Quando la cronaca diventa storia

The Post guarda al passato per parlare al presente

di / 9 febbraio 2018

Poster Italiano di The Post su Flanerí

Steven Spielberg è entrato, negli ultimi anni, in un periodo di rinnovata prolificità. Dal 2015 con Il ponte delle spie esce al cinema con un film all’anno. L’anno scorso è toccato a Il GGG da Roald Dahl, l’anno prossimo toccherà a Ready Player One, tratto dal romanzo di Ernest Cline. Quest’anno è il turno di The Post. Un film anomalo nella produzione di Spielberg, che mai come in questo caso si è avvicinato alla contemporaneità.

Perché per la prima volta nella sua lunghissima carriera, il regista di Lo squalo Schindler’s List, tanto per dirne due nel mucchio, sembra parlare degli Stati Uniti d’oggi. Lo fa in maniera indiretta, ma esplicita. Nel 1971 un’inchiesta giornalistica lasciò gli Stati Uniti sotto shock. Grazie a un informatore interno vennero rivelate numerose pagine di un documento interno dei vertici militari statunitensi sul reale – disastroso – andamento della guerra in Vietnam. Contenevano le prove delle bugie delle varie amministrazioni. Il direttore del Washington Post Ben Bradlee cerca in tutti i modi di convincere la sua editrice Katharine Graham ad andare fino in fondo e pubblicare i documenti, nonostante la decisione della Corte Federale di bloccarne ogni divulgazione per evitare minacce alla sicurezza nazionale.

Partendo da un momento di importanza fondamentale nella storia degli Stati Uniti degli ultimi cinquant’anni, che porterà alla fine del conflitto vietnamita, Spielberg confeziona un film giornalistico dall’impianto classico e consolidato. Con la sceneggiatura affidata a Josh Singer, premio Oscar nel 2016 per Il caso Spotlight, The Post ha tutti gli elementi propri di un grande film sul giornalismo.

È un filone con una tradizione nobile e importante, quasi sempre apprezzato da critica e pubblico per la capacità di coniugare elementi di impegno sociale e politico con venature che si avvicinano al noir o al thriller. Negli ultimi anni, come già Spotlight aveva dimostrato, l’elogio del mestiere di giornalista tipico di questi film ha trovato un nuovo compagno nella celebrazione nostalgica della fisicità del mestiere. Giornali di carta, taccuini, rotative, caratteri a piombo. La notizia che diventa un elemento fisico, che si ottiene rovistando tra archivi e fogli di carta, che si corregge a mano, che si stampa e si diffonde. Nel 2009State of Play di Kevin Macdonald aveva introdotto per primo, partendo da una serie BBC, la celebrazione delle ormai antiche pratiche del giornalismo stampato. Nella dicotomia tra un giornalista vecchia maniera (Russel Crowe) e una giovane blogger (Rachel McAdams) c’era l’introduzione di un nuovo mondo e di un nuovo tema.

Spielberg, però, ha deciso di agganciarsi al filone per usarlo come spunto per un nuovo punto di vista per il suo cinema. In quegli Stati Uniti terrorizzati da una fuga di notizie, con un presidente Nixon mostrato sempre di spalle, da lontano nello studio ovale, mentre impartisce ordini al telefono con voce carica di rancore, non è possibile non vedere dei riferimenti all’America di oggi. La tendenza classica del cinema di Spielberg è quella di alternare storie e Storia. E.T. Il colore violaSalvate il soldato Ryan Minority Report e così via. Con The Post si sofferma sul contemporaneo come non aveva mai fatto.

La legittima resistenza al potere autoritario è un tema molto sentito a Hollywood, in cui con uno sforzo interpretativo si possono leggere la lezione del giusnaturalismo sull’uomo nella società civile. Senza arrivare all’estremo del tirannicidio, la storia del cinema americano è piena di film in cui i protagonisti decidono di forzare la legge, se non addirittura di violarla, per andare contro a un’istituzione ritenuta autoritaria e liberticida. Con The Post e la sua rappresentazione di un potere affamato di puro e semplice potere, Spielberg sembra richiamare sull’importanza del non sottovalutare il presente, di osservarlo per cogliere quel momento in cui la cronaca è destinata a diventare storia.

 

(The Post, di Steven Spielberg, 2017, biografico, 118’)

 

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LA CRITICA

Affidandosi a due grandi interpreti come Tom Hanks e Meryl Streep, Steven Spielberg si immerge con The Post nel mare magnum del giornalismo al cinema. È probabilmente il suo film più attuale. Solido e prevedibile come un classico, ma pieno di riferimenti al presente.

VOTO

7,5/10

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