A San Pietroburgo
con Jan Brokken

“Bagliori a San Pietroburgo”, il nuovo libro dello scrittore olandese

di / 1 marzo 2018

Copertina di Bagliori a San Pietroburgo

«In questa città mi lascio ininterrottamente distrarre; a ogni passo mi viene in mente il titolo di un libro o mi risuona in testa una musica. È una scoperta continua, c’è quasi da impazzire, vorrei fare cinque cose contemporaneamente. […] Tutto qui predispone a riflettere, osservare, ricordare; tutto spinge quasi impercettibilmente a una sconsolata malinconia. Se San Pietroburgo non fosse esistita, avrei inventato io questa città che sonnecchia sul fiume, come uno stato d’animo che mi corrisponde per sempre».

Esistono i luoghi dell’anima in cui è possibile ricostruire un po’ di sé stessi perché quei personaggi dal respiro mitico che l’hanno abitati sono in realtà deboli vittime dei propri demoni esattamente come noi.

Per lo scrittore olandese Jan Brokken, il sangue e la carne di cui è fatta San Pietroburgo sono diversi da qualsiasi altra parte del mondo. Ce lo spiega bene nel suo ultimo lavoro, Bagliori a San Pietroburgo (Iperborea, 2017) dove proprio come un qualsiasi turista si lascia travolgere da un indimenticabile sentimento di amore per questa città.

Ogni tappa diventa un luogo della memoria culturale e personale, in cui i nomi delle vie, dei fiumi, dei monumenti e degli edifici richiamano letture, simboli, testimonianze. Quello che ci viene presentato è un itinerario attraverso artisti molto diversi: «Tutto è letteratura in questa città, tutto è musica. Anzi, sono la letteratura, la musica, l’arte figurativa, il balletto, il teatro a sprigionare il bagliore che emana questa città».

Si tratta di una serie di “stazioni” che inizia con Anna Achmatova fino a Iosif Brodskij, dal poeta Sergej Esenin allo scrittore di Una giornata di Ivan Denisovič Aleksandr Solženicyn, dal musicista Sergej Rachmaninov passando per Puškin, Dostoevskij, Turgenev, Čajkovskij e Gogol’. Insomma una scelta molto ampia che ogni volta impegna l’autore in una sorta di dialogo serrato tra il sé stesso di oggi, alla ricerca di informazioni per il suo libro di allora prossima pubblicazione Il giardino dei cosacchi, e il sé stesso che visitò San Pietroburgo nel 1975, quasi sempre alla ricerca di quello che davvero conta, di ciò che sta dietro l’opera di ciascuno, che anche se passata può sempre dirci qualcosa.

Il libro è anche un affresco a campo lungo di un paese che, sia prima che dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, si arroventa intorno alla questione della libertà di espressione.

Oltre a un ritratto austero che mostra la sua inscalfibile fierezza e una statua che la raffigura in dolente attesa di notizie del figlio incarcerato sulle rive della Neva, esiste anche un museo dedicato alla Achmatova, che è «una finestra sulla sua vita e sulle condizioni in cui vivevano gli artisti in Unione Sovietica: intimoriti, ma non necessariamente poveri o costretti a nascondersi».

Quasi tutti gli intellettuali che Brokken ricorda nel suo tour educativo erano intellettuali non allineati al regime accusati di insubordinazione o allontanati proprio come il pianista Youri Egorov di Nella casa del pianista (Iperborea, 2011) o addirittura costretti ai lavori forzati.

E se poi si è cercato di riparare al maltolto, non sempre si è riusciti nell’intento: «Se c’è uno che merita un monumento a San Pietroburgo, è Dostoevskij. La statua, comunque, a un centinaio di metri dalla sua ultima abitazione, è piuttosto recente: un testone di dimensioni ridicole, declinato, che non esprime altro che sconforto. È un ritratto di una bruttezza vergognosa, che ignora totalmente il carattere combattivo dello scrittore».

E solo a San Pietroburgo può succedere, percorrendo la Malaja Morskaja, di percepire magici abbagli, pensando che su questa stessa via aveva residenza un esordiente Dostoevskij e «viveva Turgenev, nei rari momenti in cui non era all’estero, e Gogol’ quando cominciò Memorie di un pazzo: tutti nella stessa strada, che non era nemmeno molto lunga».

 

(Jan Brokken, Bagliori a San Pietroburgo, trad. di Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo, Iperborea, 2017, pp. 224, euro 17)
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LA CRITICA

San Pietroburgo oggi sembra si sia voltata da tutt’altra parte rispetto alla sua tradizione culturale, ma, leggendo Bagliori a San Pietroburgo, la sua storia si fa totalmente presente. È una delle rare città dove è rimasto indelebilmente stampigliato nell’aria tutto quanto un tempo si voleva cancellare.

VOTO

8/10

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