“Il codice di Perelà”
di Aldo Palazzeschi

L’insostenibile leggerezza del funambolo poeta

di / 11 ottobre 2017

Fiaba surreale, favola beffarda, stravagante antiromanzo, Il codice di Perelà, avviato nel 1908, appare per la prima volta nel 1911 nelle Edizioni di Poesia accompagnato dal sottotitolo «romanzo futurista» e da una provocatoria dedica al pubblico, «quel pubblico che ci ricopre di fischi, di frutti e di verdure».

Emblema dell’estrosa e beffarda leggerezza artistica del funambolo e saltimbanco Palazzeschi, Il codice di Perelà, inglobato con altri due singolari romanzi giovanili, Riflessi (1908) – poi Allegoria di novembre – e La piramide (scritto nel 1912, pubblicato nel 1926), nella raccolta Romanzi straordinari, edita da Vallecchi nel 1943, è di continuo sottoposto a revisione e rielaborazione soprattutto per la successiva edizione Vallecchi del 1954, nella quale è modificato anche il titolo, divenuto provvisoriamente Perelà uomo di fumo.

Narrazione senza narrazione, assenza di un protagonista “a tre dimensioni”, sostituzione della voce narrante con il futile cicaleccio della folla: questi gli elementi che inducono a considerare Il codice di Perelà uno stupefacente esperimento di “antiromanzo” che destruttura il canone narrativo classico, eludendo programmaticamente i principi di verosimiglianza e di causalità.

Il gusto del divertissement e dello sberleffo si traducono, sul piano stilistico, nella teatralizzazione: costante il parlato teatrale, continui i dialoghi e i monologhi, lunghissime le sequenze di battute attraverso cui i personaggi intrecciano le loro voci come un coro.

Burlesche e trasgressive le tematiche: la feroce ironia demolitrice di Palazzeschi ribalta con scherno l’ordine costituito e le convenzioni, il perbenismo e la scioccaggine della società, agganciandosi al futurismo e – ancora di più – al dadaismo, inserendosi così in quella linea di «carnevalizzazione della letteratura», teorizzata dal critico russo Michail Bachtin nel celebre saggio sul romanzo grottesco Gargantua et Pantagruel di François Rabelais.

La vicenda è singolarissima: Perelà è un omino di fumo e scende dalla cappa del camino, dove ha vissuto per trentatré anni, dopo la morte delle tre madri centenarie – Pena, Rete e Lama, dalle cui iniziali deriva il nome – che tenevano alimentato il fuoco per lui. Indossati un paio di stivali, unico elemento solido del suo corpo volatile, Perelà va alla scoperta della città del Re Torlindao. Accolto a corte con tutti gli onori e incaricato di redigere un nuovo Codice di leggi, Perelà si cala nella vita quotidiana del regno di Torlindao ma quella stessa “diversità” che lo aveva favorito è motivo di disgrazia. Nel tentativo di imitarlo, infatti, il domestico Alloro si dà fuoco e muore, Perelà, processato e condannato, si salva fuggendo attraverso il camino, abbandonando gli stivali.

Allegorico e naïf, Il codice di Perelà, all’indomani della prima apparizione, fu accolto con entusiasmo dalla critica e Ardengo Soffici, direttore di Lacerba e esponente di primo piano del movimento futurista, si spinse addirittura a sostenere che fosse l’unico romanzo italiano, dopo I Promessi Sposi, a poter essere letto e riletto con piacere sempre costante.

Eccentrico e irriverente, Il codice di Perelà vede però nella sua fortuna critica lunghi momenti di ombra: trascurato per decenni, desta un risveglio di attenzione da parte degli specialisti solo quarant’anni dopo la sua pubblicazione. È infatti nel 1956, in un saggio apparso sulla rivista Belfagor – poi raccolto in Letteratura e verità – che Luigi Baldacci definisce la favola di Perelà il libro più valido, importante e felice di Palazzeschi, modello delle esperienze protonovecentesche per la leggerezza di tocco, le gustose invenzioni formali e la decisa caricatura delle idee correnti, e lo contrappone al più tranquillo e meno valido Stampe dell’800, modello per gli anni del ritorno all’ordine.

Una completa rivalutazione critica di quello che oggi appare come il capolavoro di Palazzeschi è favorita poi dal nuovo clima letterario degli anni sessanta per iniziativa di studiosi vicini al Gruppo 63. Contributo critico di primario valore è quello di Luciano De Maria nella sua Introduzione alla ristampa Mondadori del 1973, dove il critico da un lato coglie il parallelismo tra la vicenda Perelà e quella di Cristo per numerosi punti in comune (trentatré anni, l’arrivo improvviso nel mondo senza intervento paterno, l’ascesa tra la gente che si conclude in condanna e ascesa al cielo) e dall’altro ha il merito di porre l’accento sulla doppia allegoria che sorregge l’aerea favola: allegoria di una società e allegoria dell’impossibile opera di salvazione universale tentata dal protagonista con la sua sola presenza.

«- Fammi volare, amore!
– Aquile bianche, candide aquile come cigni, aquile d’oro, aquile d’argento, aquile nere, aquile di tutti i colori vanno su, su coi loro becchi adunchi, su su nel cielo…
– Vanno a strappare a Dio il velo sopra il suo mistero».

 

(Aldo Palazzeschi, Il codice di Perelà, 1911)
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