Un filo teso, inquietante e oscuro

Con Il filo nascosto P.T. Anderson parla di ossessioni

di / 23 febbraio 2018

Poster di Il filo nascosto su Flanerí

Ogni film di Paul Thomas Anderson è un evento e un monumento . Autore tra i più raffinati e intelligenti del panorama mondiale, Anderson è in grado di rivoluzionare sé stesso a ogni ritorno al cinema, senza lasciare riferimenti agli spettatori se non nei sottotesti e nelle sfumature. Dopo il geniale e caotico adattamento di Thomas Pynchon con Vizio di forma, il regista di Magnolia si allontana per la prima volta dagli Stati Uniti (a parte il documentario Junun), per cambiare ancora una volta tono e registro con Il filo nascosto.

Nella Londra degli anni Cinquanta, Reynolds Woodcock è il più grande sarto del Regno Unito, forse del mondo. Le sue creazioni sono richieste dalle famiglie reali, dalle stelle del cinema, dall’alta società. Metodico e silenzioso, Woodcock vive in un’elegante casa-bottega insieme alla sorella e al personale di servizio, tutto composto da donne. Al termine di un lavoro che lo ha esaurito si concede una vacanza in campagna e conosce Alma, cameriera di cui lo colpisce la particolare bellezza, perfettamente rispondente ai suoi canoni estetici e creativi. Tra i due nasce una relazione di simbiosi intermittente, con Alma costretta a inseguire i rari sprazzi di umanità di Reynolds.

Candidato a sei premi Oscar, tra cui miglior film e regia, e destinato a passare alla storia come ultima interpretazione di Daniel Day Lewis (ovviamente candidato, per la sesta volta, e ovviamente perfetto), che ha annunciato che questo sarà il suo ultimo film, Il filo nascosto è un’opera di densa e affascinante complessità, imperniata sulle dinamiche dell’attrazione e dell’amore come potenza distruttiva e rigenerante.

C’è molto di Anderson e di Day Lewis nell’ossessivo Woodcock. Perseguitato, come loro, dalla perfezione come ideale e come unico risultato possibile, questo sarto è un artista che trascende il concetto di mania di onnipotenza in un’idea di creazione che assume connotati divini. Il mondo di stoffe e tessuti in cui vive è il suo mondo, che lui costruisce e popola con le sue creazioni. Poche persone, pochissime, forse solo la sorella, sono degne di entrarvi. Anche le donne che gli commissionano i vestiti si rivelano indegne, incapaci di incarnare a fondo il complemento perfetto per i suoi vestiti.

L’apparizione di Alma nella sua vita rivela con il tempo la potenza devastante della rivoluzione che porta con sé. Senza cognome, senza passato, senza storia, con un nome che vuol dire Anima in spagnolo e che richiama la alma mater latina, la madre che nutre, la cameriera diventa musa, compagna, nemica, ostacolo e soluzione per Woodcock, l’unica in grado di modificare l’organizzazione incessante della sua vita. Ancora incapace di elaborare la scomparsa della madre, Woodcock si rifugia in lei per sconfiggere i suoi stessi fantasmi.

È la presenza della madre il filo nascosto che tiene unito il film, il messaggio cucito all’interno della trama. Con la colonna di Jonny Greenwood che accompagna quasi ogni momento, dando anche al silenzio un valore unico, il film accumula una tensione che attende di essere sfogata, in un crescendo che richiama l’Hitchcock di Rebecca la prima moglie.

È dai tempi di Ubriaco d’amore che Anderson non parla esclusivamente di sentimenti. Le donne hanno sempre un ruolo di guida e possibile salvezza nei suoi film, si pensi a Amy Adams in The Master, o a Katherine Waterston in Vizio di forma, ma l’amore non è mai centrale. In Il filo nascosto l’Alma di Vickie Krieps è il centro verso cui tutto converge. È sua la voce che racconta cosa è successo, è lei che cambia il destino di tutti i protagonisti.

Anderson e Day Lewis si sono ritrovati a dieci anni di distanza da Il petroliere per costruire insieme un nuovo personaggio indelebile. Daniel Plainview incarnava lo spirito più violento di una nazione, gli Stati Uniti d’America, all’alba della sua grandezza. Reynolds Woodcock è l’incarnazione del lavoro come malattia, come unica direzione dell’agire umano.

Nel suo essere rivolto solo a sé stesso, Woodcock è incapace di aprirsi al mondo se non quando si sente debole e inerme. È lì che Alma trova il terreno su cui avvicinarlo. È però proprio su questo campo di battaglia sentimentale che Il filo nascosto conosce le sue debolezze. Come il sarto si mostra debole quando è più umano, così Anderson appare più insicuro nel raccontare la vulnerabilità, finendo per scivolare in un finale che sembra consolatorio. In un modo distruttivo e inquietante, ma consolatorio.

 

(Il filo nascosto, di Paul Thomas Anderson, 2017, drammatico, 130’)

 

  • condividi:

LA CRITICA

Con un andamento da thriller alla Hitchcock, Paul Thomas Anderson parla di amore e lavoro come ossessione affidandosi a un grande specialista in materia come Daniel Day Lewis.

VOTO

7,5/10

Comments

News

effe

“effe – Periodico di altre narratività” numero nove

“effe – Periodico di altre narratività” numero nove

Archivio