“Karma clown”
di Altaf Tyrewala

Una scrittura spietata e provocatoria

di / 6 settembre 2017

«Tutti sanno […] che un clown dev’essere malinconico per essere un buon clown, ma che per lui la malinconia sia una faccenda seria da morire, fin lì non arrivano».

Chissà se scrivendo il racconto che dà il titolo alla sua raccolta Karma clown. Dispacci da una nazione iperreale (Racconti Edizioni, 2016), Altaf Tyrewala pensava al malinconico clown e alle sue opinioni su religione cristiana, amore e comunismo del capolavoro di Heinrich Böll.

Per apprezzare però fino in fondo il libro di Tyrewala bisogna essere disposti a scendere nelle pieghe più segrete e profonde dell’India. Le storie infatti sono ambientate, pur con diversi accenti, declinazioni e specificazioni, a Mumbai. Lo sguardo dell’autore sulla città indiana è una lente di ingrandimento che non ne intacca l’aspetto bensì la percezione. Soprattutto ne indaga il rapporto con l’Occidente ma anche con sé stessa.

Il Karma clown in questo senso è un personaggio emblematico. È un fantoccio di un fast food che un giorno prende vita e decide di scappare dalla panchina cui era condannato ad attirare clienti. Una volta libero però viene coinvolto in una serie di disavventure che svelano tutto il grottesco della vita.

Il clown affronta persone aggressive e sfrontate rispetto alle quali appare un innocente, quasi un puro. Nella realtà il clown diventa il personaggio più serio, l’unico veramente capace di soffrire e amare e il doversi ridurre a un pupazzo rappresenta la negazione di un mondo dove complessità fa rima con estraneità.

Si tratta di un’accusa molto dura nei confronti del capitalismo coloniale occidentale che tutti identificano nel clown. La sua fine atroce e disperata ne fa però un appello isolato: «Come posso smettere di simboleggiare quello che detesti? Come faccio a diventare soltanto io, non qualcosa che la gente vuole attaccare e bruciare?»

L’India di oggi è un Paese di grandi contrasti. Accanto ad uno stile di vita molto legato ancora alle antiche tradizioni dove la spiritualità riveste un ruolo molto importante, il processo di modernizzazione e la politica del libero mercato, consentono ad una piccola parte della popolazione che vive principalmente nelle grandi città e che di base ha una buona istruzione di arricchirsi avvicinandosi maggiormente a uno stile di vita “occidentale”.

Ci troviamo davanti a un autore dalla scrittura spietata. Le storie sono spesso filtrate da un’ironia amara e provocatoria come nel caso di Il regista di film porno.

Tyrewala mette in scena drammi individuali con una leggerezza feroce e fraterna, un distacco variegato di empatia che ci interroga senza opprimerci.

Tra i personaggi tragici c’è anche una donna delle pulizie per la quale una bottiglia d’acqua diventa l’unica inestimabile ricchezza, simbolo di purezza; un guardiano ossessionato dalle coincidenze, che ingaggia non tanto una guerra quanto una vera e propria guerriglia contro la morte fatta di connessioni rapide e veloci ripiegamenti riflessivi.

Il racconto è una forma che non ha bisogno del superfluo per incantare, perché in un racconto conta solo il necessario e ci si può liberamente concentrare su cose che di solito non interessano a nessuno, anche se sono un patrimonio di silenziosa sofferenza, rassegnazioni e tanti altri sentimenti che non fanno rumore.

 

(Altaf Kyrewala, Karma clown. Dispacci da una nazione iperreale, trad. di Gioia Guerzoni, Racconti Edizioni, 2016, pp. 228, euro 16)
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LA CRITICA

In Karma clown Tyrewala narra la realtà indiana fra tensioni, contraddizioni e la normalità della vita quotidiana spesso mescolando il realismo con storie e situazioni surreali.

 

VOTO

7/10

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