Quel che è di Cesare

Possibili scenari, sesto album di Cesare Cremonini

di / 5 dicembre 2017

Copertina di Possibili Scenari su flaneri

Avevamo lasciato Cesare Cremonini con quel «Logico / Sì è logico», da “Logico”, un pezzo che aveva lo stigma del pop di respiro ultra internazionale, alla Chris Martin post X&Y, da tour mondiali strapieni, effetti speciali esagerati sul palco, quel nuovo iper pop mainstream portato avanti dai Coldplay e che per sconfinare aveva come unico limite quello della lingua. In quell’album, Cremonini iniziava a giochicchiare con un po’ di elettronica, chiaramente sempre declinata al pop, captando certe tendenze mondiali, ma riuscendo comunque a rimanere fedele al proprio modo di fare. Influenzato, ma non corrotto. Da Logico sono passati tre anni e oggi il cantautore bolognese torna con Possibili scenari, che ci mostra un artista che è molto più di quello per cui viene percepito.

Probabilmente l’etichetta Lùnapop non gli si staccherà mai di dosso, in qualche modo l’esser stato il leader di una delle più brevi, assurde e di successo storie della musica leggera italiana – quei Lunapop che con …Squérez? Riuscirono a creare un pre e post Lùnapop, introducendo in Italia l’idea di boyband senza essere prettamente una boyband alla Backstreet Boys o NSYNC (da ricordare, ad esempio, l’esperienza de I Ragazzi Italiani) – farà di Cremonini sempre, appunto, quello-dei-Lùnapop. Lo si percepirà sempre in questo modo. Uno che non potrà mai essere preso in considerazione completamente. Un modo di fare, conscio o inconscio che sia, cieco. Perché Cesare Cremonini è sì i Lùnapop, ma anche altro.
E oggi, alla luce di come si sta sviluppando il cantautorato italiano, la lettura e la rilettura di Cesare Cremonini appare fondamentale.

Perché dalla rivoluzione de I Cani, passando per il momento Calcutta, il punto in cui la musica pop italiana è collassata e si è piegata definitivamente su sé stessa, arrivando ai Thegiornalisti e a Coez (Matteo Renzi che canta “La musica non c’è” è un snodo), mischiando mainstream a indie, non è più possibile la distinzione di queste categorie. Il mainstream non esiste più, l’indie non esiste più (almeno per come sono sempre stati pensati). Si può passare per radio, riempire i palazzetti e scalare le classifiche pur non avendo alle spalle una major. Di certo, l’indole e la spinta che muove questi nuovi non è quella di indie inteso come contrapposizione a qualcosa da abbattere. Non è un atto rivoluzionario.  Anzi, un’unica cosa confusa. Quindi Calcutta può essere mainstream (e il primo a capirlo è stato lui, autodefinendosi proprio Mainstream, scherzando o no non è importante) e Cesare Cremonini indie. D’altronde non è “Marmellata#25”  quello che il cantautore di Latina prova a scrivere?

Cos’ha, quindi, di più indipendente un qualsiasi brano di Scudetto di Galeffi, uscito in questi giorni, rispetto a uno qualsiasi di Possibili scenari di Cremonini? O qualsiasi cosa fatta dai Thegiornalisti da Fuoricampo in poi (per non parare chiaramente di “Riccione”)? O appunto da Calcutta, o dei suoi epigoni Gazzelle? E Cosmo? E allo stesso modo, cosa ha di più mainstream Cremonini rispetto a tutti loro?

In Possibili scenari,  al contrario, ci sono degli azzardi che raramente si trovano nei lavoro dei nuovi cantautori italiani. Da “Poetica”, primo singolo (già i quasi cinque minuti di durata sono un segnale), che a discapito di un ritornello che strizza un po’ troppo l’occhio al Francesco Renga post Timoria, quello di Camere con vista, ha un arrangiamento che rimanda quasi ai Portishead, a “La macchina del tempo”, sette minuti di canzone camaleontica, dove Cremonini si concede delle lunghissime pause dal cantare per lasciare spazio agli strumenti che sembrano suonare per la colonna sonora di un mondo immaginato da Moby. Passando per “Uomo nuovo” a “Possibili scenari”, si nota una capacità compositiva, soluzioni armoniche – che, sia chiaro, sono sempre esistite – e un’espressività riscontrabile pochissime volte negli artisti citati in precedenza.
Per non parlare, infine, di “Kashmir Kashmir”, un funky dentro un pezzo pop con un ritornello trascinante (che ricorda in qualche modo quello di Caparezza in “Ti fa stare bene”), un pezzo costruito in maniera perfetta e una hit immediata senza avere addosso la patina della hit, del tormentone.

Cremonini si prende il tempo per trovare più soluzioni, per sperimentare, per ricercare melodie e armonie. C’è un lavoro enorme a livello compositivo dietro Possibili Scenari, nonostante in alcuni momenti la qualità si abbassi, andando a toccare certi lidi già battuti da un’infinità di artisti italani pieni di retorica (“La Isla”, “Al tuo matrimonio”)

Il sesto lavoro in studio dell’artista bolognese, nonostante tutto, punta più in alto dei precedenti. Possibili scenari suona come la sua Anima Latina. Con buona pace  di Calcutta e di ciò che resta dei Lùnapop.

Rimane dunque una domanda inquietante: è Cremonini a brillare in questo contesto o è l’avvento di Calcutta che, abbassando le pretese, innalza Cremonini?

(Possibili scenari, Cesare Cremonini, Pop)

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LA CRITICA

A tre anni da Logico, Cesare Cremonini torna con Possibili scenari, il disco più ambizioso dell’artista bolognese. Un lavoro che, alla luce di cosa sta accadendo oggi al cantautorato italiano, ha bisogno di essere ascoltato.

VOTO

6,5/10

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