Un libro mai celebrato abbastanza

"La troga" di Gianpaolo Rugarli

di / 7 maggio 2018

«E come potrei? I fatti sono troppo numerosi: piraterie, sequestri di persona, rapine, grassazzioni, plagi, oscenità, stupri, eresie, sacrilegi, corruzioni… Ma questi sono solo i sintomi del vero male».

La troga (Adelphi, 1988) è il secondo romanzo di Gianpaolo Rugarli, fino ai cinquantacinque anni non scrittore bensì banchiere (così voleva il padre) dall’ottima carriera dislocata tra Roma e Milano. Non era quello il suo destino, o meglio: la sorte aveva in ballo qualcosa di più grande per lui. La troga ad esempio.

Addio ufficio, addio banca: nel 1988 – dopo aver pubblicato per Garzanti Il superlativo assoluto –  Rugarli pubblica con Adelphi la sua seconda opera. Uno dei romanzi più originali, intensi e avvincenti della recente storia letteraria italiana. Un vero e proprio cult da riscoprire e celebrare a dovere. Non vi nascondo che quest’opera è il mio romanzo italiano preferito in assoluto (dopo I promessi sposi, ovviamente) e dopo avervi accennato ad alcuni aspetti del libro, vi lascerò convincere direttamente delle parole dell’autore e dei personaggi da lui creati.

La troga è diviso in tre atti con prologo ed epilogo. Subito troviamo nella dramatis personae, come nelle tragedie teatrali, i nomi degli “attori” presenti, divisi tra I Vivi e I Morti. Tra i primi Carlo Pantieri, il commissario di polizia protagonista della vicenda: colui che ci condurrà negli oscuri abissi del libro. Una volta citati I Morti, Rugarli chiude precisando che: «L’azione si svolge a Roma, a Lavinio e in Calabria: qualche tempo prima dell’Anno Duemila. Notte, pioggia, neve, nebbia, attentati, epidemie, inflazione».

La fine del millennio è alle porte, accompagnata dalla televisione, dalla politica, dalla corruzione nelle più svariate forme e una Roma novella Babilonia. Come in tutte le grandi opere (da True Detective a Twin Peaks, passando per Chandler) il classico plot noir viene utilizzato come pretesto e tramite per narrare qualcosa di più ampio e complesso. Sì, avremmo le classiche domande su chi ha ucciso quello, chi ha messo la bomba lì e soprattutto cosa sia davvero questa troga, misto (forse) di massoneria, setta nera e complotto elitario. Abbiamo tanta violenza e altrettanto sangue ma non manca la bellezza, la poesia, l’amore, la musica. La ricerca della verità e del senso di rivalsa contro un destino cinico. C’è da risolvere un caso molto intricato ed oscuro e c’è da svelare un mistero ben più grande: quelle delle nostre vite.

L’uso del dialetto (soprattutto quello romanesco, ma non manca il calabrese) e dello stile poliziesco ci fa pensare subito al Pasticciaccio di Gadda e l’associazione è legittima. Anche La troga – come il romanzo gaddiano – ha un incipit geniale: « … »

Tre puntini di sospensione prima di un profondo discorso che troveremo più avanti nel romanzo (molto più avanti), dando una nuova chiave di lettura. Dopo, eccoci in media res. Commissariato di Polizia: Elvira Gatti da Tradate – in provincia di Varese, ci tiene a precisare Rugarli – si perde in una inquietante confessione: è convinta che la defunta moglie del nostro ispettore «se non fosse stato per la tragedia sarebbe diventata sacerdotessa di Monte Sacro», mischiando il tutto con altri discorsi su ipotetiche nomine occulte. Scettico ma con un ronzio in testa, il nostro Carlo Pantieri inizia a pensare davvero che qualcuno lo stia facendo sorvegliare da un po’. Eppure la questione, stando a quanto dice la signora Elvira, non riguarda solo lui: «Siamo spiati tutti, incombe su tutti un disastro. E perché? Perché alla radice di tutto c’è la troga».

Eccola apparire per la prima volta. La vecchia signora chiede aiuto, qualcuno sta minacciando lei e suo figlio ma il nostro commissariato non le crede. Vuole chiarimenti su quella parola, forse la signora voleva dire droga, ma la vecchia se ne va delusa e prima di chiedere la porta lancia un ultimo monito: «Commissario, lei verrà distrutto dalla troga».

Finito il prologo, la situazione inizia a crollare: «Odiava l’umanità o forse ne aveva paura. A Čajkovskij non poteva contestare due meriti straordinari: di aver composto musica e di essere morto».

Ad aggravare la misantropia del nostro Commissario – un misto tra Marlowe e il Bruce Willis di L’ultimo boy scout – ci pensa il  coinquilino “momentaneo”: il magistrato Biraghi. Nell’attesa di alcune ristrutturazioni nella sua villa si è trasferito dal nostro e ha appena collocato nello scantinato del palazzo una nidiata di topi. Un’altra peste sta per abbattersi sulla città: «Roma non era una città vera e propria con una fisionomia definita; semmai era un agglomerato di città accomunate dalla vocazione alla cancrena».

Il tempo di alcune discussioni su certi nomi politici “caldi” per la formazione del nuovo governo – uno su tutti Grato Sabbioneta: ricordate questo nome! – e arriva la chiamata. Una bomba ha distrutto la Banca di depositi e sconti in via Due Macelli. Recatosi sul posto, Rugarli constata sia la devastazione della scena, sia il fatto che molti hanno dei lapsus e usino la parola troga.

Tra sette occulte ed enigmistica, cinismo e poesia, amore e nichilismo, Rugarli tesse l’ispiratissima prosa plasmando immagini indimenticabili. Un circo italiano di trent’anni fa eppure attualissimo fatto di demoni e assassini, terrorismo e cardinali, mogli e poliziotti, politici e misera umanità calcati in una narrazione avvincente alternata da profonde riflessioni. Se ancora non lo avete letto, cercate di recuperare il prima possibile e scoprite cosa sia la troga. Ne vale davvero la pena.

 

(Giampaolo Rugarli, La troga, Adelphi, 1988)
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LA CRITICA

Più che un romanzo, un’esperienza letteraria in cui il lettore viene trascinato dalla prosa di Rugarli in un universo apparentemente lontano da noi, in cui passioni e dinamiche umane si scontrano in una battaglia ben più grande. Unico.

VOTO

9/10

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