Un santuario di fiducia e amore, ovvero The Square

Su "The Square", Palma d’oro a Cannes 2017

di / 10 novembre 2017

Poster italiano di The Square su Flanerí

The Square è un’opera d’arte contemporanea. Lo è il film di Ruben Östlund, premiato a Cannes lo scorso anno con la Palma d’oro, e lo è l’esibizione che è al centro di tutto. Di fronte al museo di arte contemporanea di Stoccolma viene inaugurata un’opera di una artista e sociologa, The Square, appunto. Un quadrato di sampietrini illuminati che vuole essere «un santuario di fiducia e amore dentro cui abbiamo tutti gli stessi diritti e doveri». A pochi giorni dall’inaugurazione, Christian, il direttore del museo, si trova al centro di una situazione surreale dopo aver subito il furto del suo cellulare.

Tre anni dopo il premiato e apprezzato Forza maggiore, il regista svedese Ruben Östlund torna a guardare alla condizione umana con uno sguardo spietato e dissacrante. Nel film del 2014 un padre di famiglia scopriva la sua vera natura di codardo dopo essersi dato alla fuga precipitosa di fronte a una valanga abbandonando moglie e figli. In The Square, in un contesto carico di discorsi sull’altruismo e la solidarietà, Christian rivela la ferocia irrazionale della violazione della proprietà.

C’è un ampio discorso sociale, che si legge dietro la vicenda del museo, di una Svezia che non riesce più a essere la terra dell’uguaglianza e dei diritti, del welfare state anni Ottanta. Il divario tra ricchi e poveri si allarga sempre di più a Stoccolma e crea due mondi separati, inconciliabili e incapaci di comunicare. Il mondo povero vive alla periferia del ricco, elemosina gli spicci per strada, esiste in maniera marginale. Quando però i due mondi si incrociano, con il furto del telefono, arriva il corto circuito.

Dietro le sembianze della critica al mondo dell’arte contemporanea, Östlund spinge un passo più in là la sua analisi dell’uomo – del maschio, soprattutto – di oggi. Immerso in una cultura dell’ego e dell’esibizione di sé, Christian appare sprovvisto di reali coordinate per inquadrare in un senso logico le sue azioni e finisce per subire le conseguenze di se stesso senza neanche capire cosa gli stia succedendo. È così in ogni aspetto: nella caccia ai ladri del telefono, nelle relazioni personali, nel lavoro.

Eppure, in una società e in un ambiente come quello in cui si muove il direttore del museo, immersi in un’ipocrisia strutturale che cambia il senso delle cose a seconda dell’interpretazione di comodo, tutto può essere dimenticato se non, addirittura, trasformato in una nuova percezione. L’unica ricerca che conta è quella della viralità, della visibilità a ogni costo.

È un’opera d’arte contemporanea, The Square, forse più ancora che un film. Come tutto ciò che è proprio dell’arte contemporanea ha bisogno di essere analizzato all’interno di un contesto per essere compreso appieno, ne vanno osservati i dettagli, ne vanno interpretate le scelte originali. Come l’arte contemporanea in generale si espone, ovviamente, alle critiche più disparate. Pretenzioso, incomprensibile, oscuro, paraculo, sono solo alcuni tra gli aggettivi non esattamente elogiativi che possono venire in mente durante e dopo la visione. Gli spunti da cui parte Östlund, però, sono sempre carichi di un interesse ricco di sfumature verso la società e l’uomo che non lasciano indifferenti.

Viziato da una lunghezza eccessiva, The Square riesce nel non semplice compito di estendere un discorso di settore e locale a discorso generale. L’ambiente dell’arte contemporanea è metafora di ogni pretesa innovativa e intellettuale; la società svedese è ogni società occidentale di oggi. E lo fa alleggerendo continuamente il discorso con una dose di humor nero e surreale.

Comunque, la straordinaria sequenza dell’artista Oleg, interpretato dal maestro della motion capture Terry Notary, è destinata a entrare nella storia del cinema.

(The Square, di Ruben Östlund, 2016, commedia drammatica, 142’)

 

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LA CRITICA

Sotto le sembianze della critica del mondo dell’arte contemporanea, The Square di Ruben Östlund riflette sulla società di oggi con una carica rara di humor nero e surreale.

VOTO

7/10

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“effe – Periodico di altra narratività” numero sette

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