“A Moon Shaped Pool” dei Radiohead

Il passato come presente

di / 8 giugno 2016

A Moon Shaped pool copertina album Radiohead flanerí

I Radiohead da anni  non sono più i Radiohead.  Non sono più quello che si è sempre pensato quando si pensa ai Radiohead:  un gruppo di nicchia, per pochi.  Non sono più i Radiohead non da un punto di vista qualitativo,  bensì  dell’immagine. Di come e di quanto  se ne parla e se ne deve parlare. Ogni loro nuovo lavoro è occasione per aprire dibattiti, più o meno prolifici. Parlarne ancora come un prodotto per una cerchia ristretta, risulta limitante, quasi ridicolo. Anche se fosse ancora vivo un retropensiero per cui  i Radiohead sono qualcosa per eletti oggi, nel 2016, non ha più motivo d’essere – basta anche solo andare a un loro concerto per rendersene conto.
Quanto è successo prima dell’uscita di A Moon Shaped Pool, il loro nono lavoro in studio, ne è la testimonianza palese. Esser scomparsi da internet (fatta eccezione per Myspace, per quanto possa valere), ha scatenato una sorta di psicosi dove chiunque (o quasi) si è sentito tirato in causa di dire qualcosa. E bisognava farlo subito, immediatamente. E non che questo sia per forza un male, intendiamoci. Nell’iperdemocrazia da computer queste sono le regole. Chiaro è che ciò che è diventato internet, i suoi risvolti sociali, economici, politici, e tutti i suoi significati che ne derivano, ha enormemente enfatizzato il tutto, ingigantendo anche il senso della loro scomparsa – che è sembrata più materiale che immateriale.

Da qualsiasi punto di vista la si voglia mettere, che li si veneri o li si detesti, tralasciando le varie strategie di marketing (è indiscutibile che l’universo Radiohead sia sempre girato attorno anche alla capacità di saper vendere e proporre la propria immagine), resta indiscutibile un dato di fatto: in più vent’anni di carriera, non si sono mai guardati indietro, cercando sempre, se non di evolversi, di non soffocare nel proprio pantano. O meglio: prendendo A Moon Shaped Pool, si sono guardati indietro, molto, ma senza lo sguardo di quei gruppi a cui, arrivati a un certo punto della loro carriera, non è rimasto altro se non la possibilità di rispecchiarsi tristemente nel proprio passato.

Cinque anni sono passati da The King Of Limbs, lavoro che forse rimarrà sempre un po’ in ombra nella carriera dei Radiohead per alcune carenze strutturali – per chi scrive, la prima parte ha un una propria vita, una dimensione sonora viva e inquietante, un approccio nuovo; da “Lotus Flower” in poi si perde, raccontando qualcosa di già detto, con “Give Up The Ghost” che va a smorzare ogni possibile tentativo di ripresa. Questa doppia faccia, questi due lati dello stesso album, sono un chiaro–scuro che non ha mai convinto del tutto.
La questione attorno a The King Of Limbs, alla luce di questo nuovo disco, è sicuramente spiazzante. È sembrato palese quanto cinque anni fa sembrava che i Radiohead stessero per intraprendere un tipo di discorso – quello della prima parte dell’album – che invece probabilmente è confluito all’interno dei progetti solisti di Yorke. A dispetto della cronologia, A Moon Shaped Pool suona molto più come parente stretto – evoluto, colto –, anche se non strettissimo, di In Rainbows. Collegati da un ipotetico ponte alla cui metà si era in procinto di svoltare verso altri lidi, In Raibows e A Moon Shaped Moon hanno un comune denominatore nella ricerca esclusiva della musica come bellezza.

