“Sleep Well Beast” dei The National

Il ritorno della band di Matt Berninger

di / 26 settembre 2017

Copertina dell’album Sleep Well Beast su Flanerí

Il solito grande album dei National. È di nuovo così. Sleep Well Beast è il solito grande album dei National. Cosa sia successo da Boxer in poi – Sad Songs for Dirty Lovers e Alligator sono buoni album, ma distanti anni luce da tutti i loro successori – non è dato sapersi. Dai primi accordi di piano di “Fake Empire” al noise durante l’ossessiva ripetizione di «I’ll Still Destroy You / Sleep Well Beast / You As Well / Beast» è stato un continuo parlare della stessa cosa ma in infiniti modi diversi rimanendo sempre sullo stesso livello, altissimo, con immagini – alcune ancora oggi poco chiare – che sapevano di epifanie, l’assurda eleganza della batteria, i riff di chitarra mai sopra le righe, le melodie vocali percorse dalla voce baritonale di Berninger che sembrano perennemente uguali a loro stesse ma che alla fine lasciano quello stordimento per cui pensi costantemente di trovarti di fronte a qualcosa di sempre nuovo e magnifico.

Perché i National – nonostante Sleep Well Best abbia un approccio leggermente diverso rispetto agli ultimi, ma solo in alcune soluzioni nella scelta di suoni – sono uno di quei gruppi con un’idea ben precisa sui cui sviluppano le proprie canzoni. Non distruggono ciò che hanno fatto in precedenza per ripartire da zero. Tengono ben saldo tutto ciò che negli anni hanno tirato su e attorno a quello continuano a dare forma alla propria poetica. Saper essere credibili, in questo contesto, senza passare per gente furba, è un lavoro insidioso. Ma qui siamo di fronte a persone che hanno quella cosa indefinibile materialmente, ma che si percepisce ogni volta che ci si ha a che fare, quella scintilla che li pone al di sopra degli altri.

Boxer è stato il crocevia per i cinque americani, che da quel momento hanno iniziato a essere i The National. E Boxer è il motivo per cui Sleep Weel Beast suona così, oggi. Perché Boxer gli ha dato quella consapevolezza che in precedenza non avevano – pur essendo pieni di talento -, quello statuto per scrivere “Turtleneck”, per esempio, figlia di “Mr.November” passata per gli insegnamenti di High Violet e Trouble Will Find Me.
In Sleep Well Beast si respira quello spirito anarchico dei primi National, gestito e contenuto dai National del post Boxer, il tutto sviluppato negli angoli più bui e remoti di Berninger, angoli forse mai raggiunti prima.

Matt Berninger, di nuovo, si conferma al momento tra i più grandi cantautori in circolazione. Un equilibrio rarissimo tra modo di cantare e testi. Saper dire le cose e sapere come dirle. La grazia della sua scrittura tocca il suo apice in “Guilty Party:«I say your name / I say I’m sorry / I’m the one doing this / There’s no other way / It’s nobody’s fault / No guilty party / I just got nothing / Nothing left to say.».Sono liriche di una potenza letteraria devastante, un racconto sulla fine di qualcosa di matrice quasi carveriana. Non c’è più nulla da fare, è così, non è colpa di nessuno.

Sleep Well Best è il lavoro più oscuro dei National e lo si capisce sin da subito dalla ritmica (che ricorda lontanamente quelle di 22, a Million di Bon Iver), dal piano e dalla voce sofferente di Berninger che esordisce con la domanda “Hai detto che non siamo così legati, cosa intendevi?”. “Day I Die” è un pezzo rock alla “Don’t Swallow the Cup” dove la domanda ricorrente «The Day I Die / Where Will We Be?” potrebbe essere il punto di partenza su cui tutta l’idea dell’album gira attorno, mentre in “Walk In Back” si ascolta un parlato (non di Berninger), espediente usato in diversi gruppi post-rock (Mogwai), mai usato in precedenza.

“The System Only Dreams in Total Darkness” è un altro pezzo rock, sulla scia di “Don’t Swallow the Cup”. Da qui al momento più alto dell’album si susseguono “Born To Beg”, ballata al piano tipica dei National; “Turtleneck”, dove riemergono, più maturi, i The National di Alligator; “Empire Line” e “I’ll Destroy You”, forse i brani meno intensi di Sleep Well Beast, soprattutto il secondo, che sembrano soffrire la maestosità dei due pezzi successivi,“Guilty Party” e “Carin at the Liquor Store”. Nella prima, di cui è stato già detto, forse con il miglior testo mai scritto da Berninger, la batteria elettronica, poi sostituita dalla batteria classica, sorregge il piano dove la voce racconta nel modo più naturale e diretto il paradosso della semplicità nella complessità delle cose che finiscono, mentre “Carin at the Liqur Store” è l’apoteosi della ballata alla National, come fosse stato possibile fare una sola cosa di “Pink Rabbit”, “I Need My Girl” e “Havenfaced”. “Dark Side of the Gym” e “Sleep Well Beast” chiudono l’album, dove il finale «Sleep Well Beast / As Well Best», suona come l’ipotetica risposta ultima del discorso iniziato con “Hai detto che non siamo così legati, cosa intendevi?”.

(Sleep Well Beast, The National, Rock-Pop)

 

 

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LA CRITICA

Sleep Well Beast conferma i The National tra le pietre miliari del Duemila, nell’Olimpo della musica pop/rock degli ultimi quindici anni assieme a Radiohead e Sigur Ros.

VOTO

8/10

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