“Ave, Cesare!”
dei fratelli Coen

Di Hollywood, peplum e marxismo

di / 11 marzo 2016

Ave, Cesare! recensione Flanerí

Dopo aver attraversato praticamente ogni genere cinematografico e ogni epoca, Joel e Ethan Coen tornano a Hollywood ventisei anni dopo quel Barton Fink che nel 1991 riuscì nell’impresa unica di vincere la Palma d’oro, il premio per la miglior regia e quello per la migliore interpretazione (John Turturro) al Festival di Cannes. Quella era la Hollywood degli anni Trenta, ora con Ave, Cesare! si va avanti nel tempo fino al 1951 e a degli Stati Uniti completamente differenti, con la psicosi della bomba atomica e della minaccia comunista a dipingere scenari apocalittici per il futuro.

Eddie Mannix – ispirato a un vero produttore di Hollywood e interpretato da Josh Brolin – è un “fixer”, un uomo incaricato dagli studios cinematografici di risolvere i problemi. Gravidanze inaspettate, scandali sessuali, indiscrezioni, risse, sono il suo lavoro quotidiano. Non dorme mai, è sempre in giro a prendersi cura delle celebrità insicure e arroganti, a confessare i suoi peccati (fuma di nascosto dalla moglie), a cercare di capire se quella vita inarrestabile all’ombra delle stelle valga ancora la pena di essere vissuta o se non sia piuttosto meglio accettare quella proposta di lavoro che lo porterebbe fuori dal cinema, al sicuro dietro la scrivania della Lockheed Martin, a supervisionare la produzione di armi in grado di difendere il Paese. Non ha tempo per pensare, però, perché tra i mille problemi del suo lavoro quotidiano deve affrontare un nuovo tipo di imprevisto. Baird Whitlock, la star del colossal Ave, Cesare! – Un racconto su Gesù Cristo è stato rapito da una misteriosa organizzazione che si fa chiamare Il Futuro. Chiedono centomila dollari per rilasciarlo.

Ave, Cesare!, quello dei Coen, non il film nel film, è un omaggio all’epoca d’oro di Hollywood, alla grandezza degli studios in ogni loro aspetto, dal set ai lavori dietro le quinte, dalla produzione al montaggio. I Coen si sono divertiti a misurarsi con la storia del cinema, con i grandi generi popolari, realizzando quasi interamente il film all’interno degli immaginari Capitol Studios (comparivano già in Barton Fink), passando da un set all’altro, dal western, al peplum, al musical di marinai, alla commedia romantica, alla coreografia acquatica. Per ogni frammento di cinema hanno adattato il loro stile al registro adeguato, cambiando le tecniche di ripresa, realizzando una serie di mini-film nel film.

Se nella loro ormai più che trentennale carriera i Coen si sono misurati davvero con ogni genere cinematografico, Ave, Cesare! conferma quella che è sempre stata la loro unica intenzione: fare cinema, in qualsiasi sua forma. Qui si confrontano con il mito assoluto di quella che è per tutti la stagione della grandezza di Hollywood per confermare ancora una volta come i loro lavori siano sempre carichi di una cultura cinefila che non ha bisogno di mostrarsi nel citazionismo diretto ma che ha assimilato le lezioni del passato per filtrarle nell’immagine che viene mostrata allo spettatore.

Come per gran parte dei film precedenti dei fratelli, Ave, Cesare! si può vedere godendone perfettamente già al solo primo livello di lettura, quello superficiale della storia raccontata. La giornata infernale di Mannix in giro per gli studios alle prese con un’attricetta che si fa fotografare semi-nuda, una diva incinta, interpretata da Scarlett Johansson, con la gravidanza da risolvere prima che arrivi la notizia alla stampa, un attorucolo di western (Alden Ehrenreich, la sorpresa del film) che per il capriccio di un produttore viene promosso alla commedia sofisticata causando il crollo nervoso del raffinato regista Laurence Laurentz (Ralph Fiennes), le pressioni delle gemelle giornaliste Thora e Thessaly Thacker (Tilda Swinton doppia) e soprattutto il sequestro di Baird Whitlock (George Clooney), già di suo tendente a sparire dentro una bottiglia e ora rapito da un gruppo di sceneggiatori filo-sovietici ispirati da Marcuse che finiscono anche per fargli il lavaggio del cervello in tema di ridistribuzione delle ricchezze, sarebbe già sufficiente per incuriosire e divertire il pubblico.

Andare più in profondità, però, è semplice, perché i Coen disseminano il film di tracce per capire in che direzione scavare. C’è il tema della religione, ancora una volta, con Mannix religiosissimo alle prese con un film sul Cristo che richiede il confronto con gli esponenti della chiesa cattolica, ortodossa, protestante e un rabbino, per essere sicuri di non offendere nessuno, con il senso del divino che si trasferisce da Dio al cinema, dalla religione alla sua rappresentazione sullo schermo.

C’è il confronto tra il mondo interno di Hollywood della finzione, in cui tutto è organizzato dagli studios, dalle riprese alla vita privata delle celebrità, e quello esterno della realtà, delle bombe atomiche e della fobia del comunismo, e la consapevolezza che di fondo importa molto di più la finzione che il reale, con le gemelle Thacker che pressano Mannix per avere conferma di uno scandalo sessuale di Whitlock, non per sapere del rapimento.

È sempre il cinema, però, al centro di tutto, come grande industria dell’illusione, come fondamento della storia culturale, come alternativa centripeta a tutto il resto, alla religione, alla politica, alla vita privata. I Coen lo sanno, e ce lo ricordano.

 

(Ave, Cesare!, dei fratelli Coen, 2016, commedia, 106’)

 

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LA CRITICA

Nel loro film più cinefilo, i fratelli Coen rendono omaggio alla grandezza di Hollywood e ricordano ancora una volta come il cinema e il gusto di fare cinema siano il loro unico grande interesse.

VOTO

8/10

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