Ora, per quanto riguarda le direzioni intraprese, ci troviamo di fronte a una situazione complessa. La natura di quest’ultimo lavoro è di per sé eterogenea: non che i lavori precedenti non lo fossero – basti pensare ad Amnesiac – , ma qui è veramente difficile capire o tentare di capire quale sia il nocciolo narrativo, e quale sia il discorso musicale che i cinque vogliano portare avanti. C’è il pop, il kraut, la bossa, ci sono i cori, ci sono gli archi (London Contemporary Orchestra). Non è di certo un male, ma è quantomeno spiazzante. In definitiva, comunque, per quanto dia pochi punti di riferimento, A Moon Shaped Pool scorre in maniera fortemente coerente.
Il fatto che molti dei brani facciano parte del passato della band (“True Love Waits” ad esempio è un brano che gira dal 1995, inserito nell’album live I Might Be Wrong: Live Recording), per alcuni ha motivi che risiedono nella separazione, dopo ventitre anni, di Yorke dalla compagna Rachel. Una sorta di prendiamoci parte dei pezzi, parte del passato con cui giriamo da anni, e mettiamo tutto in questo lavoro. Potrebbe essere questo il nucleo narrativo? Forse, magari riduttivo per un gruppo del genere, ma con i Radiohead è sempre stato molto difficile capire chiaramente di cosa si parlasse (salvo forse solo il politico Hail To The Thief). E forse è anche in questa criticità che risiede la loro potenza comunicativa.

Da un punto di vista testuale, Yorke si conferma autore di flash, immagini, situazioni, oggetti, l’assurdo che si fa largo nelle dinamiche quotidiane e viceversa, il tutto al limite del cut–up in una continua paranoia claustrofobica. C’è sempre stata questa enorme possibilità di interpretazione, proprio perché nella maggior parte dei casi Yorke ha sempre raccontato micro–storie all’interno di storie solo all’apparenza più grandi. Micro–storie al cui interno potevano risiedere interi mondi.
C’è sempre stata quindi un’affascinante poca chiarezza nelle parole dei Radiohead (dagli «Unborn Chicken Voices» di “Paranoid Android”, al «I Get Eaten By The Worms»  di “Weird Fishes/Arpeggi” fino al «Low Flying Panic Attack» di “Burn The Witch”). E in A Moon Shaped Pool il tutto è ancora più palese: qui i testi, come la sequenza dei brani, sono nebulosi, grigi, e in questo c’è una forte coerenza.

Il brano che apre A Moon Shaped Pool è “Burn The Witch”, accompagnato dal video inquietante in stop motion diretto da Chris Hopewell e ispirato dalla crisi dei rifugiati, ma anche dalla serie inglese Camberwick Green e dal film The Wicker Man. Archi usati alla maniera classica contemporanea (si è letto di paragoni con “Viva La Vida” dei Coldplay: no, stiamo parlando di universi che non si sfioreranno mai), accompagnano un cantato brit pop dove Yorke angosciosamente, in falsetto, canta «Burn the witch / We Know where you live», mentre Colin Greenwood, durante le strofe si rifà al se stesso di Airbag. La tempesta di archi che chiude il brano in un crescendo ipnotico, si placa in “Daydreaming”, da cui è stato girato il video di Paul Thomas Anderson. Sembra una lunghissima sequenza onirica, dove Yorke vaga aprendo porte (ventitre per la precisione, e per chi intende A Moon Shaped Pool come concept sulla separazione di Yorke dalla sua compagna Rachel, questo potrebbe essere un dato a suo favore: avevano passato ventitre anni insieme), attraversando case e spiagge, dove i vari personaggi che si intravedono non sembrano accorgersi della sua presenza,  per finire rannicchiato in una grotta. Il brano è una ballata al piano – con alcuni rimandi alla loro “Last Flowers” – dove la forza e la magia arrivano dall’arrangiamento degli archi che sopperisce a una linea melodica che non rimarrà nell’olimpo  radioheadiano. “Decks Dark”, il pezzo più sensuale dell’album, sembra uscita da un mix perfetto di Ok Computer e Hail To The Thief e po’ di Amnesiac: l’apertura della batteria, accompagnanta dai cori, ha la classe di quella di “Pyramid Song” e la forza di quella di “Airbag”. “Desert Island Disk” è un pezzo che suona un po’ Nick Cave, un po’ “Dear Prudence” dei Beatles: una cosa mai sentita prima dai Radiohead. Qui finisce un primo blocco. Il contrasto con “Ful Stop” è netto. Il contrasto con il kraut di “Ful Stop e della sua ritmica ossessiva è netto. Ed è anche importante il contrasto con “Glass Eyes”, brano struggente, uno dei loro più intimi – dove Yorke suona il piano in una maniera completamente inedita per quelli che sono i suoi standard –,  in un binomio che può ricordare quello “The National Anthem”–“How To Disappear Completely” in Kid A, o quello “Myxomatosis”–“Scatterbrain” in Hail To The Thief.

