Come diventare sé stessi

"Damned Devotion", il nuovo album di Joan As Police Woman

di / 28 febbraio 2018

Joan Wasser, in arte Joan As Police Woman, è in Etiopia con Damon Albarn per il progetto “Africa Express”. Un modo per il leader dei Blur e dei Gorillaz di far suonare insieme musicisti occidentali e africani. Un’esperienza che segna molto l’ex cantante dei Dambuilders. Di ritorno dall’Africa decide di metabolizzare il tutto insieme a Benjamin Lazar Davis ed ecco che nel 2016 nasce Let it Be You, dove l’elettronica si mischia a una sorta di propria interpretazione delle ritmiche di matrice africana. Un album che non faceva altro che confermare l’ecletticità della musicista americana, se pur con risultati alterni. Da To Survive (forse ancora leggermente acerbo) a The Classic, passando per The Deep Field, Joan As  Police Woman si è sempre comunque distinta nel panorama alternativo internazione. Damned Devotion è il suo ultimo lavoro ed è il punto più alto della sua carriera.

Nel 2011, con The Deep Field, si intravedeva quello che poi sarebbe stato Damned Devotion. Negli anni in cui l’alternative pop produceva Teen Dream dei Beach House o Suburbs degli Arcade Fire, ma soprattutto veniva impreziosito da quella perla che è Queen of Denmark di John Grant, Joan As Police Woman riusciva a ritagliarsi uno spazio importante. Lì, con il suo soul al servizio di brani pop – che però a volte sembravano peccare di un’eccessiva vanità -, Joan As Police Woman sembrava essere diventata Joan As  Police Woman. Anche tre anni dopo, The Classic pareva la promessa di qualcosa di eccezionale. Un pezzo come “Get Direct”, infatti,  non faceva che confermarlo. Entrambe queste due esperienze, bloccate in qualche modo da Let it Be You, nascevano per fare da apripista di Damned Devotion. Probabilmente, allora, Joan As A Police Woman non era ancora  Joan As  Police Woman. Non era ancora mai riuscita a comporre un album bilanciato, coeso e intenso come Damned Devotion. Finalmente, oggi, ce la fa.

Quest’ultimo lavoro ha un’enorme caratteristica: quella di non essere trainato da nessun brano in particolare. È l’intero album a essere a traino da sé stesso. Damned Devotion alimenta interamente Damned Devotion. Questo aspetto non deve essere letto per forza in maniera positiva o negativa. Data per assodata la qualità che straborda tra queste dodici tracce, il fatto di non dipendere esclusivamente da un pezzo rende la questione semplicemente più complessa e che solo il tempo saprà sciogliere. Ma, prendendo uno dei punti di riferimento più smaccati di quest’ultima fatica, i Portishead, e in particolare il loro Dummy, possiamo dire una cosa: che per quanto l’album fosse una cosa sola e di una bellezza disarmante, l’eternità gli fu regalata da un paio di brani: “Glory Box” e, soprattutto, “Roads”.

Ci sono brani che sono semplicemente incastonati nella Storia e lo si capisce fin da subito. Ecco, probabilmente in questo lavoro, che ha la potenzialità per essere un grande lavoro – che è un gran lavoro -, si ha la sensazione che possa mancare quella scintilla.

Perché dall’inizio alla fine, dal pop che si mischia al trip-pop di “Wanderlful”, di “Tell Me”, “I Don’t Mind” di “What Was it Like” (dove Dido sembra essere andata a scuola di interpretazione di Beth Gibbons), alla camaleontica “The Silence”, al synth-funk di Rely On – il tutto sempre sotto l’occhio vigile dei Portishead -, si sa di essere di fronte a qualcosa di grande: allo stesso tempo, però, si ha la sensazione costante di vivere l’assenza di qualcosa di ancora più grande.

Nonostante questo, ora, Joan As Police Woman è Joan As  Police Woman.

(Damned Devotion, Joan As Police Woman, Soul/Trip-Hop)

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LA CRITICA

Nonostante Damned Devotion sia la consacrazione di Joan As  Police Woman, manca ancora qualcosa per farla salire definitivamente sull’Olimpo degli anni 2000.

VOTO

7,5/10

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