“Umami”
di Laia Jufresa

Il sapore leggero del dolore

di / 17 luglio 2017

Umami (Edizioni SUR, 2017) è il quinto sapore, quello che conosciamo senza saperlo e che non sappiamo riconoscere. È la stessa cosa che capita con il dolore o con l’abbandono, è inevitabile assaggiarli, non avranno un gusto comprensibile, andremo avanti ugualmente.

Laia Jufresa, autrice messicana al suo primo romanzo – finora aveva scritto racconti e una sceneggiatura –, costruisce un libro diviso in pochi anni e a ogni anno dà una voce, a ciascuna voce una casa e a ogni casa il nome di un sapore. Risultato di questa costruzione è un’architettura costituita da una narrazione intrecciata, frammentaria e interrotta in cui il tempo scorre all’indietro dentro i confini di un complesso residenziale, consentendo tuttavia di seguire in modo chiaro il mosaico di storie e di ricordi che ne rappresenta le fondamenta.

Ana vive nella casa Salato con i genitori musicisti, due fratelli in viaggio e una sorella minore che non c’è più. Alle vacanze americane dalla nonna preferisce restare in cortile a far crescere la milpa, tradizionale coltivazione messicana di mais, fagioli e zucca, e a leggere i libri di Agatha Christie o i classici elisabettiani che la nonna le invia. La madre di Ana sembra vivere a cavallo tra questo mondo e un altro di cui non parla mai ma a cui guarda di notte in giardino, da sola. Porta sulla testa un turbante ogni giorno diverso come per avvolgere la perdita di sua figlia dentro qualcosa di molto stretto e non va più a trovarla al cimitero.

Nella casa Acido abita la migliore amica di Ana, una ragazzina bella dal nome brutto ma di cui è orgogliosa perché è lo stesso della coreografa Pina Bausch, che in quel posto però nessuno sembra conoscere. Pina sopravvive allegra e triste con il padre alla partenza della madre, una donna dallo spirito hippie incapace di tornare indietro, che prima di andare via ha lasciato una lettera che la figlia non ha mai letto.

Ogni tanto con le due amiche, a volte solo nei pensieri di qualcun altro, si sentono le parole infantili di Luz, sorella di Ana, l’unico personaggio che ogni anno che passa non cambia mai età. La sua suona come la voce di un pesciolino rosso in fondo al lago, dove sperava di trovare un castello, un imperatore e un desiderio e dove invece è diventata un ricordo.

Accanto a loro, casa Amaro è stata presa in affitto da Marina, pittrice che non mangia più, che cerca di capire se ha abbandonato la propria famiglia di origine o se è lei a essere stata abbandonata. E mentre lo fa inventa nomi di colori che forse non le serviranno mai per dipingere ma che sono perfetti per descrivere stati d’animo e tutte quelle cose che altrimenti non esisterebbero.

Ideatore e proprietario del comprensorio Villa Campanario è Alfonso Semitiel, antropologo vedovo che passa le sue nuove giornate a scrivere e scrivere – su un pc che chiama Nina Simone – della moglie che non c’è più, anche se parlare di lei è allo stesso tempo necessario e impossibile come spiegare l’umami. Trascorre il tempo che non ha ormai molto senso ascoltando le strane teorie della ragazzina che gli abita accanto e condivide clandestinamente il lutto con la vicina di casa in un bar dove non era mai andato prima.

Nel romanzo non trova spazio nessuno degli stereotipi spesso attesi nella letteratura messicana. In Umami non c’è violenza, né politica, né povertà. Jufresa, così come altre autrici latinoamericane della sua generazione come Guadalupe Nettel e Valeria Luiselli – entrambe messicane – si allontanano dai canoni del romanzo cliché, non si sentono necessariamente tenute a raccontare temi che ci si aspetterebbe in quanto caratterizzanti, nel luogo comune, quella parte di mondo, non vogliono essere testimoni incastrate in un ruolo previsto da altri, semplicemente intendono essere libere di raccontare a prescindere da qualunque imposizione geografica. Le loro storie raccontano di quello che succede dentro – all’interno di una famiglia, in una sola persona, dentro un corpo – e questo permette di leggere storie universali, in cui il dolore, i sentimenti del singolo, le relazioni umane sono forti come quelli di tutto un popolo.

In particolare in Umami, tra ricordi che non vanno via, confronti e litigi e risate, ogni personaggio si plasma e si descrive negli occhi del proprio vicino, si incrociano alcolici per dimenticare – o per ricordare – e infiniti tentativi di restare a galla, di sopravvivere alla sofferenza, di imparare a conviverci ognuno in un modo che nessun altro capirebbe.

«Solo che non è nemmeno un fiume la nostra tristezza, è acqua stagnante. Da quando Luz è affogata, c’è sempre qualcosa che affoga a casa nostra. Certi giorni no. Ci sono giorni in cui si potrebbe credere che siamo ancora vivi, i cinque rimasti della famiglia: mi viene un brufolo, Theo riceve una telefonata da una ragazza, Olmo dà il suo primo concerto, papà torna da una tournée, mamma fa una torta. Ma poi entri in cucina e c’è la torta, ancora cruda, sul tavolo di legno, la metà della superficie già punzecchiata con la forchetta, l’altra ancora liscia, mamma con la forchetta sospesa per aria, la forchetta immobile, lei imbambolata, e allora capisci che a casa saremo per sempre quasi sei».

 

(Laia Jufresa, Umami, trad. di Giulia Zavagna, Edizioni SUR, pp. 250, euro 16,50)

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LA CRITICA

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7/10

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