Si prosegue con “Identikit”, pezzo che sarebbe potuto diventare – stando a come suonava durante il tour del 2012 – un pezzo tremendamente scanzonato. Invece dopo la lavorazione in studio ne esce fuori un pezzo pop raffinato, intellettuale, con l’azzardo dell’entrata del coro che, accompagnato dalle note di synth, continua a far storcere il naso di chi sta scrivendo. “The Numbers”, precedentemente conosciuta come “Silent Spring”, riferimento al libro ambientalista di Rachel Carson, con un finale brevissimo in un crescendo controllato da brividi, il testo vagamente retorico sull’ambiente,  suona come grande b-side mancata – sarebbe potuta essere la “Kinetic” di Kid A o la “Cuttooh” di Amnesiac. “The Present Tense” ha semplicemente una delle più belle melodie mai scritte da Yorke. Qui i Radiohead l’arrangiano come bossa nova, togliendo il dramma che scorreva viscerale nelle versioni live suonate solo da Yorke e capovolgendola, sorprendendo. “Thinker Taylor Soldier Sailor Rich Man Poor Man Beggar Man Thief” è il brano più cupo dell’album, il cui titolo in italiano potrebbe essere tradotto con ambrabaciccicoccò. Un jazz nero, dove gli archi quasi cinematografici sarebbero andati a chiudere benissimo A Moon Shaped Pool. Invece a questo punto arriva l’unica nota stonata – seppur “True Love Waits” è e rimarrà per sempre una gemma.  Come già detto, il pezzo è vecchio ed è stato suonato suonato più volte solo da Yorke (durante i live, inoltre, la prima strofa è stata spesso usata  come intro a “Everything In Its Right Place”). Un pezzo talmente vecchio che ha creato una propria epica e che probabilmente andava lasciato stare tra gli incompiuti. E il problema, comunque, non è  il fatto che sia un pezzo vecchio – modus operandi consolidato negli anni da parte dei Radiohead, oltre agli esempi di quest’album, basti pensare a “Nude”, che veniva presentata già anni prima di In Rainbows con il nome di “Big Ideas”. Ma lì è contestualizzata, ha senso, vive. “True Love Waits”, in A Moon Shaped Pool, sembra buttata  per caso come traccia finale (mentre le tracce finali, per loro, sono sempre stati dei momenti fondamentali, catartici: “Street Spirit (Fade Out)”, “The Tourist”, “Motion Picture Soundtrack”, ad esempio). “Thinker Taylor Soldier Sailor Rich Man Poor Man Beggar Man Thief”  avrebbe chiuso il discorso egregiamente. “True Love Waits”, in questo modo, suona come appendice, messa lì per coprire una spazio che in realtà non esisteva.

A Moon Shaped pool non sposta la musica – non è necessario che i Radiohead lo facciano sempre, e forse non bisognerebbe sempre aspettarselo. Forse aggiunge qualcosa all’universo e all’immaginario dei cinque dell’Oxfordshire. Di sicuro è il vestito elegante di cinque signori che ancora, a quasi cinquant’anni, riescono a dispensare bellezza come pochi al mondo. Solo e unicamente bellezza. E va bene così.

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LA CRITICA

A Moon Shaped Pool conferma, ancora oggi, i Radiohead come uno dei migliori gruppi del pianeta. Tra ripescaggi dal passato e brani completamente inediti, Yorke e compagni producono un lavoro di gran classe. Di band del genere, nella storia della musica, se ne contano pochissime.

VOTO

8/10

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