L’urlo di sogni traditi: “Lorem Ipsum” di Lucio Leoni

A tu per tu con l'artista romano in occasione dell'uscita del suo disco d'esordio

di / 3 febbraio 2016

L’underground romano è in fermento. Chiunque ami la musica, quella che si scopre casualmente frequentando ambienti permeabili agli artisti emergenti, sa che la scena indie romana è gravida di novità interessanti.

Personalmente questa città eterna mi ha cullato e mi ha cresciuto facendosi respirare a fondo. Mi si potrebbe, quindi, accusare di essere più vulnerabile al canto di quella malinconia sotterranea che si acquatta monella in parole dialettali familiari. Facile che ci sia un fondo di verità, eppure so di non sbagliarmi nel dire che Lucio Leoni, conosciuto anche come Bu Cho, non è un semplice cantautore nostalgico ma un moderno menestrello istrionico che ha saputo trasformare storie in canzoni ben riuscite.

Le 9 tracce di Lorem Ipsum (Incisioni Lapidarie, 2015) ne sono la dimostrazione più efficace. È sorprendente come la sua voce si presti a essere l’urlo di sogni traditi così come il sussurro di una Roma che vive ormai solo nei ricordi del passato. Ben inteso che non si corre il rischio di annoiarsi, ogni canzone, infatti, nasconde dei passaggi inaspettati che sorprendono e spazzano via il pericolo di cadere nella banalità.


Sono rimasta sorpresa di scoprire che non hai una folta barba o baffi a manubrio, e che non porti neppure occhiali con la montatura di tartaruga. Eppure la nostalgia per gli eighties ti avvicina pericolosamente alla categoria hipster…

La barba la sto facendo crescere perché è inverno e d’inverno ci si scalda ognuno come può, ma quella per gli eighties non è esclusivamente nostalgia, o meglio: c’è di certo, ma è mescolata a un sano fastidio rispetto al fatto che il quadro che ci eravamo dipinti (o hanno dipinto per noi?) non era per nulla simile alla realtà che poi ci siamo trovati ad affrontare. Ed è per questo che la montatura di tartaruga ancora non fa parte dei miei accessori.


Dietro la vivacità dei colori pop del video “A me mi”, primo singolo di Lorem Ipsum, emerge un’ironia caustica inattaccabile. È una presa di coscienza e un manifesto delle aspettative stroncate della generazione degli attuali trentenni. Dopo averlo visto ho subito pensato a una vicinanza concettuale con Zerocalcare. Daccela una speranza però…

La speranza c’è, solo che viene ammazzata pure quella dalla realtà («sarà per la prossima volta»). In effetti ora che mi ci fai pensare è un po’ desolante il quadro e lascia poco spazio ad aperture positive, c’è da dire però che il brano è cattivo solo con la mia di generazione, a quella successiva guarda con invidia e racconta un mondo nelle loro mani, per cui se è vero che i giovani sono il nostro futuro, allora la speranza è nella generazione successiva. Che verrà fregata da quella successiva forse, o forse no, e via così nei secoli dei secoli amen. La vicinanza con Zerocalcare (cosa che mi onora e lusinga) forse è data dal fatto che sono nato e cresciuto a Rebibbia anche io, chissà magari avere il carcere dietro casa regala un certo tipo di formazione.

 

La tua musica è intrisa di una Roma perduta, dimenticata e le tue canzoni sembrano un dialogo intimo con lei. Qual è il tuo rapporto con la città e come è cambiato crescendo?

Il classico amore-odio. Quando sei circondato da una bellezza di tale portata e allo stesso tempo da un livello di disservizi e disorganizzazione burocratico-amministrativa come quello che quotidianamente affrontiamo diventa difficilissimo relazionarsi con quella che poi è casa. La Roma che racconto è quella di mio padre e poi quel poco che ricordo della mia infanzia. Tra ricordi miei e altri rubati quello che stride è vedere un paese (Roma è un paesello) costringersi a cercare di diventare metropoli. Non ce la fa, e poi un po’ come a tutti i romani il paesello mi piace. Mi piace la borgata, il rapporto diretto col bottegaio, mi piace cantare per strada, cose che con gli anni si stanno perdendo, e allora visto che non posso chiedere al tempo di fermarsi chiedo a lei di stare attenta a non trasformarsi troppo.


Ascoltando tutte e 9 le tracce di Lorem Ipsum è evidente che non ti limiti a cantare ma reciti, declami parole come fossero versi di una poesia. Dove nasce questo modo teatrale di fare musica?

Ho fatto teatro per tanti anni; ho lavorato per lungo tempo con il Living Theatre e con diverse compagnie di teatro di “frontiera” per capirci, poi ho capito che potevo essere ancora più povero facendo il musicista e allora ho mollato il teatro, ma qualcosa evidentemente mi è rimasto addosso.


Complice anche la sua riscoperta come soggetto cinematografico (La grande bellezza di Sorrentino, Non essere cattivo di Caligari), Roma si riscopre come epicentro creatore di un fervore artistico che si era un po’ appannato negli ultimi anni. C’è ancora spazio per emergere senza scendere a spiacevoli compromessi che spingono verso una musica artefatta e preconfezionata?

Spazio ce n’è di sicuro. Sono convinto che Roma stia attraversando (dal punto di vista musicale) una sorta di rinascimento in questo momento. Ci sono tante band e tanti artisti veramente bravi che stanno uscendo fuori e che sembrano aver imparato lezioni importanti. Credo che il punto centrale sia rimanere in contatto e condividere i percorsi e le esperienze senza chiudersi in gruppetti e movimenti di “potere”; questo permette all’arte di rimanere viva e sincera. Se ci si chiude, come è stato in passato per Roma, l’arte si annoia, diventa stantia e artefatta e preconfezionata, come dici tu.


Prossimi progetti e/o collaborazioni? Dove e quando possiamo sentirti dal vivo?

C’è l’idea di lavorare a una trilogia video con diversi artisti di figura, ma se ne parlerà l’anno prossimo. Per quanto riguarda concertucoli vari, ci vediamo su Roma il 26 febbraio a Nacosetta (Pigneto) altrimenti in giro per l’Italia, qualche data qui e lì sta uscendo fuori e siamo molto contenti!

 

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