazione di Maurizio Maggiani (Feltrinelli, 2015) è la storia di un aborto. Del Romanzo. Di una Nazione. È l’implosione di quel concetto di unità politica, culturale e sociale che i nostri padri fondatori hanno cercato di edificare.

Si cela qui una sfida frontale alla forma “romanzo”: un libro senza trama dove il protagonista è il pensiero incarnato in un destino e dove è lo stile a creare incessantemente la realtà.

L’incipit è già una resa: «Avevo in mente di scrivere Il Romanzo della Nazione, questa era la mia ambizione, ma disgraziatamente lo scorso inverno è morto mio padre».

Questo è un romanzo che non c’è per dichiarata perdita della sua fonte fondamentale, il padre elettricista, un tipo taciturno, comunista e melomane, gran lavoratore, ammiratore di Kennedy e Pertini, che colpito da Alzheimer ha portato nella tomba il suo segreto di costruttore di nazioni, lasciando al figlio un’enigmatica frase scarabocchiata su un foglio dell’ASL: «Vivere di sogni è un’utopia››. Era un uomo d’altri tempi con un concetto di lavoro che gli rendeva di difficile comprensione il mestiere del figlio: ‹‹Mio padre non è mai stato sicuro che mi guadagnassi il pane onestamente. Mio padre ha vissuto per decenni nell’intima convinzione che ci fosse qualcosa di losco nel mio modo di guadagnarmi il pane. Lui era elettricista, lui era moralmente integro, come poteva capire i sottili meccanismi del mercato di merci inconsistenti?»

Ne Il Romanzo della Nazione ci sono anche la madre Adorna, i nonni, Cavour, Mazzini, Garibaldi, Pisacane, Napoleone III, l’infame Bava Beccaris, Menotti Serrati e infine l’epopea della costruzione dell’Arsenale militare di La Spezia, il sogno, metafora della nazione, di un’Italia dominatrice dei mari, che culmina nel varo, il 10 luglio 1878, della corazzata Dandolo, in realtà mai impiegata in battaglia ma per soccorrere i terremotati di Messina nel 1908.

Dunque la Dandolo venne meno alla funzione per la quale era stata costruita così come l’Italia è, a ben vedere, è venuta meno alla sua missione di nazione unita fondata sulla sovranità popolare. Il discrimine è tutto in una proposizione: la sovranità è del popolo o nel popolo?

Ho trovato la lettura del libro di Maggiani molto difficoltosa e forse per la prima volta mi sento in imbarazzo nel doverlo recensire. Non nego di essermi più volte arenata perché è un navigare a vista e perché il tutto è raccontato con molto disordine, senza disciplina, a sottolineare la discontinuità del vettore Tempo che trova ostruito il suo alveo da inversioni e cortocircuiti tra passato e presente, un fluire di pensieri che sgorgano nella pagina come uno zampillo d’acqua nel deserto.

Forse Maggiani pensava a una prosa eloquente, poetica e a tratti divertente, invece il risultato è una tonalità sbiadita e indistinguibile. Ho cercato di rintracciare quei passi che potrebbero contenere una più profonda immaginazione, pensieri originali, ma non ci sono riuscita.

Il romanzo non ha l’atmosfera suggestiva del colloqui intimo, ma si presenta più come un libro di rievocazioni e di aneddoti a volte pittoreschi.

Il rischio è una sterile lode del passato laddove invece si voleva esortare alla sensibilità e al riscatto, che devono servire, se non a ricreare ciò che ormai è perduto, a non continuare a trascurare o, peggio, a distruggere ciò che rimane di una parvenza di Nazione.

(Maurizio Maggiani, Il Romanzo della Nazione, Feltrinelli, 2015, pp. 304, euro 17)

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LA CRITICA

Romanzo della Nazione è fatto della stessa sostanza dei sogni. È un’utopia, una foto di gruppo sbiadita e incompleta di fronte alla quale, come lettrice, questa volta alzo bandiera bianca.

VOTO

5,5/10

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