“Poche parole che non ricordo più”
di Enrico De Vivo

Come una matrioska

di / 16 ottobre 2017

Le librerie sono negozi atipici se si riflette bene: mettono in mostra gli ultimi arrivi, merce puramente dozzinale, lasciando nascosti i prodotti di qualità. Inoltre spesso suscitano nel cliente confusione e disorientamento anche perché molte volte è difficile individuare il genere appropriato. Poche parole che non ricordo più di Enrico De Vivo (Exòrma, 2017), direttore della rivista online Zibaldoni e altre meraviglie, è un libro poco catalogabile, anticonvenzionale, allegorico, vago e indefinito. La voce narrante, un visionario per saturazione percettiva, è voce del popolo che sembra parlare da una specie di altrove che è qui, ma insieme molto lontano da qui.

Il dettato sempre enigmatico si increspa a suggerire immagini derivate, deviazioni ottiche, fughe musicali: «Gli esseri viventi, mentre dolore e sofferenza li travolgono ineluttabilmente, non possono far altro che intonare ciascuno il suo proprio canto, che […] è l’attività più profonda che li riguardi, o che li riguardi più nel profondo. Il canto con cui ciascun essere partecipa dell’armonia universale, innervata di dolore e sofferenza, è un movimento disinteressato, l’unico che coinvolga l’interiorità e l’amor proprio non per mero utilitarismo, ma per una necessità speciale, ossia per spingere l’individuo a rappacificarsi con il destino comune».

La tecnica compositiva di De Vivo implica l’aprirsi di ogni immagine sulla successiva, come una matrioska, a creare una discesa epifanica. Allo stesso modo il paesaggio è trasfigurato e traforato di pertugi, che sono emorragie di senso ma anche convocazioni di ombre. Ma le ombre a volte fanno scherzi beffardi. Uno ci inciampa. Di fronte a libri come questo, non tradizionali, paradossali, ironici, si può compensare l’entropia del narrare soltanto con sfacciata immaginazione e molto intuito: «In effetti, sembra un’invenzione un po’ teatrale […] neanche tanto verosimile, con il gatto che cammina su due zampe e gli uccelli con il sigaro».

Ma Poche parole che non ricordo più sta tutto nei personaggi scandagliati dalla voce narrante, che ci introduce nelle loro vite e dà spazio a ciascuno seguendo gli stilemi della narrazione orale con protagonisti bizzarri e storie moraleggianti.

Il romanzo si compone di schizzi narrativi pieni di punti ciechi, punteggiati da nomi che l’autore sembra aver pescato da vecchi elenchi telefonici. De Vivo ha concepito ogni capitolo come una storia a sé, lasciando al lettore di fare le sue inferenze. I protagonisti di questo ipnotico romanzo sono colti in quell’attimo in cui tutto può succedere, accendendo improvvisamente la pagina anche con immagini di incandescente lirismo e venature di realismo magico.

Gargiulo, l’amico d’infanzia del narratore, un musicista di blues che ha girato per il mondo tanti anni, nelle prime pagine introduce il motivo di un’armonia universale fra le cose che attraversa tutto Poche parole che non ricordo più. Il breve capitolo iniziale funziona come da preludio a una serie di movimenti narrativi dove il canto e le cadenze del ritmo sono molto più importanti delle parole stesse.

Gargiulo ben presto sparisce nel caos della stazione di Napoli improvvisamente così come era comparso senza una spiegazione, lasciando un velo di malinconia nel narratore, che sulla via del ritorno si ricorda di Rossana, una donna dall’età indefinibile e dall’aspetto di una maga nordica, che abitava all’ultimo piano di un palazzo altissimo in un quartiere popolare della periferia di Napoli: «Rossana in risposta al mio racconto disse solo poche parole che non ricordo più. So soltanto che quasi subito dopo averle ascoltate, caddi in un sonno profondissimo».

A questo punto l’azione si sposta nella conca di un lago e quello che sembrava un racconto lineare assume i contorni sfumati di un viaggio onirico con personaggi eccentrici e caricaturali e situazioni grottesche.

L’irrequietezza infatti spinge gli abitanti della città a cercare un altrove. Grazie al Conoscitore di Mappe, finiscono tutti quanti in questo stesso posto, ma che per incanto corrisponde a quel che ognuno, memore di un «desiderio antico», aveva sognato. Qui abitano coloro che sono stati espulsi dalle città, i «dimenticati», ridotti a una condizione di non umanità. Essi percepiscono il mondo per «macchie armonizzate». Tra loro regna un’amicizia disinteressata. I libri sono rarissimi e quelli rimasti sono scritti con lettere illeggibili.

Si ha la sensazione di trovarsi in una realtà totalmente ribaltata, un elemento carnevalesco che ha lo scopo di mettere in ridicolo i comportamenti del mondo culturale.

Su un lieve pendio che si innalza sulla sponda del lago siede, su un banchetto di scuola consumato, l’omino rotondo, «occhialuto e dalla chioma folta e arruffata, legge e scrive assorto, consultando grossi volumi e scartafacci […]. Mentre legge e scrive, medita e osserva in ogni direzione […]. È uno studioso, un filosofo secondo alcuni. Studia gli abbandonati e i dimenticati, ma non dal punto di vista sociologico, perché lui non sa che cosa sia la sociologia. L’omino rotondo studia gli abbandonati e i dimenticati, i loro comportamenti e la loro essenza».

Con l’omino rotondo inizia una sfilata di personaggi originali, non sempre collegati gli uni agli altri, quasi fossero protagonisti di brevi racconti: l’etnografo Pasquale Viola; il Conoscitore di Mappe; il piastrellista Gennaro Di Gennaro; Torquato Scapece; Felice Sportiello; Agostino Barbella.

Il luogo è fonte di ispirazione, motore immobile che ha la forza di generare questi personaggi eccentrici. La natura li abbraccia, li protegge, li nasconde o li rivela. Dialoga con loro e li rende eloquenti: «Nei pressi della conca dove abitava della gente espulsa dalla città, c’era un piccolo lago di un verde scuro e profondissimo. In una certa stagione primaverile, intorno a quel lago si era creato un clima particolarmente mite: l’aria era talmente tiepida che gli abitanti si sentivano cullati dalle dolci brezze come se fossero immersi nell’acqua».

 

(Enrico De Vivo, Poche parole che non ricordo più, Exòrma, 2017, pp. 166, euro 14)
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LA CRITICA

In Poche parole che non ricordo più Enrico De Vivo sembra suggerirci che dentro la scrittura ci sia una struttura musicale invisibile, che non si riconosce ma si percepisce. È ciò che crea empatia ed emoziona di un libro.

VOTO

7/10

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