Baustelle, differenza e ripetizione

"L'amore e la violenza vol.2", l'ultimo album della band di Montepulciano

di / 28 marzo 2018

copertina di l'amore e la violenza vol.2 su flaneri

Ci sono due modi per parlare dei Baustelle. Il primo è porsi delle domande sui Baustelle, il secondo è rispondere alle domande che i Baustelle pongono. Federico Guglielmi si è inserito bene nel primo filone; anzi, con il suo libro L’amore e la violenza/ una storia dei Baustelle, l’ha praticamente esaurito. L’amore e la violenza vol. 2, proprio come L’amore e la violenza dello scorso anno, sono i Baustelle come se debuttassero oggi: un lassismo elegante che duetta con il gusto popolare nel punto esatto in cui si intersecano mainstream e scena indipendente ̶ oramai crossover d’epoca.

Un passo all’indietro rispetto a Fantasma, un tradimento dei Mistici dell’Occidente? Chiacchiere per pigri detrattori. I due volumi di L’amore e la violenza prescindono dai Baustelle e dalla loro storia, portandosi dietro, però, tutte le regole formali della band. Insomma, un esordio a posteriori, con lo spirito (e non la macchia) della maturità.
Ma fermarsi qua è forse un po’ troppo facile. Come possono i Baustelle vestire gli snodi attuali e nello stesso momento non essere simili a nessuno dei contemporanei? Un anno fa usciva L’amore e la violenza ed eravamo stati costretti a chiederci se forse non avevamo liquidato con troppa facilità la questione del Pop. Noi ascoltatori attenti in primis, certo, ma poi gli artisti in generale. Abbiamo scoperto che la convergenza tra fruibilità e banalità non era il Pop, ma arte fatta male; che il Pop italiano al contrario era la forma comune della nostra esperienza, estrapolata dalla quotidianità e sciolta nella musica leggera della tradizione. Una cosa di una difficoltà inquietante. Ora che è uscito L’amore e la violenza vol.2 è forse il caso di chiederci se non abbiamo dato troppo per scontato – nel momento più glorioso del cosiddetto ITPOP – l’aggettivo indipendente.

Basta davvero solo l’immaginario degli anni Ottanta? In un certo senso, sì. Gli anni Ottanta danno i natali alle derivazioni indie del pop e del rock. Ma se Tommaso Paradiso (TheGiornalisti) impugna una racchetta di legno in un video per MTV e Edoardo D’Erme (Calcutta) recita sterili ribellioni domestiche in felpe e camicie extralarge, Bianconi, Bastreghi e Brasini compongono “Veronica, n.2” ricalcando “Babies” dei Pulp, mentre riorganizzano la narratività dei testi sull’ambiguità sessuale simbolo degli ‘80s.

L’amore e la violenza vol.2 è un disco gemello, in continuità con il primo ma comunque irriducibile agli schemi precedenti. È un più, un modo diverso e ancora più potente di raccontare il livello d’eccedenza del pop indipendente. Musicalmente, gli espedienti sono gli stessi: synth analogici, sample per la batteria, mellotron per l’orchestra. Tornano in nuove vesti le ritmiche sensuali, perno dell’album precedente ( qui con “Lei malgrado te”), e i focus sulla sperimentazione musicale (“Violenza” e “La musica elettronica”). Un Brasini di nuovo protagonista ( “A proposito di lei”, “Caraibi”, “Jesse James e Billy Kid”) restituisce il carattere rock-baustelliano alla linearità delle melodie. Gli attacchi di Bastreghi in alcuni incipit rimangono uno dei punti forti del loro modus operandi (fin da Amen, apoteosi bastreghiana, ma anche in Fantasma con “Monumentale”), e lo stile narrativo di Bianconi lo conferma nuovamente nell’olimpo dei fuoriclasse, incastrato nell’impossibile equilibrio tra schiettezza ed eleganza. Qualche esempio in “Jesse James e Billy Kid” («Amore è tardi, amore è già la fine / Amore che non piangi mai / In questa terra di violenza e puttane / Amore adesso come stai?»), in “Veronica, n.2” («Chiedi che le sia più dolce la rinascita / Neghi che tutto è una merda intollerabile / Preghi per un mondo migliore per Veronica»), nella bellissima ballata “L’amore è negativo” («Perché mi piace quando sorridi / Contro la vita, contro la realtà / Mi piacciono i maestri cattivi / E le tue mani nell’oscurità» ) o ancora in “Baby” nella sua interezza.

Dunque a veder bene, i Baustelle rappresentano l’unico gruppo indie-pop italiano, si ergono contro il furto di nozioni operato dalle leggi del mercato e che nascosto dietro la retorica della diversità come diktat punta invece all’appiattimento. Restano gli unici a costruire una controcultura che sappia e voglia imporsi nel linguaggio, che guarda ancora alle modalità d’espressione. Rifiutano di farla facile. Il metodo Baustelle è il metodo rivoluzionario che è proprio dell’arte, quello che parla per immagini comuni, che guarda a tutti per smuovere gli animi  ̶  non per inchiodarli.

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LA CRITICA

A distanza di quasi vent’anni dal Sussidiario illustrato della giovinezza, i Baustelle arrivano ancora come una folata d’aria fresca. Il trio toscano è la crepa luminosa nella panne infinita della musica italiana contemporanea.

VOTO

8/10

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