“Derive”
di Pascal Manoukian

Un romanzo di migrazioni che racconta le radici dell’esodo verso l’Europa

di / 7 novembre 2016

Copertina di Derive di Pascal Manoukian su Flanerí

Basta poco per dissociarsi, per disconnettere una persona dalla sua storia. L’asiatico che vende le rose, l’immigrato est-europeo, il profugo nero: tutte figure umane che nella percezione comune rimangono appena abbozzate, con la vaghezza degli stereotipi a delimitarne le sfaccettature. Il percorso di vita, le aspirazioni, la cultura, l’origine sono dettagli irrilevanti – controproducenti, anche – nello stabilire delle distanze.

Derive di Pascal Manoukian (66thand2nd, 2016), però, spinge i lettori a scavare dietro tre storie di immigrazione – alle quali fanno da corollario una miriade di altre microstorie di partenze – per riassegnare un nome e una dignità a un gruppo di disperati finiti nel sobborgo parigino di Villeneuve-le-Roi. Come corpi alla deriva, che si lasciano trasportare dalle correnti, si affidano ai capricci del vento e delle acque e aspettano di sapere dove li condurrà il caso, così questa compagnia di clandestini in Francia si incaglia, affonda, risale, va incontro a mirabolanti colpi di fortuna. Stringendo un’allenza tra profili caratteriali e culturali che in altri contesti sarebbe apparsa improbabile, Chanchal, il venditore di rose bengalese, Virgil, l’operaio moldavo, Assan e sua figlia Iman, che scappano dalla guerra civile somala, si ritrovano ad appoggiarsi a vicenda nella lotta per trovare un lavoro, una casa e un posto nella società francese.

Le azioni si svolgono in un tempo ancora lontano dai numeri dei fenomeni migratori attuali: il 1992, un anno dopo la caduta dell’Unione Sovietica, lo scoppio della guerra civile in Somalia e il devastante ciclone tropicale che colpì il Bangladesh sudorientale. Guidati dalla cieca risolutezza di chi è sopravvissuto alla tragedia, i protagonisti di Derive sono gli apripista intraprendenti di un fenomeno destinato a prendere proporzioni smisurate, come profetizza Virgil rivolgendosi a un sindacalista: «Anche le cose che a voi sembrano più spente, per noi sono piene di luce! Più migliorate la vostra vita e più ci attirate come mosche. E questo è solo l’inizio, noi siamo solo i pionieri, i più coraggiosi. Vedrà, tra poco ci saranno migliaia di altre persone che seguiranno il nostro esempio e si metteranno in cammino da tutti i luoghi in cui gli uomini vengono trattati come bestie. Nessun muro sarà mai abbastanza alto, nessun mare sarà mai abbastanza burrascoso per trattenerli. Perché quello che di peggio c’è da voi, è comunque meglio di ciò che di meglio c’è da noi. Non potete farci niente, mi creda, quello che oggi è un lieve formicolio non è niente in confronto al prurito che sentirete domani».

Per anni Pascal Manoukian ha raccontato conflitti ed eventi attorno al mondo come reporter di guerra, e dalla minuzia nel tratteggiare i suoi personaggi si nota l’abitudine a osservare, ricordare, empatizzare con il dolore. Quelle del romanzo sono figure umane che si crede di conoscere abbastanza per poter predire come agiranno, salvo poi restare sorpresi dalle azioni inaspettate che la loro inventiva escogita quando subentra lo sconforto. Forse nell’evocare con tanta spontaneità le pene e le sfide delle migrazioni gioca un ruolo la storia della famiglia dell’autore, approdata in Francia dalla Turchia per sfuggire al genocidio del popolo armeno.

Scorrevole e ben costruito, Derive è un testo semplice, che arriva a tutti, e serve a sottolineare concetti che chi è assuefatto al benessere tende a soprassedere.

 

(Pascal Manoukian, Derive, trad. di Francesca Bononi, 66thand2nd, 2016, pp. 240, euro 17)
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LA CRITICA

Romanzo attualissimo e accessibile a ogni fascia di lettori, dà voce a chi, disperato, sbarca in Occidente per sfidare la sorte. Una lettura obbligata per chi non realizza quanto siano scarse le alternative all’emigrazione.

VOTO

7,5/10

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